Se ci chiediamo che cosa dovrebbe essere per l’uomo la scienza dello spirito, a partire da tutti i sentimenti che abbiamo sviluppato nel corso del nostro lavoro in questo campo, la risposta non farà che rinnovarsi dinanzi alla nostra anima: «La scienza dello spirito deve essere una via che conduca allo sviluppo superiore del nostro essere umano, dell’elemento umano in noi».
Con ciò abbiamo indicato una meta che, sotto certi aspetti, è ovvia per ogni uomo che pensa e sente; una meta che implica il raggiungimento dei sommi ideali e, al tempo stesso, l’espansione delle forze più significative e profonde della nostra anima. In sostanza, in tutti i tempi, gli uomini migliori si sono sempre posti questa domanda: come può l’uomo sviluppare nel modo giusto le proprie tendenze? Le risposte date sono state molte e varie, ma nessuna, forse, è più concisa ed espressiva di quella che Goethe ci ha dato nel suo poema I Misteri: «Da quel Potere che ogni essere avvince, l’uomo che se stesso vince si scioglie».
Il senso nascosto in queste parole è infinitamente vasto e profondo e ci mostra con forza e chiarezza come l’essenza di ogni progresso nell’evoluzione consista nel fatto che l’uomo sviluppi la sua vita interiore, superando se stesso e elevandosi oltre il suo livello naturale. L’anima che sa vincere se stessa trova la via per superarsi e raggiungere i valori umani supremi.
È lecito ricordare quest’altissima mèta dell’indagine spirituale mentre ci accingiamo a trattare un tema come quello che qui ci siamo proposti, il quale, trascendendo l’orizzonte dell'esistenza comune, ci condurrà alle questioni più alte della vita. Trattando questo tema, dovremo abbracciare con lo sguardo migliaia e migliaia d’anni, ovvero il vastissimo periodo che va dall’antico Egitto fino ai giorni nostri; ne ricaveremo qualcosa di realmente connesso con le vicende e le aspirazioni più intime e profonde della nostra anima. Talvolta, infatti, l’uomo può sembrare distratto da ciò che ha di fronte, ma in realtà è solo un’apparenza; in realtà, invece, questo lo avvicina alla comprensione di ciò che lo circonda quotidianamente. L’uomo deve elevarsi al di sopra delle miserie della vita quotidiana per innalzare lo sguardo ai grandi avvenimenti della storia dei popoli e del mondo; solo allora troverà ciò che di più sacro gli vive nell’anima. Fra il tempo nostro e l’antico Egitto, l’epoca delle gigantesche Piramidi e della Sfinge, potrà meravigliare che si pretenda di poter meglio comprendere il nostro tempo rivolgendo lo sguardo a un passato così lontano. Eppure, per la stessa ragione, dovremo gettare lo sguardo su epoche anche molto più remote, raggiungendo così un risultato ancora migliore: la possibilità di elevarci oltre noi stessi.
Chi invece si è già seriamente occupato dei concetti elementari della scienza dello spirito non troverà affatto strano questo cercare una connessione fra epoche tanto distanti tra loro, poiché si basa sulla convinzione fondamentale che l’anima umana ritorni sempre di nuovo sulla Terra e che l’uomo viva ripetutamente le sue esperienze tra la nascita e la morte. La dottrina della reincarnazione ci è ormai familiare, e riflettendoci bene, ci si può chiedere se le anime oggi presenti in noi non siano le stesse che, nell’antico Egitto, durante l’epoca della sua civiltà, contemplarono le gigantesche Piramidi e la misteriosa Sfinge.
A tale domanda si può rispondere affermativamente. La scena si è rinnovata e le nostre stesse anime rivedono oggi gli antichi monumenti ai quali avevano rivolto lo sguardo in passato. In incarnazioni future, le stesse nostre anime rivivono quali facoltà e forze, nel temperamento e nelle disposizioni congenite. Così il nostro modo di osservare la natura, di accogliere ciò che il nostro tempo produce e, in generale, di considerare il mondo fu predisposto nell’antico Egitto, nel paese delle Piramidi. Noi fummo plasmati allora in quella forma che ci rende capaci di guardare il mondo fisico come lo facciamo oggi; e in queste conferenze intendiamo appunto scoprire le misteriose concatenazioni che intercorrono fra queste due epoche così distanti nel tempo.
Se vogliamo comprenderne il senso profondo, dobbiamo risalire molto indietro nel tempo, all'evoluzione della nostra Terra. Sappiamo che ha subito numerose trasformazioni. Altre culture hanno preceduto l’antico Egitto. Grazie ai mezzi dell'indagine occulta possiamo spingerci molto più indietro nel tempo, fino alle nebulose origini dell’evoluzione umana, giungendo naturalmente a epoche in cui la Terra aveva un aspetto totalmente differente da oggi. Il suolo su cui ora si trovano l’Asia e l'Africa era diverso. Guardando indietro, grazie alla chiaroveggenza, giungiamo al tempo in cui un’immensa catastrofe, causata da forze acquatiche, si scatenò sulla Terra, mutandone completamente la faccia; e, se risaliamo ancora più indietro, giungiamo ad altre epoche in cui la fisionomia della Terra era ancora diversa, in cui ciò che oggi, fra l’Europa e l’America, forma il fondo dell’Oceano Atlantico, era alla superficie, era continente. Allora le nostre anime vivevano in corpi molto diversi da quelli attuali. Erano i tempi dell’antica Atlantide, di cui la scienza esteriore può darci oggi ancora ben poche notizie. In seguito, le terre dell'Atlantide furono distrutte da cataclismi marini. Le forme dei corpi umani di allora erano diverse da quelle attuali e lo sono diventate in seguito. Ma le anime che oggi vivono in noi, vivevano già negli antichi Atlanti; erano le nostre stesse anime. Il cataclisma acqueo (il diluvio) provocò poi dei movimenti interni dei popoli atlantidei, ossia una grande migrazione da occidente a oriente. Verso la fine dell’Atlantide le migrazioni si fecero più intense; eravamo noi stessi gli uomini che costituivano quei popoli, noi che migrammo allora da occidente a oriente, attraverso l’Irlanda, la Scozia, l’Olanda, la Francia e la Spagna. Così vennero popolate l’Europa, l’Asia e le parti settentrionali dell’Africa.
Non si creda però che l’ultima grande ondata migratoria, partita dall’Occidente, non abbia incontrato altre popolazioni nei paesi che in seguito costituirono l’Europa, l’Asia e l’Africa. Quasi tutta l’Europa, l'Africa settentrionale e grandi parti dell’Asia non furono popolate per la prima volta dalla migrazione venuta dall’ovest, ma lo erano già in precedenza; i popoli provenienti dall’ovest, dunque, s’imbatterono in una popolazione del tutto straniera. Possiamo quindi immaginare che, sopraggiunti tempi più tranquilli, si producessero condizioni di coltura del tutto speciali. Un esempio è rappresentato dalle vicinanze dell’Irlanda, dove, prima della catastrofe atlantica avvenuta millenni or sono, dimoravano gli elementi più progrediti di tutta la popolazione terrestre. Queste genti, sotto la guida di altissime individualità, attraversarono l’Europa e giunsero fino a una regione dell’Asia centrale, da dove poi vennero mandate in diverse contrade a colonizzare e civilizzare. Una colonia di quel periodo post-atlantico che, staccatasi da quel primo gruppo, era stata mandata in India, vi aveva trovato una popolazione già stabilita là da tempi remotissimi, che aveva anch’essa una sua cultura. Quei colonizzatori, tenendo conto del già esistente, fondarono la prima cultura post-atlantica, la quale è quasi ignorata dai documenti storici esterni, in quanto questi raccontano solo fatti accaduti millenni dopo. Nelle importantissime raccolte di saggezza conosciute con il nome di Veda, si hanno solo gli ultimi echi di ciò che era rimasto come residuo di una prima, remotissima civiltà indiana, guidata da Esseri sopraterrestri e fondata dai «Santi Rishi». Fu una civiltà unica nel suo genere, di cui oggi possiamo farci soltanto un'idea vaga, poiché i Veda sono solo un riflesso di quell’antichissima sacra coltura indiana.
A questo primo periodo postatlantico ne seguì un secondo, dalla cui coltura scaturì più tardi quella persiana, nella quale si rivelò la sapienza di Zoroastro. La civiltà indiana e quella persiana durarono a lungo e raggiunsero il loro apogeo sotto Zoroastro.
Sorse poi, anch’essa sotto l’influsso di colonizzatori inviati nella valle del Nilo, la cultura che possiamo riassumere nei quattro nomi: caldeo, egizio, assiro e babilonese. Questa terza cultura dell’epoca postatlantica si sviluppò nell’Asia minore e nell’Africa settentrionale e raggiunse il suo apice nella meravigliosa astronomia e nella sapienza stellare dei Caldei, da un lato, e nella cultura egiziana dall’altro.
Segue poi un quarto periodo che si svolge nell’Europa meridionale; la cosiddetta cultura greco-latina, che ha ai suoi albori i canti di Omero e che ci è nota per la plastica greca, come pure per l’arte poetica che produsse le tragedie di Eschilo e Sofocle. Anche il Romanzo appartiene a questo quarto periodo, che inizia circa nel 18° secolo (747 a.C.) e termina nel 14° e 15° secolo dopo la nascita di Cristo (1413). A questo periodo segue la quinta epoca, nella quale ci troviamo tuttora, e a questa ne seguiranno altre due: la sesta e la settima. In quest’ultima risorgerà in nuova forma l’antica cultura indiana. Esiste infatti una legge singolare che rivela l’azione di forze operanti mirabilmente attraverso le diverse epoche e il nesso che lega tra loro le varie epoche di coltura.
Iniziamo con il primo periodo, quello della cultura indiana, che risorgerà sotto altra forma nel settimo. In questo si manifesterà nuovamente l’antica cultura indiana, trasformata dall’azione di forze misteriose. Così il secondo periodo, che abbiamo chiamato persiano, rifiorirà nella sesta epoca. Dopo il tramonto della nostra cultura, nel sesto periodo risorgerà la religione di Zoroastro.
Nel nostro quinto periodo, come vedremo in seguito, si verificherà una sorta di risurrezione del terzo periodo, quello egiziano. Il quarto periodo sta in mezzo, a sé, e non ha il suo simile né prima né dopo.
Per comprendere meglio questa legge misteriosa, vogliamo aggiungere quanto segue: sappiamo che l’Induismo ha in sé qualcosa di molto estraneo a noi, che quasi offende il nostro senso d’umanità, cioè la divisione in caste: i sacerdoti, i guerrieri, i commercianti e i lavoratori. Questa severa divisione è in contrasto con la nostra coscienza. In quella prima civiltà postatlantica, invece, era qualcosa di familiare e naturale; era inevitabile che l’umanità venisse divisa in quattro gradi, secondo le diverse facoltà delle anime. Nessuno la considerava una crudeltà, in quanto gli uomini venivano classificati dalle loro Guide, la cui autorità era tale che ogni loro ordinamento era da tutti spontaneamente considerato giusto e adeguato. Gli uomini sapevano che le Guide, i sette santi Rishi che avevano ricevuto insegnamenti divini durante l’epoca atlantica, erano in grado di stabilire qual posto spettasse a ciascun uomo. Una tale classificazione era dunque naturale. Nel settimo periodo, il raggruppamento degli uomini avvenne in modo completamente diverso. Mentre nel primo periodo avveniva per opera dell’autorità, nel settimo gli uomini si raggrupperanno secondo criteri pratici. Nella vita delle formiche, per esempio, vediamo qualcosa di simile: esse formano uno Stato più meravigliosamente congegnato di qualsiasi Stato umano e sono capaci di un lavoro relativamente immenso. Eppure, vediamo rappresentato proprio ciò che all’uomo d’oggi sembra così ostico: il sistema delle caste; ogni formica ha il suo compito speciale nel lavoro generale.
Tuttavia, gli uomini si accorgeranno che, dal punto di vista pratico, la divisione in gruppi è la salvezza dell’umanità e che è possibile la divisione del lavoro, ferma restando l’eguaglianza dei diritti. La società umana apparirà come una meravigliosa armonia; si può leggere negli annali dell'avvenire. Così l’antica India risorgerà; e in modo analogo, nel quinto periodo, ricompariranno nel mondo alcune caratteristiche del terzo.
In particolare, tale caratteristica generale si manifesta nei dettagli.
In primo luogo, vedremo due manifestazioni che ci mostreranno come, in realtà, il campo grandioso delle Piramidi e della Sfinge sia legato alla nostra tematica. Inoltre, vedremo quelle stesse anime che erano appartenute agli antichi Indiani incarnarsi più tardi in Egitto e reincarnarsi nuovamente anche oggi. Possiamo notare come, nella sfera che si svolge sulla Terra, esistano fili misteriosi che collegano la cultura egiziana alla nostra. Abbiamo visto la legge del ripetersi delle diverse epoche, ma essa ci apparirà infinitamente più importante se la seguiremo nelle regioni dello spirito.
Fanciullo. Poi, contemplando le nuvole tutt'intorno, tutti conosciamo un quadro famoso e profondamente importante, che, per un seguito di circostanze, si trova ora, significativamente, in Germania: la Madonna Sistina. Dove emergono innumerevoli testine d’angelo, può essersi destato in noi un sentimento ancor più profondo che ci dà un lampo di comprensione per l'intero quadro. So che sto per dire qualcosa di azzardato, ma chi osserva attentamente quel fanciullo in braccio alla madre, e dietro di esso le nubi che appaiono come una moltitudine di teste d'angioletti, non può non pensare che Egli non sia solo un bambino nato in modo naturale, ma uno di quegli stessi angeli che gli si librano intorno fra le nubi. Quel bambino Gesù è a sua volta una figura nuvolosa, solo un po’ più densa delle altre, come se uno di quegli angioletti librati tra le nubi fosse volato in braccio alla Madre. Un tale sentimento sarebbe del tutto appropriato; rendendolo vivo in noi, potremo allargare il nostro sguardo liberandolo da certe ristrette interpretazioni dei rapporti naturali della vita. È proprio da un’immagine come questa che la visione ristretta potrà allargarsi a concepire come ciò che, secondo determinate leggi, deve oggi avvenire in un certo modo, abbia potuto manifestarsi in modo diverso in passato. Riconosceremo che in altri tempi la procreazione era diversa da quella sessuale. Insomma, da questo quadro balzeranno incontro a noi molte delle profonde relazioni tra le forze umane e le forze spirituali che vi sono realmente contenute.
Se ora lasciamo spaziare lo sguardo sull’epoca egiziana, ci imbattiamo in qualcosa di molto simile; un’immagine altrettanto sublime. L’Egizio aveva Iside, l'Essere a cui si riferivano le parole: «Io sono ciò che è stato, ciò che è, ciò che sarà. Nessun mortale ha mai sollevato il mio velo». Nella figura di Iside, la soave spiritualità divina, si nascondeva un profondo mistero sotto un velo denso. Essa, con il figlio Oro, si rivelava alla coscienza dello spirito dell’antico Egitto, come a noi la Madonna con Bambino Gesù. Il fatto che Iside ci venga mostrata come portatrice dell'eterno ci ricorda il sentimento che proviamo nel contemplare la Madonna. Dobbiamo vedere in Iside misteri profondi, misteri fondati sullo Spirito. Iside ricompare nella Madonna; la Madonna è una reminiscenza di Iside; ecco uno di quei rapporti. Ma tali profondi misteri, che accennano a una relazione sopraterrena tra la cultura egiziana e la nostra, sono compresi solo per mezzo del sentimento.
Oggi potremo indicare un altro di tali rapporti. Riflettiamo sul modo in cui l’Egizio trattava i propri defunti e sulla cura che dedicava alla conservazione della forma fisica esteriore attraverso la mummificazione. Sappiamo che riempiva i sepolcri di mummie in cui era conservata la forma terrestre dei defunti e che vi deponeva le suppellettili e gli oggetti che erano loro appartenuti e che dovevano accompagnarli come ricordi della vita fisica trascorsa. Così, ciò che l’uomo aveva posseduto nel mondo fisico doveva essere conservato e gli Egizi collegavano i loro morti col piano fisico. Questo uso si diffuse sempre più, diventando caratteristico dell'antica civiltà egiziana.
Fatti simili, però, non rimangono privi di conseguenze per l’anima. Le nostre stesse anime hanno abitato quei corpi mummificati. Ora, dalle descrizioni già fatte in passato, sappiamo che, quando l’uomo, dopo la morte, si libera dal corpo fisico ed eterico, non diviene incosciente, ma assume un’altra forma di coscienza mentre vive nel mondo astrale. Da lì è in grado di rivolgere lo sguardo verso la Terra fisica, anche se attualmente non può guardare il mondo spirituale. A questo riguardo, non è indifferente che il corpo fisico venga conservato come mummia piuttosto che sepolto o bruciato. Ne deriva una connessione ben determinata che presenterà in seguito il suo misterioso carattere. Da quell’usanza invalsa nell’antico Egitto di conservare i corpi per lungo tempo, derivò per le anime una ben determinata esperienza nel periodo successivo alla morte. Guardando in giù sulla Terra, le anime sapevano: "Questo è il mio corpo"; a quel loro corpo fisico erano legate, ne avevano davanti a sé la forma, e tale forma divenne della massima importanza per loro, poiché l’anima, dopo la morte, è assai suscettibile alle impressioni. L’impressione prodotta dal corpo mummificato si incideva profondamente nell’anima e la plasmava di conseguenza.
In seguito l’anima passò per numerose incarnazioni durante l’epoca greco-latina e ora, nella nostra epoca attuale, vive in noi. Questo fatto attacca soverchiamente le anime alla materia (feriva dall’avere esse avuta presente, durante la loro permanenza nel mondo spirituale, la loro propria incarnazione corporea. Con ciò l’uomo ha imparato ad amare il mondo fisico e perciò oggi si sente spesso ripetere che solo il corpo fisico ha importanza tra la nascita e la morte; le altre opinioni non sorgono dal nulla. Non si vuole con ciò criticare l’epoca delle mummie, ma solo accennare alle necessità collegate alle ripetute reincarnazioni dell’anima. Il progresso evolutivo degli uomini non si sarebbe potuto realizzare senza l’istituzione della mummificazione, che faceva sì che le anime concentrassero la loro attenzione sulla spoglia mortale lasciata sulla Terra. Se gli Egizi non avessero avuto il culto delle mummie, l'uomo avrebbe perso ogni interesse per il mondo fisico, mentre invece in lui si sarebbe svegliato un interesse giustificato per esso. Il modo in cui l’uomo si organizza il proprio mondo e lo percepisce è una conseguenza del fatto che gli Egiziani mummificarono i corpi dopo la morte. Anche la cultura egizia, infatti, si svolse sotto l’influenza di iniziati che erano in grado di prevedere il futuro. La mummificazione non era un capriccio, ma un rito funerario che rispondeva a precise logiche e che, in particolare in quel periodo, aveva il compito di guidare e indirizzare l’umanità. Nelle scuole d'iniziazione si conoscevano i nessi che avrebbero congiunto la nostra epoca con la terza. I sacerdoti introdussero l'istituzione della mummificazione affinché le anime potessero cercare l'esperienza spirituale attraverso il mondo fisico esteriore.
Così, in questo e in molti altri casi, il mondo viene guidato dalla saggezza. Il fatto che attualmente gli uomini pensino come pensano è il risultato di ciò che hanno sperimentato nell’antico Egitto. Penetriamo così con lo sguardo in profondi misteri che si manifestano nelle correnti di cultura. Per ora abbiamo soltanto sfiorato questi segreti, poiché ciò che abbiamo mostrato a proposito della. Madonna, come reminiscenza di Iside e della mummificazione delle salme, tocca appena le vere connessioni spirituali. In seguito, però, illustreremo più a fondo tali condizioni e non solo contempleremo ciò che si manifesta all’esterno, ma anche ciò che ne sta alla base.
La vita esteriore scorre dalla nascita alla morte. Dopo la morte, l’uomo vive un periodo di vita assai più lungo, corrispondente al periodo che conosciamo come Kāmaloka, Devachan o mondo spirituale. Le esperienze che si fanno nei mondi soprasensibili non sono certo più uniformi di quelle del mondo fisico. Che cosa sperimentammo come antichi egizi nei mondi di là?
Quando il nostro sguardo scivolava lungo la Piramide, quando lo rivolgevamo alla Sfinge, quanto diversamente si svolgeva la nostra vita, quanto era diverso tutto ciò che l’anima provava tra la nascita e la morte! Non si può nemmeno paragonare la nostra vita a quella che conduciamo oggi, né un paragone del genere avrebbe senso. E ancor più varie sono le esperienze interiori tra la morte e una nuova nascita. Durante la cultura egiziana, l'anima sperimentava cose del tutto diverse rispetto a quelle sperimentate nell'epoca greca, nell'epoca di Carlomagno o nella nostra. Anche nel mondo spirituale avviene un'evoluzione e ciò che l'uomo sperimenta oggi tra la morte e una nuova nascita è totalmente diverso da ciò che l'antico Egizio sperimentava quando, morendo, abbandonava il corpo. E come l'influsso della mummificazione, nelle sue caratteristiche peculiari, continua a esercitare la sua influenza sugli atteggiamenti animici attuali, così la vita esteriore della terza epoca si ripete nella quinta, e un progresso dell’evoluzione avviene nei mondi misteriosi tra la morte e una nuova nascita.
Anche questo dobbiamo considerare, e anche qui ci risulteranno certe connessioni arcane. In questo modo, avremo raccolto gli elementi per comprendere veramente ciò che vive in noi come frutto di quel remoto passato. Dovremo certamente addentrarci in labirinti molto profondi dell’evoluzione terrestre, ma proprio per questo scopriremo pienamente il rapporto tra ciò che gli Egizi costruirono, ciò che i Caldei pensarono e ciò che noi oggi costruiamo e pensiamo. Riaccenderemo quanto allora fu operato in ciò che ci circonda oggi, in ciò che ci interessa del mondo che ci circonda. Tali rapporti ci si spiegheranno sia fisicamente che spiritualmente, e ci si mostrerà come l’evoluzione pre-terziaria sia un meraviglioso anello di congiunzione fra la terza e la quinta epoca. In questo modo la nostra anima si innalzerà a contemplare le grandi e significative connessioni del mondo, maturando una profonda comprensione di ciò che vive in noi stessi.
Ieri abbiamo cercato di riconoscere certe corrispondenze tra varie condizioni della vita, in particolare della vita spirituale, delle cosiddette culture postatlantiche. Abbiamo visto che la prima si ripeterà nella settima, cioè nell'ultima; la seconda, la coltura persiana, nella sesta; e quella egiziana, della quale appunto ci occuperemo nei prossimi giorni, si ripete nella nostra quinta coltura, cioè nella vita e nei destini nostri. La quarta cultura, che si sviluppa nell’epoca greco-latina, assume, come abbiamo detto, una posizione eccezionale e in essa non avviene nessuna ripetizione. Con ciò abbiamo appena accennato ai rapporti misteriosi tra le varie culture che si sviluppano nell’epoca postatlantica, dopo la distruzione della civiltà dell'Atlantide da parte di cataclismi di origine idrica. Anche l’epoca che segue l’Atlantide tramonterà un giorno: alla fine della nostra quinta epoca postatlantica, ci saranno catastrofi simili a quella che chiuse l’epoca atlantica. Sarà la cosiddetta «guerra di tutti contro tutti» che concluderà la settima coltura della quinta epoca. Le corrispondenze che abbiamo accennato e le relative ripetizioni tra le colture sono molto interessanti e, se le studieremo più approfonditamente, getteranno molta luce sulla vita delle nostre anime.
Oggi, allo scopo di gettare le basi per quanto avremo da esporre in seguito, dobbiamo rievocare dinanzi ai nostri occhi qualche altra ripetizione. Dovremo spaziare nel divenire della nostra Terra e scopriremo che gli ampi orizzonti sono per noi di grande interesse.
Dobbiamo sin d’ora cercare di non schematizzare tali ripetizioni. Quando, in occultismo, si parla della prima coltura che si ripete nella settima; della terza nella quinta, e così via, qualcuno con tendenze combinatorie potrebbe sentirsi tentato di estendere i rapporti citati ad altri casi, schematizzandoli. Si può pensarlo lecito, e in effetti in molti libri di argomento teosofico si trovano parecchie assurdità di questo genere. Perciò, occorre mettere severamente in guardia contro la tendenza a combinarci le cose e affermare che l'unico modo per comprendere questo fenomeno è l'osservazione dei fatti e l'osservazione spirituale. Ciò che si può leggere nel mondo spirituale è comprensibile alla logica, ma non può essere scoperto solo dalla logica; solo la percezione spirituale è in grado di sperimentarlo.
Se vogliamo comprendere più esattamente le epoche di coltura, dobbiamo riuscire a percepire l'intero sviluppo della Terra, come si presenta al veggente capace di dirigere il suo sguardo spirituale agli eventi di un remotissimo passato. Guardando indietro nell'evoluzione, troviamo che la Terra non ha sempre avuto lo stesso aspetto che ha ora; non aveva, per esempio, un fondamento minerale solido come quello attuale. Il regno minerale era diverso; non c'erano piante e animali come quelli di adesso. Allo stesso modo, gli uomini non avevano ancora un corpo di carne e non possedevano un sistema osseo. Tutto questo si formò solo più tardi. Man mano che risaliamo nel tempo, ci avviciniamo a una condizione che, se si fosse potuta contemplare da distanze cosmiche, ci sarebbe apparsa come una sorta di nebbia, come una sottile nuvola eterica molto più vasta della Terra attuale. Questa nebbia, che si sarebbe estesa fino ai limiti dei pianeti più lontani del nostro sistema solare e oltre, avrebbe contenuto non solo ciò che poi formò la nostra Terra, ma anche i pianeti e il sole stesso. Se un osservatore si fosse potuto avvicinare a quella massa nebulosa per esaminarla, l’avrebbe vista costituita da innumerevoli finissimi punti eterici. Se osserviamo da lontano uno sciame di moscerini, esso ci appare come una nuvola, ma se ci avviciniamo notiamo che è costituito da singoli insetti. Avremmo visto la massa della Terra, non materiale come la vediamo adesso, ma condensata solo fino allo stato eterico, in quel lontano passato. Essa consisteva dunque di singoli punti eterici che avevano una particolarità tutta speciale. Se l’occhio umano avesse potuto scorgerli, li avrebbe percepiti così come il chiaroveggente li avrebbe visti allora e li vedrebbe ancora oggi se potesse guardare indietro. Cerchiamo di chiarircelo con un paragone. Prendiamo il seme di una rosa selvatica, un seme del tutto sviluppato. Cosa vedrebbe chi l’osservasse? Vede un corpuscolo minutissimo e, se non conosce già l'aspetto del seme della rosa selvatica, non riuscirà mai a capire che da quel granellino possa nascere una rosa. Non indovinerebbe mai la loro forma a partire dalla semplice immagine del granello. L’uomo dotato di una certa facoltà chiaroveggente farebbe la seguente esperienza: il seme sparirebbe gradualmente dinanzi ai suoi occhi, e al suo sguardo interiore apparirebbe una forma simile a un fiore, che sorgerebbe spiritualmente dal seme. Dinanzi all’occhio chiaroveggente ci sarebbe una figura reale, percettibile solo in ispirito: l’archetipo di ciò che più tardi si sviluppa dal seme.
Tuttavia, sarebbe un errore credere che tale figura sia identica alla pianta corrispondente a quel seme. Non lo è affatto". Si tratta di una figura luminosa che mostra in sé correnti e formazioni complicate. Ciò che più tardi cresce dal seme non è che un’ombra della meravigliosa figura spirituale di luce che il chiaroveggente può vedere in esso. Ora, tenendo a mente questa immagine dell’archetipo della pianta che il chiaroveggente scorge, torniamo a quanto detto sulla Terra primordiale e sui singoli punti eterici. Il chiaroveggente che si ponesse di fronte a uno di quei punti eterici di polvere della sostanza primordiale, vedrebbe sorgere (come la pianta dal seme di rosa canina) una splendida figura luminosa da quel grano di polvere eterica, che in realtà ancora non esiste, ma giace dormente in quel seme. Che cosa è dunque quella figura che il chiaroveggente può scorgere guardando indietro a quell’atomo di Terra primordiale? Che cosa ne emerge? Si tratta di una figura che, a sua volta, è assai diversa dall’uomo fisico (come la pianta fisica è diversa dall’archetipo della pianta); ed è l’archetipo dell’attuale figura umana. Allora la figura umana dormiva spiritualmente nel granello di polvere eterica e, affinché si sviluppasse fino a diventare l’uomo attuale, fu necessaria tutta l’evoluzione terrestre. Ma quante cose dovettero concorrere a questo fine, come al seme occorre di essere piantato nella terra e irradiato dal calore del sole, affinché la pianta possa crescere! Man mano che comprenderemo ciò che avvenne nel frattempo, potremo anche capire come l’uomo poté uscire da quella figura primordiale.
All'inizio tutti i pianeti erano congiunti con la nostra Terra. Per ora, però, vogliamo considerare soltanto il Sole, la Luna e la Terra che oggi ci interessano in modo tutto speciale. In un lontano passato, anche questi tre corpi celesti non erano isolati l’uno dall’altro, ma erano tutti uniti. Immaginiamoli come impastati insieme in un corpo solo e otterremo l'immagine della Terra nel suo stato primordiale. Sole + Terra + Luna. In tale condizione, l’uomo poteva vivere soltanto in uno stato spirituale e non poteva vivere altrimenti, perché con la Terra era allora congiunto anche ciò che esiste nel Sole attuale. Tale stato di cose, in cui la nostra Terra conteneva ancora il Sole e la Luna con tutte le relative entità e forze, perdurò a lungo. In quel periodo l’uomo esisteva ancora solo spiritualmente nell’atomo primordiale e un mutamento avvenne solo dopo un evento oltremodo importante nella nostra evoluzione cosmica: il Sole si scisse, formando un corpo separato e lasciando dietro di sé la Terra e la Luna. Allora ciò che prima era un’unità viene a esistere come dualità e si hanno due corpi celesti: il Sole da un lato e, dall’altro, la Terra con la Luna. Cerchiamo di comprendere il perché di tali avvenimenti.
Tutto ciò che accade ha naturalmente un profondo significato che comprenderemo se, guardando indietro, scorgiamo che sulla Terra, all'epoca, non vivevano solo esseri umani, ma anche altri esseri di natura spirituale, fisicamente impercettibili, ma altrettanto reali degli uomini e degli altri esseri fisici. Così, nella sfera che circonda la nostra Terra, sono congiunti col nostro mondo gli esseri viventi che l’esoterismo cristiano chiama Angeli. Possiamo immaginarli pensando a come l’uomo sarà quando la Terra avrà compiuto la sua evoluzione. Oggi quegli esseri sono già così avanzati come lo sarà l’uomo alla fine della sua evoluzione terrestre. A un livello ancora più alto stanno gli Arcangeli o Spiriti del Fuoco, entità che possiamo scorgere rivolgendo il nostro sguardo spirituale a popoli interi. Le vicende dei popoli, infatti, sono dirette dagli Arcangeli. Una classe ancora più elevata di esseri è quella degli Archai o Spiriti della Personalità, che si scorgono quando si spazia su epoche intere, abbracciando molti popoli con i loro rapporti e contrasti, e si riconosce quello che si chiama Spirito del Tempo. Se, ad esempio, osserviamo la nostra epoca, la vediamo guidata da tali Spiriti primordiali o Archai. Esistono poi altri spiriti, ancora più elevati, che nell'esoterismo cristiano sono chiamati Potestà, Exusiai o Spiriti della Forma. Con la nostra Terra sono dunque congiunti innumerevoli esseri, i quali, in una specie di scala, ci superano in grado.
Se partiamo dal minerale, saliamo alla pianta, poi all’animale e infine all’uomo, ci rendiamo conto che l’uomo è il più alto degli esseri fisici, ma in mezzo a noi esistono anche gli altri esseri e ci compenetrano. All’inizio della nostra evoluzione, quando la Terra emerge, per così dire, come nebulosa primordiale dal grembo dell’eternità, tutti quegli esseri sono collegati con il nostro pianeta e, secondo la chiaroveggenza, insieme alla figura umana, compaiono nell’immagine che abbiamo descritto anche altri esseri. Si tratta degli stessi esseri che abbiamo già menzionato, e di altri di natura ancora superiore, come le Virtù, le Dominazioni, i Troni, i Cherubini e i Serafini. Quegli esseri erano tutti intimamente congiunti con la poderosa massa di polvere eterica, ma si trovavano a gradi diversi di evoluzione. Alcuni erano così intelligenti che l’uomo non può neanche lontanamente immaginarli; altri erano a lui molto più vicini. Poiché si trovavano a gradi diversi di sviluppo, non potevano percorrere la loro evoluzione allo stesso modo dell’uomo, ma ebbero bisogno che venisse loro creata una dimora adeguata. Se fossero rimasti congiunti con quelli inferiori, ne avrebbero subito grave danno. Perciò se ne separarono, trassero dalla massa di nebbia le sostanze più fini e si formarono una dimora sul Sole. Lì si crearono il loro cielo e vi trovarono il giusto ritmo per la propria evoluzione. Se fossero rimasti uniti alle sostanze inferiori, che invece lasciarono dietro di sé sulla Terra, ne sarebbero stati impediti, come da un grave ostacolo, nel loro processo evolutivo. Avrebbero avvertito tutto ciò come un fardello insopportabile. Dobbiamo sempre tenere a mente che, alla base di tutto quanto accade, ci sono cause spirituali.
La separazione della sostanza cosmica, per esempio, non ha soltanto cause fisiche, ma è dovuta alle forze di esseri che hanno bisogno di una dimora per la loro evoluzione e perciò devono costruirsi la loro casa cosmica. Dobbiamo sempre tenere a mente che alla base di tutto quanto accade stanno cause spirituali.
Così, sulla Terra e sulla Luna, l’uomo rimase indietro insieme alle Entità a lui superiori delle Gerarchie inferiori, come gli Angeli, gli Arcangeli e altri esseri che erano invece inferiori all’uomo. Un’unica possente Entità, che avrebbe già potuto salire con le altre nella sfera del Sole, si sacrificò e restò con la Terra + Luna. È quella che più tardi fu chiamata Jahve o Jehova, la quale abbandonò il Sole e divenne la guida delle vicende della Terra + Luna. Così si ebbero due dimore cosmiche: il Sole con gli esseri più elevati, sotto la direzione di un’Entità particolarmente sublime che gli gnostici, ad esempio, cercarono di rappresentarsi sotto il nome di Plcroma. Quest’ultimo deve essere rappresentato come reggente del Sole, mentre Jahve dirige la Terra e la Luna.
Vogliamo dunque rammentare in modo speciale che gli spiriti più nobili e sublimi uscirono con il Sole, lasciando dietro di sé la Terra con la Luna. La Luna non si era ancora separata, ma era ancora contenuta nella Terra stessa. Come possiamo dunque percepire questo processo cosmico di separazione del Sole dalla Terra? Bisogna innanzitutto considerare che il Sole, con i suoi abitanti e tutto ciò che di più puro, elevato e sublime rappresenta, era stato in precedenza collegato alla Terra, mentre sulla Terra si era venuto formando un elemento più basso, ancora inferiore a quello della nostra Terra attuale. Questa si trova ora a un livello superiore, perché in seguito si verificò un’altra crisi, in cui la Terra si liberò dalla Luna e dalle sue sostanze più grossolane; l’uomo non avrebbe più potuto continuare la propria evoluzione se fosse rimasto unito a quelle. La Terra dovette liberarsi della Luna.
Ma prima di quel momento si ebbe il periodo più oscuro e orribile per la nostra Terra, quando gli elementi con le disposizioni più nobili caddero sotto il dominio di forze pessime.
Fu un'epoca in cui l’uomo poteva progredire solo espellendo tali forze, insieme alla Luna.
Dobbiamo considerare che un principio luminoso, un principio di elevatezza, quello del Sole, si contrappone a un principio tenebroso, quello della Luna. Osservando chiaroveggentemente il Sole, che si era separato allora dal resto, si sarebbero scorti gli esseri pronti a dimorarvi, ma si sarebbe percepito ancora dell’altro. Il Sole, che si era separato, sarebbe apparso non solo come una collettività di esseri spirituali, ma anche come qualcosa di eterico, appartenente alla sfera inferiore; e sarebbe apparso anche come una sostanza astrale, come una poderosa aura di luce. Ciò che si percepiva come principio di luce si sarebbe visto nello spazio cosmico come una meravigliosa aura luminosa. Ma quando l’uomo eliminò da sé quella luce, la Terra apparve improvvisamente condensata, sebbene non solidificata come nel minerale. Si opposero allora l’uno all’altro un principio buono e uno cattivo, un principio chiaro e uno tenebroso.
Ora chiediamoci: che aspetto aveva la Terra prima di eliminare la Luna? Sarebbe sbagliato immaginarcela simile alla Terra di oggi. Il nucleo della Terra di quel tempo era una massa incandescente in ebollizione e appariva come un nucleo di fuoco circondato da immense forze acquatiche, non però simili all’acqua che conosciamo oggi, perché contenevano ancora i metalli in forma liquida. In quel contesto si trovava l’uomo, ma in una forma completamente diversa da quella attuale.
Sopra tutto, non si sarebbe potuto trovare sulla Terra di allora, quando la Luna fu scissa da essa, ciò che noi conosciamo come aria. Gli esseri che vivevano allora sulla Terra non ne avevano bisogno, poiché avevano un sistema respiratorio completamente diverso. L’uomo era diventato una specie di pesce-anfibio, costituito da una materia completamente molle e liquida, e ciò che assorbiva non era aria, ma il contenuto d’acqua. Tale, all’incirca, era l’aspetto della Terra di allora, e noi dobbiamo immaginarcela a un livello molto inferiore a quello attuale. Se il Sole e la Luna non si fossero separati dalla Terra, l’uomo non avrebbe mai potuto trovare il ritmo giusto per la sua evoluzione e i mezzi per svilupparsi. Se il Sole fosse rimasto dentro la Terra, il ritmo del progresso sarebbe stato troppo rapido; se invece fossero prevalse unilateralmente le forze che ora operano dalla Luna, il ritmo sarebbe stato troppo lento. Quando questa si scisse dalla Terra, in mezzo a poderosi cataclismi, venne gradualmente preparandosi ciò che si potrebbe chiamare la separazione dell’atmosfera aerea dall’elemento acqueo. L’aria di quel tempo non era affatto uguale a quella di adesso, ma era satura di vapori di ogni genere e l'essere che si stava sviluppando era solo una specie di germe dell’uomo attuale. In seguito dovremo descrivere tutto ciò molto più precisamente.
Abbiamo dunque imparato a conoscere l’uomo in tre stati diversi: quello in cui viveva nel corpo cosmico unico, Terra + Sole + Luna, in unione con tutti gli esseri superiori; In questa condizione, lo sguardo chiaroveggente lo avrebbe percepito nel modo che abbiamo descritto. Poi lo troviamo sulla Terra e sulla Luna in condizioni molto sfavorevoli; se fosse rimasto in tali condizioni, sarebbe diventato un essere malvagio e terribilmente selvaggio. Ma quando il Sole si scisse, si stabilì un contrasto tra il Sole, da una parte, e la Terra Lunaria, dall’altra. Allora il Sole rifulgeva nello spazio come la grande aura solare nella sua gloria raggiante. Dall’altro lato rimasero la Terra e la Luna, con tutte le forze sinistre che spingevano verso il basso anche gli elementi più nobili dell’uomo. Così nacque la dualità. Successivamente subentra la Trinità. Il Sole resta Quello che è, ma la Terra si separa dalla Luna; le sostanze più grossolane ne escono, e l'uomo rimane a vivere sulla Terra.
Quando guarda indietro alla terza epoca, l’uomo percepisce le forze cosmiche come un principio triplice e si chiede: "Dove vengono da?" Nel primo periodo l’uomo era ancora in contatto con tutte le elevate forze del Sole. Quelle che si svilupparono nel secondo periodo erano uscite con la Luna, e l’uomo sentì quell’evento come una liberazione, pur serbando il ricordo della prima epoca, quando era ancora in comunione con gli esseri solari. Allora aveva imparato la nostalgia, sentendosi come un figlio diseredato. In seguito, di fronte alle forze che si erano separate, l’uomo poteva sentirsi figlio del Sole e della Luna.
Così il nostro astro cosmico, la Terra, passò, nella sua evoluzione, dall’unità alla dualità e da questa alla trinità di Sole, Terra e Luna.
All’epoca in cui la Luna si scisse e l’uomo cominciò ad avere la possibilità di svilupparsi, si dà il nome di "epoca lemurica"; e dopo che violenti cataclismi ignei ebbero concluso quel periodo, la nostra Terra gradualmente assunse una forma in cui poterono prodursi le condizioni dell’antica Atlantide. Dalle masse acquatiche emersero, molto tempo dopo la scissione della Luna, i primi principi della terra solida, e solo allora la Terra poté svilupparsi nel modo accennato. Anche durante l’Atlantide l’uomo era ancora molto diverso da ora; tuttavia, aveva già raggiunto la capacità di muoversi come una massa molle, per così dire, natante e aleggiante, popolando l’atmosfera che avvolgeva la Terra. Solo molto lentamente si formava il sistema osseo. Verso la metà dell’epoca atlantica, l’uomo aveva raggiunto uno sviluppo tale da somigliare in parte alla nostra figura attuale. Aveva però ancora una coscienza chiaroveggente; la nostra coscienza attuale, invece, si sviluppò solo molto più tardi, in epoche successive. Se dunque vogliamo comprendere l’uomo di quel tempo, dobbiamo cercare di comprendere la sua coscienza chiaroveggente, confrontandola con la nostra. Oggi l’uomo percepisce il mondo con i sensi dalla mattina alla sera. Attraverso la sua attività sensoria accoglie continuamente impressioni visive, uditive, ecc. Tuttavia, durante il sonno notturno, il mondo sensibile gli si sommerge in un oceano d’incoscienza. Naturalmente, per l’occultista questo non è in realtà uno stato d’incoscienza, ma solo un grado inferiore di coscienza. Dobbiamo renderci ben conto che l’uomo di oggi ha una coscienza duplice: quella chiara, diurna, e quella notturna o onirica. Nei primi tempi dell’Atlantide le cose stavano altrimenti. L’alternarsi di veglia e sonno avveniva in modo tale che l’uomo, per un certo tempo, si immergeva nel suo corpo fisico, senza percepire gli oggetti con i contorni netti che hanno attualmente per lui. Se ci immaginiamo di camminare d’inverno in una fitta nebbia, scorgendo i fanali avvolti da un’aura di luce di sera, possiamo farci un’idea della coscienza oggettiva che era propria agli Atlanti. Ogni cosa era avvolta da una nebbia simile; tutto era immerso nella nebbia. Questa era la visione che avevano di giorno. Di notte, invece, era tutt’altra cosa, ma comunque totalmente diversa dall’odierna. Quando l’uomo usciva dal suo corpo, non sprofondava nell’incoscienza, ma si ritrovava in un mondo di esseri divino-spirituali dotati d’un Io, che egli percepiva intorno a sé come suoi compagni. Come è vero che oggi durante la notte l’uomo non vede quegli esseri, così è vero che a quei tempi egli percepiva davvero gli esseri divini nel mare di spiritualità in cui si trovava immerso. Di giorno era in compagnia dei regni inferiori, di notte era in compagnia di esseri superiori. Così l’uomo viveva in una coscienza spirituale, sebbene crepuscolare; non era dotato di autocoscienza, eppure viveva lo stesso in mezzo a quelle entità divino-spirituali.
Ora consideriamo il succedersi delle quattro epoche della nostra evoluzione terrestre. Anzitutto, con gli occhi dell’anima, osserviamo la fase in cui Sole e Luna erano ancora congiunti con la Terra. Gli esseri di quella Terra erano esseri puri e ideali e l’uomo vi esisteva come un corpo eterico percettibile soltanto con gli occhi dello spirito. Nella seconda epoca, vediamo il Sole come un corpo a sé stante, visibile come aura, e la Luna e la Terra come un mondo del male. Poi si arriva alla terza epoca, in cui anche la Luna si stacca dalla Terra e su questa agiscono le forze risultanti da questa triade. Infine, si arriva alla quarta epoca, in cui l’uomo è ormai un essere vivente nel mondo fisico che gli appare nebulosamente, mentre durante il sonno è ancora in compagnia di esseri divini. Questa è l’epoca che termina con le immense catastrofi acquatiche: l’epoca dell’Atlantide.
Ora avanziamo d’un passo e arriviamo all’uomo dell’epoca postatlantica. L’uomo si è evoluto nel corso di molti millenni, prima percorrendo le epoche già menzionate: la paleo-indiana, la paleo-persiana, l’egizio-caldaica-babilonese, la greco-latina, e infine la nostra, in cui si svolge la quinta cultura postatlantica. Durante l’evoluzione, l’uomo ha perduto qualcosa. Che cosa ha perduto? Cerchiamo di immaginarcelo descrivendo brevemente l’Atlantide.
Cerchiamo di immaginare che cosa per gli Atlanti era lo stato di sonno. L’uomo era ancora in compagnia degli esseri spirituali, degli dèi, e percepiva davvero il mondo della spiritualità. Questa facoltà gli andò perduta dopo la catastrofe che colpì Atlantide. Intorno a lui si stesero le tenebre notturne. In compenso, però, si verificò un chiarimento della sua coscienza diurna e uno sviluppo dell’io. L’uomo si era conquistato tutto ciò, ma gli antichi dèi erano scomparsi e non erano più che reminiscenze; tutto quanto l’anima aveva sperimentato nei primi tempi postatlantici era dunque solo un ricordo dei rapporti che aveva avuto con quegli esseri divini.
Ora sappiamo che le anime sono sempre le stesse, poiché si reincarnano. Come le nostre anime hanno già vissuto nei corpi umani dell’Atlantide, così erano presenti al distacco della Luna e del Sole dalla Terra e ai primordi. L'uomo era già stato presente nella prima polvere eterica e le cinque epoche di coltura del periodo postatlantico, nelle loro concezioni del mondo e nelle loro religioni, sono reminiscenze delle epoche antiche della Terra.
Il primo periodo postatlantico, il paleo-indiano, aveva una religione che sembrava un’intima luminosità, un ripetersi interiore nelle rappresentazioni e nei sentimenti della primissima epoca, quando Sole e Luna erano ancora congiunti con la Terra e su questa dimoravano ancora gli altissimi esseri solari. Possiamo immaginare quali idee sublimi dovessero affiorare in quella cultura! Lo Spirito, che era stato unito con tutti gli Angeli, gli Arcangeli, gli spiriti e gli dèi, nonché con tutti gli esseri di ogni specie, nella nebbia primordiale del primo stadio della Terra, veniva dalla coscienza indiana riassunto come una sola Individualità, sotto il nome di Brahmā. La prima epoca di coltura del periodo postatlantico ripete, nello spirito, ciò che era già stato in precedenza; è come la ripetizione della prima epoca terrestre, osservata nella contemplazione interiore.
Nella seconda epoca di coltura, quella paleo-persiana, domina il principio di luce e tenebra. I grandi iniziati ponevano di fronte a loro due esseri, l’uno personificato nel Sole e l’altro nella Luna. Ahura Mazdao è per loro l’Ormuzd personificato, il Dio che i Persiani adoravano come la Divinità suprema. Arimane era invece lo spirito malvagio, il rappresentante di tutti gli esseri che occupavano la Terra e la Luna. La religione dei Persiani è una reminiscenza del secondo periodo terrestre.
Nella terza epoca di coltura, l’uomo si riconosceva come figlio del Sole e della Luna, in lui coesistono le forze del Sole e della Luna. Tutte le forze del Sole e della Luna si manifestano come padre e madre. Se dunque, secondo la concezione indiana, abbiamo un'unità nei primordi e una dualità dopo la scissione del Sole, che si rispecchia nella religione dei Persiani, nella concezione religiosa degli Egizi, dei Caldei, degli Assiri e dei Babilonesi troviamo la trinità, quale esisteva nella terza epoca dopo la separazione del Sole e della Luna. La trinità appare in tutte le concezioni religiose del terzo periodo e in Egitto è rappresentata dalla triade di Osiride, Iside e Oro.
Infine, ciò che l’uomo aveva sperimentato nella sua coscienza durante il quarto periodo terrestre, quando era stato compagno degli dèi, riaffiora nell’epoca di coltura greco-latina. Le divinità dei Greci non sono altro che i ricordi degli dèi di cui l’uomo era stato compagno durante l’Atlantide e che aveva veduto spiritualmente, chiaroveggentemente, come figure eteriche, quando, di notte, si sollevava dal suo corpo fisico. Come oggi l’uomo vede gli oggetti esteriori, così allora aveva visto Zeus, Atena, ecc. Tutti i suoi numi erano figure reali per lui. Ciò che l’Atlantide sperimentava e sentiva nel suo stato di chiaroveggenza, risorse per gli uomini della quarta epoca di civiltà nel Pantheon; e, come la cultura egiziana fu una reminiscenza della trinità esistita durante il periodo lemurico, così le esperienze dell’Atlantide sopravvissero come ricordo nella gerarchia divina dei Greci. Gli dèi, sotto la forza del Cristo, vediamo i periodi degli avvenimenti cosmici trovare la loro espressione simbolica nelle concezioni religiose delle diverse epoche postatlantiche. Ciò che si era svolto durante il sonno nell’antica epoca atlantica, rivisse nella quarta epoca, la postatlantica. Ora ci troviamo nella quinta cultura postatlantica. Di cosa possiamo ricordarci ora? Gli uomini della prima civiltà, gli antichi Indiani, potevano rappresentarsi il primo periodo terrestre; i Persiani il secondo, con il principio del bene e del male; gli antichi Egizi il terzo, nella loro trinità. La cultura greca, la paleo-germanica e la romana ebbero il loro Olimpo, in cui ricordavano le antiche figure divine dell’Atlantide. Poi venne l’epoca nuova, la quinta cultura. Quale può essere la sua reminiscenza? Cosa ricorda questa nostra civiltà? Nulla! Questo è il motivo per cui, in quest’epoca, l’ateismo ha potuto farsi largo, per tanti riguardi, e perché essa debba guardare, non verso il passato, ma verso l’avvenire. La quinta epoca deve guardare al futuro in cui tutti gli dèi dovranno risorgere. Fu la riunione con la parata nel tempo, in cui intervenne la dea da sola a agire con tanta forza da poter ridare all’uomo una coscienza del Divino. Le immagini divine della quinta epoca non potevano essere reminiscenze; gli uomini di questa epoca devono guardare avanti, verso il futuro; allora soltanto la vita potrà ridiventare spirituale. Nella quinta epoca del periodo postatlantico, la coscienza deve diventare apocalittica.
Ieri abbiamo osservato i nessi delle culture del periodo postatlantico; oggi abbiamo notato come gli eventi cosmici si rispecchino nelle concezioni religiose di tali epoche.
La nostra quinta cultura si trova a metà strada, perciò deve guardare avanti e, prima di tutto, deve comprendere pienamente il Cristo. Poiché le nostre anime sono profondamente intrecciate in concatenazioni misteriose, vedremo come il ripetersi della cultura egiziana nella nostra ci darà un appiglio grazie al quale potremo fare il passo necessario per avviarci verso il futuro.
Ieri abbiamo parlato della misteriosa connessione tra gli stati primitivi dell'evoluzione della nostra Terra e le varie concezioni del mondo delle colture che si susseguono nel periodo postatlantico. Ciò che è emerso è che, quando la catastrofe atlantica trasformò la faccia della Terra, in India sorse una primordiale civiltà sacra, che possiamo chiamare pieviedica, la quale, nel primo periodo di coltura postatlantica, mostrò nella sua poderosa concezione filosofica un’immagine (riflessa dei fatti svoltisi in un remotissimo passato, all’inizio dell’evoluzione terrestre, quando Sole, Luna e Terra erano ancora riuniti. Ciò che nel primo periodo postatlantico i prescelti contemplarono in ispirito non era se non una forma spirituale, afferrata con lo spirito, di ciò che era stato realtà al principio dell’evoluzione del nostro pianeta. Abbiamo anche visto che il secondo stadio della Terra (quello in cui il Sole si era scisso, mentre la Terra e la Luna formavano ancora un corpo solo) e la singolare contrapposizione di due mondi che gli era stata propria, riapparve nel secondo periodo di coltura, il paleo-persiano, come sistema filosofico-religioso, nel contrasto tra il principio di luce dell’aura solare e il principio della tenebra, tra Ormuzd e Arimane. Il terzo dei grandi periodi di coltura, l’egizio-babilonese-assiro, è un riflesso spirituale di quanto accadde quando Terra, Sole e Luna si separarono in tre corpi distinti. Abbiamo infatti già accennato al fatto che nella trinità di Osiride, Iside e Oro si riflette la triade stellare della terza epoca della Terra, la trinità di Sole, Terra e Luna. Come abbiamo già detto, tale scissione era avvenuta nell’epoca lemurica, alla quale era seguita l’epoca atlantica, il quarto stadio d’evoluzione della nostra Terra, in cui regnavano condizioni di coscienza totalmente diverse da quelle odierne. Grazie a queste diverse condizioni di coscienza, l’uomo viveva insieme agli dèi che conosceva e che in seguito furono denominati: Wotan, Baldur, Thor, Zeus, Apollo, ecc. Questi erano tutti esseri che l’uomo atlantico poteva percepire con la sua chiaroveggenza e la ripetizione di questa veggenza spirituale dell’epoca atlantica si ritrova nei ricordi dei popoli greco-latini, così come in quelli del nord d’Europa. Si trattava del ricordo delle esperienze fatte in condizioni di coscienza diverse; Zeus, Wotan, Marte, Era, Atena, ecc. erano reminiscenze delle antiche figure spirituali che avevano popolato il mondo primordiale. La quarta epoca di coltura è dunque caratterizzata dalla presenza di elementi che riflettono quanto si era svolto nell’evoluzione terrestre durante l’epoca atlantica. In primo luogo, dobbiamo approfondire la conoscenza delle antiche culture dell’umanità: l’indiana, la persiana e l’egizia. Se vogliamo farci un’idea delle esperienze di quel periodo e dell’elemento religioso che caratterizzava le antiche culture, dobbiamo considerare che tanto gli esponenti più importanti di quegli antichi popoli quanto gli illuminati veggenti e profeti erano tutti discendenti di coloro che avevano vissuto durante il periodo atlantico. Ciò che aveva costituito la cultura atlantica non era perito totalmente subito dopo la grande catastrofe, bensì si era venuto via via trasmettendo all’epoca nuova. Per comprendere appieno le anime dei primi uomini postatlantici, dobbiamo cercare di immergerci nella vita animica degli ultimi Atlanti.
Nell’ultimo periodo dell’epoca atlantica, gli uomini differivano notevolmente gli uni dagli altri. Gli uni avevano conservato in alto grado le facoltà chiaroveggenti che non erano affatto scomparse improvvisamente, ma esistevano ancora in molti di coloro che partecipavano alle grandi migrazioni dall’ovest all’est, mentre in altri erano già venute meno. C’erano uomini più progrediti e alti, rimasti indietro, ed è ovvio che, data la via che percorreva l’evoluzione, appunto i meno progrediti fossero meglio in grado di usare la chiaroveggenza, perché si erano in certo modo arrestati, conservando le antiche facoltà degli Atlanti. I più avanzati erano coloro che per primi avevano conquistato la percezione fisica del mondo e una visione diurna già più simile alla nostra; di notte, non riuscivano più a vedere il mondo spirituale chiaroveggentemente, mentre di giorno, durante lo stato di veglia, vedevano gli oggetti sempre più distinti e nettamente delineati. Fu proprio quel piccolo gruppo di uomini di cui abbiamo già parlato, guidato da uno dei grandi iniziati, anzi dal più grande di tutti, detto il Manu, e dai suoi discepoli, a essere condotto fin nel fondo dell’Asia, da dove poi diffuse la sua influenza sugli altri paesi civili. Questo popolo, primo fra tutti gli altri ad aver perduto il dono dell’antica chiaroveggenza a causa delle condizioni ordinarie della vita, era composto dagli uomini più progrediti di quei tempi, per i quali emergeva con sempre maggiore chiarezza la coscienza diurna, la visione degli oggetti fisici con i loro limiti ben definiti. Questo popolo era stato condotto lontano nell’Asia dalle sue guide affinché potesse vivere isolato, separato dagli altri; altrimenti sarebbe venuto troppo in contatto con i popoli che avevano conservato l’antica chiaroveggenza. Solo rimanendo per un certo tempo separato dagli altri, quel popolo poteva sviluppare un nuovo modo di essere umano. Nell’Asia centrale venne fondata una colonia da cui le grandi correnti culturali si sarebbero irradiate verso i diversi popoli.
Fu l’India settentrionale la prima a ricevere da quel centro la nuova corrente di cultura. Altre, pure considerevoli, migrazioni erano già avvenute, a misura che nuovi tratti di suolo solidificato emergevano dal mare, e le schiere dei nomadi li avevano popolati. Così il gruppo umano inviato da quella colonia asiatica dovette mischiarsi con altri, tutti però più arretrati di quello guidato dal Manu. Negli altri popoli si trovavano ancora molti uomini che avevano conservato l’antica chiaroveggenza. Gli iniziati di quel tempo fondavano le loro colonie in modo completamente diverso da come si fa oggi. Essi sapevano di doversi regolare secondo lo stato delle anime di coloro che dimoravano nei paesi da colonizzare; i messaggeri non imponevano la propria volontà, ma tenevano conto di ciò che trovavano. In questo modo, creavano un equilibrio e rispettavano i bisogni dei primi abitanti, tenendo conto delle religioni basate sui ricordi dei tempi passati e sulle antiche disposizioni chiaroveggenti. Perciò era naturale che solo in un numero esiguo di individui più progrediti si formassero delle rappresentazioni pure, mentre nelle masse si verificava una sorta di compromesso tra le concezioni dell’antica Atlantide e quelle postatlantiche. Perciò, in tutte le popolazioni di quei paesi, in India, in Persia, in Egitto, dovunque andavano nascendo le diverse culture postatlantiche, troviamo, nei substrati, concezioni religiose culturalmente arretrate per quei tempi, le quali non erano se non propaggini delle antiche rappresentazioni atlantiche. Per cercare di comprendere la sostanza di quelle religioni popolari e farcene un’idea, cerchiamo di penetrare nelle anime delle ultime popolazioni atlantiche. Ricordiamo che nell’epoca atlantica l’uomo, di notte, non era incosciente, ma percepiva come di giorno, se per quei tempi è lecito parlare di giorno e di notte. Solo che, di giorno, egli aveva come un primo albore di ciò che oggi per noi è il chiaro mondo delle percezioni sensorie, mentre di notte era in compagnia di esseri divino-spirituali. Egli non aveva bisogno di dimostrazioni per credere nell'esistenza degli dèi, esattamente come noi non abbiamo bisogno di prove per credere nell'esistenza dei minerali. Gli dei erano i suoi compagni; egli stesso, di notte, era un essere spirituale e si muoveva con il suo corpo astrale e il suo Io nel mondo spirituale; era uno spirito e incontrava esseri a lui congeneri. Naturalmente, non incontrava solo gli esseri spirituali superiori, ma anche spiriti inferiori a quelli che più tardi si conobbero come Zeus, Wotan, ecc.; questi erano solo i più eletti fra gli altri, come possono essere oggi i re e gli imperatori che molti non vedono eppure sanno che esistono. In quello stato, generale per tutti gli uomini, anche quando di giorno si era coscienti, gli oggetti circostanti erano percepiti in modo diverso; anche la coscienza diurna degli Atlanti era diversa da quella d’oggi, e noi dobbiamo cercare di comprenderla.
Abbiamo descritto come gli esseri divini sparissero alla vista dell’uomo quando, al mattino, si immergeva nel suo corpo fisico e gli oggetti gli apparivano come avvolti nella nebbia. Ma la visione di tali oggetti aveva ancora un’altra proprietà singolare che dobbiamo cercare di comprendere. Pensiamo che una di quelle anime si avvicinasse a uno stagno; essa non ne avrebbe veduta l’acqua nettamente circoscritta come oggi, ma, semplicemente rivolgendovi la propria attenzione, nell’avvicinarsi allo stagno, sarebbe sorto in lei il sentimento di assaporare ciò che le stava davanti fisicamente, di sentire il sapore di quell'acqua, pur senza berla. Basta guardarla per percepire il suo gusto: è dolce o salata. Si trattava di qualcosa di completamente diverso da ciò che sperimentiamo oggi quando vediamo dell’acqua: noi ne vediamo solo la superficie, ma non riusciamo a penetrare all’interno. In passato, quando l’uomo aveva ancora la chiaroveggenza crepuscolare, avvicinandosi allo stagno non lo percepiva come estraneo, ma ne penetrava le qualità come per unificarsi con esso. Se ci fossimo imbattuti in un blocco di sale, avvicinandoci se ne avrebbe sentito il sapore. Oggi dovremmo prima assaggiarlo; allora il sapore ci arrivava attraverso la semplice visione del sale. L’uomo era come inserito in un tutto e percepiva le cose come animate. Percepiva, per così dire, le entità che conferivano alle cose il loro sapore salato. Per lui tutto era animato: l’aria, la terra, l’acqua, il fuoco; tutto gli rivelava qualcosa; l’uomo poteva prolungare il proprio sentire fino in fondo agli oggetti, fino al loro essere più intimo. Non esisteva allora un oggetto privo di anima per la coscienza umana; ogni cosa era percepita con simpatia o antipatia, perché se ne percepiva l’interiorità.
I ricordi di tali esperienze primitive sopravvissero a lungo in ogni luogo. Le popolazioni che i colonizzatori trovarono nell’antica India erano animate da un tale rapporto col mondo e sapevano che nelle cose vivevano delle anime; si credeva persino che si potesse scorgere la loro qualità. Rappresentiamoci esattamente tale rapporto animico con le cose. L’uomo che percepisce il sapore dell’acqua mentre si avvicina allo stagno e vede un essere che dà all’acqua il sapore, può incontrarlo durante la notte quando si sdraia accanto all’acqua e si addormenta. Di giorno ne vedeva la parte materiale, mentre di notte vedeva ciò che la compenetrava di vita. Di giorno vedeva gli oggetti: pietre, piante, animali; sentiva soffiare il vento e scrosciare l’acqua. Di notte, vedeva nel proprio interno, nella sua vera forma, ciò che aveva percepito di giorno; vedeva gli spiriti che animavano tutte le cose. Quando affermava che nei minerali, nelle piante, nell’acqua, nelle nuvole e nel vento vivono spiriti, non si trattava per lui di una semplice invenzione poetica, non erano fantasie, ma cose che poteva realmente percepire. Tanto in fondo dobbiamo scendere in quelle anime per comprenderle! Allora si comprende quale assurdo sia il parlare, come fanno oggi taluni scienziati, di quel Vanimismo che spingerebbe la fantasia popolare ad animare e personificare tutte le cose. Una tale fantasia popolare non esiste e chi conosce davvero il popolo non ci crede. Come un bambino che si urta contro la tavola e la picchia perché la crede animata, così, secondo alcuni, il primitivo uomo fantasticava di un'anima in ogni cosa. Questo paragone è stato ripetuto più e più volte. Certo, si tratta di un gioco della fantasia, ma non del popolo, bensì degli scienziati che si sono inventate certe cose. Coloro che in tempi primordiali vedevano tutto animato non sognavano, ma raccontavano ciò che avevano realmente percepito.
Residui di tali percezioni riemersero, come si evince dalle tradizioni degli antichi popoli. Anche il bambino non vede la tavola come qualcosa di animato; non sente ancora in sé l’anima, perciò la considera un pezzo di legno. Poiché si sente ancora privo d’anima, si pone allo stesso livello del ceppo o della tavola e li picchia. I fatti sono esattamente all’inverso di come sono descritti nei libri. In India, in Persia, in Egitto, in Grecia o altrove, le rappresentazioni sopra descritte sono presenti ovunque; e in tali rappresentazioni fu riversato ciò che di cultura portavano gli antichi iniziati.
Nell’antica India la civiltà fu diretta dai Rishi. Cerchiamo di capire che cosa diede origine a tali figure, tanto importanti per la cultura indiana antica. Sappiamo che in tutti i tempi vi furono delle «Scuole di Misteri» dove coloro che potevano sviluppare le proprie facoltà spirituali imparavano a guardare a fondo l’universo e risvegliavano le facoltà sopite nella propria anima, per arrivare a percepire i nessi spirituali tra le cose. Da tali Scuole di Misteri si irradiarono per ogni dove gli impulsi spirituali delle varie culture. Per comprendere la natura degli iniziati, è opportuno concentrare l'attenzione sull'epoca postatlantica, in cui la loro essenza risulta più comprensibile; tuttavia, anche nell'epoca atlantica sono presenti Scuole di iniziati, e per analizzarle in modo approfondito, è necessario esaminare il metodo di una Scuola iniziatica dell'antica Atlantide. Allora gli stati di coscienza erano quali li abbiamo descritti e la forma fisica umana era ancora completamente diversa da quella attuale. Se risaliamo alla prima metà dell’epoca atlantica, troviamo l’uomo già costituito di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, ma il corpo fisico era ancora tutt’altro dall’attuale. Possiamo forse paragonarlo ai corpi di certi animali marini, come i pesci trasparenti che non si vedono, ma che si potrebbero toccare, e che sono già permeati da linee direttrici che risplendono qua e là. Il corpo fisico umano era allora molto più molle, totalmente privo di ossa e presentava qualche primo accenno cartilaginoso; nel complesso, la sua forma era ancora del tutto diversa da quella attuale. Il corpo eterico era l’elemento costitutivo più importante dell’uomo; era straordinariamente grande (mentre la grandezza del corpo fisico era circa quella attuale) e si differenziava, nei singoli individui, in quattro tipi fondamentali. Una parte degli uomini mostrava una di queste figure, un’altra parte un’altra. Noi le troviamo conservate nei nomi dei quattro animali apocalittici: toro, leone, aquila e uomo. Tuttavia, non dobbiamo immaginare tali figure perfettamente uguali agli animali odierni corrispondenti a quei nomi; solo l’impressione che esse facevano somigliava a quella che oggi fanno su di noi quegli animali. Le immagini del Leone, del Toro, dell’Aquila e dell’Uomo possono far comprendere le impressioni che producevano quei corpi eterici. Gli uomini che apparivano dotati di una forza potente di riproduzione o di un appetito formidabile si paragonavano, ad esempio, al Toro; gli uomini che, al contrario, vivevano già maggiormente nello spirito e si sentivano a disagio nel mondo fisico erano gli Uomini-Aquila. Altri ancora, che nel loro corpo eterico erano simili al corpo fisico attuale, mostravano una forma più umana. Naturalmente, nel singolo individuo non era rappresentato solo un tipo; in ciascuno esistevano, come disposizione, tutti e quattro, ma l’uno dominava sugli altri. Tale era dunque la costituzione dei corpi eterici della popolazione atlantica. Inoltre, il corpo astrale era particolarmente potente, ma non ancora sviluppato, e l’io era ancora totalmente separato dall’uomo. Gli uomini avevano allora un aspetto del tutto diverso da oggi; la media normale dell’umanità di quel periodo era quale l’abbiamo descritta, eccettuati alcuni individui precoci che assunsero già prima una figura simile alla nostra.
Le cose stavano diversamente per coloro che, essendo già molto più avanzati, erano discepoli dei Misteri e aspiranti all’iniziazione dell’antica Atlantide. Entriamo ora in spirito in una di quelle Scuole e cerchiamo di osservare ciò che il Maestro insegnava; e, anzitutto, vediamo che cosa era veramente il Maestro stesso.
Chi incontrasse oggi un iniziato, non potrebbe riconoscerlo dal suo aspetto esterno. Infatti, dopo l’evoluzione del corpo fisico fino al punto attuale, l’iniziato, che deve pur vivere in un corpo, si distingue, nei riguardi del fisico, dagli altri uomini, solo per certe differenze assai sottili. Il loro corpo eterico, gigantesco, era in confronto il corpo fisico, piccolo e informe, una goffa massa e sostanza animalesca. L’iniziato si distingueva per la sua maggiore somiglianza fisica con la figura umana attuale; aveva il volto simile al nostro e il cervello anteriore come la media degli uomini d’oggi. Gli iniziati avevano già un cervello molto sviluppato per quei tempi, mentre negli altri uomini non lo era affatto. Essi, secondo metodi determinati, dirigevano le loro scuole, dove accoglievano come discepoli coloro che si mostravano più idonei e maturi.
C'è però una cosa particolare da tenere a mente se vogliamo comprendere quanto diremo in seguito. Man mano che l’evoluzione progrediva, il dominio dello spirito umano sul corpo fisico si indeboliva sempre più, fino a ridursi, ai giorni nostri, a un minimo. Sebbene l’uomo moderno possa muovere braccia e gambe, pedalare in bicicletta e controllare la propria fisionomia e, in certo grado, anche il proprio corpo, tutto ciò non è che un meschino ultimo residuo del dominio sul corpo fisico che l’uomo possedeva durante l’epoca atlantica. All'epoca, il pensiero e il sentimento esercitavano un influsso assai maggiore sul corpo fisico. Se oggi qualcuno pensa lo stesso pensiero per settimane, mesi e persino anni, ciò non influirà sul corpo eterico, tranne in pochi casi eccezionalissimi. Ad esempio, è molto raro che con una meditazione si possa agire oggi sul corpo fisico. Se oggi si riuscisse a rendere più prominente un fronte sfuggente, vale a dire a spostare le ossa frontali, sarebbe già un risultato enorme; infatti, il caso che ciò avvenga è oggi rarissimo e occorrerebbe un’energia immensa perché il pensiero potesse agire sul corpo fisico. È già più facile agire sulla circolazione del sangue e sul respiro, ma anche questo è ancora molto difficile. Invece il pensiero può già agire sul corpo eterico e, nella prossima incarnazione, tale azione sarà stata così forte da modificare le condizioni esteriori del corpo. Oggi dobbiamo tenere a mente che non lavoriamo per una sola incarnazione, ma per molte future; che l’anima è eterna e ritorna sempre.
Le condizioni erano affatto diverse nelle antiche scuole d’iniziazione.
dell'organismo in modo da farlo evolvere verso una forma scuola d’iniziazione. Là il dominio del pensiero influiva sul corpo fisico e lo modificava in tempi relativamente brevi. Il discepolo dei Misteri sviluppava il suo
pulso giusto e senza che egli stesso avesse bisogno di diventare sempre più umano. Si poteva scegliere anche tra gli uomini comuni chi avrebbe dovuto diventare un futuro discepolo; bastava dargli l’imprinting.
Gli si insegnavano certi pensieri, ponendogli dinanzi una determinata figura spirituale, una forma di pensiero nella quale egli doveva immergersi costantemente. Che cosa doveva pensare e meditare il discepolo, per una sorta di suggestione, inserendo nella forma di immagine? Che cosa doveva pensare e meditare il discepolo?
Descrivendo rapidamente l’evoluzione, abbiamo già accennato allo stato primordiale della Terra e menzionato una figura luminosa proiettata nella polvere cosmica originaria. Se si fosse guardato chiaroveggentemente un atomo di quella polvere, se ne sarebbe vista emergere l'immagine archetipica dell’uomo attuale; non l’immagine dell’uomo antico o dell’uomo dell’epoca atlantica, bensì l’immagine dell’uomo d’oggi. Proprio questo archetipo umano, che emerge dal seme primordiale, l’iniziato atlantico evocava dinanzi all’anima dei suoi allievi, e su questo il discepolo doveva meditare. Dunque, la figura umana, intesa come forma di pensiero, con tutti gli impulsi e i sentimenti che suscitava, veniva presentata al discepolo come oggetto di meditazione. Che si trattasse del tipo Leone o di un altro tipo, il discepolo veniva ugualmente guidato a tenersi davanti come ideale l’immagine-pensiero dell’uomo che sarebbe dovuto diventare nell’epoca postatlantica. Egli doveva desiderare questo pensiero: «Il mio corpo fisico deve diventare simile a quest’immagine». Con le forze emananti da questa immagine, si agiva sul corpo del discepolo in modo che esso finisse col differenziarsi da quello degli altri uomini; talune parti ne venivano modificate, così che, via via, esso veniva a somigliare sempre più all’uomo odierno.
Così, guardiamo indietro a segreti meravigliosi, ai Misteri dell’epoca atlantica, e ci colpirà il fatto che, comunque gli uomini fossero costituiti, davanti al loro animo si librava un’immagine che era già esistita spiritualmente quando il Sole era ancora unito alla Terra. Tale immagine apparve sempre più come il significato della Terra, come ciò che ne sta alla base spiritualmente. Non si trattava della figura particolare di questa o quella razza, ma dell’ideale generale di tutta l’umanità.
Davanti a quest’immagine, il discepolo sentiva: «I sommi esseri spirituali hanno voluto quest’immagine per stabilire l'unità nel genere umano. Questa immagine rappresenta il significato di tutta l’evoluzione terrestre, per la realizzazione della quale il Sole si è separato dalla Terra, così come la Luna. Così l’uomo poté diventare uomo; l’Uno che alla fine apparirà come l’alto ideale terreno».
In tale sommo ideale fluivano i sentimenti che animavano il discepolo durante la meditazione.
Tutto ciò avveniva circa alla metà dell’epoca antica e dovremo studiare come questa immagine, che nella meditazione poneva dinanzi al discepolo la figura umana, si trasformasse in qualcos’altro che venne poi portato in salvo attraverso il cataclisma atlantico. Questo concetto si ritrovò nell’insegnamento impartito dagli iniziati in India antica, sintetizzato nel primordiale santo nome di Brahm. Quando l’antico iniziato indiano parlava di Brahma, intendeva ciò che la divinità universale aveva voluto donare alla Terra. Da qui scaturirono più tardi l’insegnamento di Zoroastro e la saggezza egiziana.
Ieri abbiamo concluso le nostre considerazioni accennando a un avvenimento di fondamentale importanza per la vita interiore e la vera vita spirituale dell’uomo. Abbiamo cercato di far emergere l’impressione che l’iniziando atlantico aveva avuto all’inizio dell’ultimo terzo dell’epoca atlantica, ovvero quell’ideale figura dell’uomo, quell’immagine di pensiero sulla quale egli doveva concentrarsi nella meditazione, riempiendone tutta la propria vita di rappresentazione, sentimento e volontà. Quell’immagine di pensiero doveva diventare sempre più il modello dell’uomo futuro.
Ora dobbiamo porre spiritualmente dinanzi ai nostri occhi l’aspetto approssimativo di quell’immagine che era piuttosto dissimile da quella dell’uomo d’oggi. Immaginiamo una figura duplice, di cui è chiaramente visibile solo la parte superiore, e avremo l’immagine sensibile-sopra-sensibile che appariva allora agli occhi dell’iniziando immerso in meditazione. Quell’immagine (ed è appunto importantissima la circostanza che l’iniziando avesse dinanzi a sé, nella propria interiorità, una specie di figura umana) aveva un impatto così forte che l’aspirante alla iniziazione poteva davvero rendere il suo corpo fisico sempre più simile ad essa. Dopo essersi preparato a dovere, l’immagine gli appariva in modo vivente, e lui doveva dirsi: «Mentre contemplo questa figura, mi trasferisco nello stato primordiale dell’evoluzione terrestre, quando Terra, Luna e Sole non si erano ancora separati. Allora la Terra era costituita dall’atomo primordiale, e in esso il chiaroveggente poteva vedere l’immagine che ora sorge dinanzi a me». Questa immagine esisteva già nei primordi della Terra, quando ancora non esistevano forme animali, vegetali o minerali. Allora la Terra era costituita esclusivamente dall’atomo umano, dall’uomo nuovamente risvegliato alla vita. È vero che già durante il periodo lunare della Terra si erano formati i primi germi degli animali, ma sappiamo che quando un sistema planetario scompare, esso entra nel Pralaya, quel periodo in cui tutte le forme esistenti vengono dissolte. Sebbene l’antica Luna fosse già stata popolata di forme animali, la Terra non ebbe subito da principio animali e piante, bensì solo più tardi; gli animali comparvero solo dopo la scissione del Sole. Nei suoi primordi la Terra era solamente l’Uomo. L’iniziando contemplava quello stato primordiale e nell’atomo archetipico vedeva l’immagine ideale dell’uomo. Egli doveva chiedersi: «Mentre mi trasferisco ai primordi della Terra, l’immagine, la forma ideale dell’uomo che contemplo mi dice che la Divinità opera da un’eternità all’altra; essa si è effusa in queste forme e con il suo alito ha creato la forma umana archetipica. Ma, si chiedeva, dove sono andati gli animali, le piante e gli altri esseri? ».
Nello spirito, l’iniziando vedeva la forma archetipica dell'uomo e, accanto a essa, scorgeva gli animali e le piante, figure secondarie sorte solo più tardi. L’iniziando atlantico vedeva nella figura umana tutti i regni inferiori che popolano la Terra. Ce ne faremo un'idea ricordando come sia sorto il carbone fossile. Pensiamo alle grandi foreste vergini che prima erano viventi e che ora sono diventate carbone fossile; esse sono rimaste indietro, passando da un regno superiore a uno inferiore. Le piante si sono indurite, sono diventate pietra.
Così l’iniziando atlantico vedeva uscire dalla forma umana tutti i regni circostanti e tale impressione, magicamente suscitata davanti all'anima dell’uomo in quel lontano passato, venne poi conservata nel ricordo attraverso l’epoca del diluvio, dopo la quale gli antichi iniziatori dell’India rievocavano ancora nell’anima dei discepoli l’immagine dell’uomo archetipico creato dal soffio dello Spirito eterno. Quando il discepolo indiano aveva davanti a sé quell’immagine, sentiva che tutto era sorto da lì; sentiva che quanto in essa scorreva come sangue si era trasmutato nelle acque terrestri, ecc. L’immagine si allargava così fino a diventare il fondo primordiale dell’universo. Allora egli si sentiva dire: «Due cose tu devi ricavare da quest'immagine: in primo luogo l’archetipo stesso e, inoltre, ciò che, nel contemplare l’immagine, ti si è illuminato dentro come essere interiore. Fuori il macrocosmo e, dentro, ciò che tu, in certo modo, ne senti in te come estratto: il microcosmo».
Quando poi i Greci, durante le spedizioni di Alessandro Magno, penetrarono in India e udirono gli ultimi echi di quanto i discepoli avevano percepito in passato, si dissero: «Quando il discepolo contempla l’uomo diffuso nel macrocosmo, egli ha dinanzi a sé Eraclito». L’Indiano chiamava Vha le forze che vivono nell’universo, ma chiamava Bhahman la quintessenza di quelle forze dentro l’uomo. Così i Greci ricevevano gli echi delle esperienze che si erano svolte nell’anima dei discepoli durante la sacra cultura indiana di antichissima origine. Questo era il frutto della spedizione dei Greci in India, sotto Alessandro Magno.
Fu proprio da tale sentimento fondamentale che si sviluppò l’antichissima sacra dottrina iniziatica, che appare come un calco spirituale dello stato primordiale della Terra, quando essa conteneva ancora in sé le forze solari e le sublimi entità a cui gli uomini provarono più tardi una nostalgia profonda. Si trattava dunque di un elevatissimo sentimento di vita spirituale che il discepolo provava ricevendo l’iniziazione e facendo vivere in sé ciò che s’intende per Brahma. Si verificava un processo inimmaginabile di elevazione a mondi sublimi e solo elevandosi a tali mondi era possibile essere iniziati e raggiungere una vera veggenza. Il mondo che ci circonda è quello fisico; intorno a esso fluttua il mondo astrale; più in alto si trova il mondo dei Deva, il mondo divino, e nelle regioni supreme del Devachan il discepolo veniva rapito allo scopo di poter percepire nel macrocosmo il Brahman, il Sé archetipico. Il discepolo si trovava allora nel mondo degli dèi, da cui ha origine tutto ciò che di più nobile l’uomo possiede. Era il regno della più perfetta armonia, dove era possibile attingere a una conoscenza abbondante. Infatti, quanto abbiamo già accennato non era tutto.
Ma prima di descrivere altro, dobbiamo imparare a conoscere qualcosa anche dei Maestri. Abbiamo già spesso menzionato i santi Rishi, gli originari fondatori dell’antichissima sacra cultura indiana, i quali, a loro volta, avevano avuto un Maestro, lo stesso Manu. Ma chi erano questi sette grandi Maestri dell’antica India? Per comprenderli, dobbiamo ancora una volta soffermarci sul macrocosmo. Dobbiamo renderci conto che quanto percepiamo con i sensi fisici è una conseguenza dello spirito. Se spiritualizziamo tutto ciò che ci circonda, possiamo paragonarlo a un’immensa nebbia primordiale. Questa nebbia si addensò sempre più, poi si condensò e da essa emersero i diversi corpi celesti: il Sole, la Luna e la Terra.
A seguito delle scissioni di cui abbiamo già parlato, si formarono Saturno, Giove, Marte, Venere e Mercurio. Perché si separarono questi pianeti? Lo comprenderemo se consideriamo che nell’universo grande avviene qualcosa di analogo a quanto accade nella nostra vita quotidiana. Non solo gli studenti delle scuole superiori a volte devono ripetere l’anno; anche nel grande cosmo vi sono esseri che non riescono a raggiungere la meta loro assegnata e rimangono indietro. Un gruppo di alti esseri non riuscì ad adattarsi al ritmo d’evoluzione della Terra e, per questo motivo, ne trasse fuori le sostanze più fini con le quali si formò il Sole come dimora. Questi erano gli esseri più evoluti di tutti gli altri connessi alla nostra evoluzione. Anche loro, però, avevano seguito un loro percorso evolutivo. A un certo punto, vi furono esseri che stavano per diventare spiriti solari e altri che non riuscirono a tenere il passo dei primi, nonostante fossero più avanzati dell’uomo. Non riuscirono a uscire insieme al Sole, altrimenti sarebbero stati inceneriti. D’altro canto, erano troppo nobili per la Terra, perciò ne trassero fuori, per sé, le sostanze speciali, corrispondenti alla loro natura, che per finezza stavano in mezzo tra il Sole e la Terra, e con queste sostanze si formarono la propria dimora, tra il Sole e la Terra. Così avvenne la formazione di Venere e Mercurio. Abbiamo dunque qui due gruppi di esseri che non si erano elevati altrettanto rispetto a quelli solari, ma che erano più avanzati degli uomini. Divennero spiriti di Venere e spiriti di Mercurio, e diedero origine a questi due pianeti. Già in precedenza, per altre ragioni, si erano formati Marte, Giove e Saturno che, a loro volta, erano divenuti dimore adatte per altri esseri. La causa dell’origine dei pianeti risiede dunque negli esseri. Tuttavia, non dobbiamo credere che queste entità, che popolano i diversi corpi celesti del sistema solare, non siano in connessione con gli abitanti della Terra. Dobbiamo comprendere che i limiti fisici non sono limiti reali e che, anche oltre tali limiti, gli esseri degli altri corpi celesti hanno la possibilità di esercitare influssi magici sulla Terra. Così, gli influssi degli spiriti del Sole, di Marte, di Giove, di Saturno, di Venere, di Mercurio, ecc. si esercitano fin dentro di essa. Quelli di questi ultimi due pianeti sono più vicini al nostro e, dopo l’uscita del Sole dalla Terra, aiutarono gli uomini a prepararla così come la vediamo oggi.
Vorrei far notare che, nella denominazione dei pianeti, è avvenuto uno scambio che può dar luogo a dei malintesi: nell'occultismo, si è sempre chiamato «Mercurio» quello che oggi l’astronomia chiama «Venere» e viceversa. Gli astronomi non sanno che alla base di tale scambio stanno dei segreti esoterici che non si volevano rivelare e per celare i quali si ricorse appunto all’invertimento delle relative denominazioni.
Dunque tutti gli spiriti degli altri pianeti agiscono sulla Terra e da tutti i pianeti s’irradiano influssi sull’uomo. L’immagine umana nel seme primordiale della Terra era una condensazione dello stato in cui la Parola primordiale era esistita sul Saturno. Che cosa era dunque avvenuto?
La Parola divina, l’uomo primordiale, si era andata avvolgendo di involucri sempre nuovi e tutto dipendeva dagli involucri che la Parola assumeva nell’evoluzione terrestre. Il discepolo sapeva che nulla si ripete identico nell’universo e che ogni pianeta ha la sua missione. A ciò che sul Sole vedeva configurarsi come vita, a ciò che sull’antica Luna era stato instillato come sapienza nei sostrati di tutte le cose, seguì, sulla Terra, ciò che costituisce il compito, la missione di questa, vale a dire sviluppare l’amore. Sull’antica Luna l’amore non esisteva ancora. Così, l’immagine primordiale dell’uomo, che sul pianeta precedente era stata in una forma molto più spirituale, ma anche molto più fredda, si rivestì ora di un caldo involucro astrale; ed è questa parte che, sulla Terra, rese la vita interiore dell'uomo capace di sviluppare l’amore dalla sua forma inferiore fino alla più alta.
All’iniziando indiano la forma umana, l’immagine dell'uomo, diveniva percettibile nel Devachan superiore. Poi, nel Devachan inferiore, essa si avvolgeva di un involucro astrale che aveva in sé le forze per sviluppare l’amore. A questa forza d'amore, che gli induisti chiamano Eros, gli egizi la chiamavano Io. Così Kama acquista un senso per l’evoluzione della Terra. La Parola divina, Brahman, si rivestì di Kama e, attraverso di esso, risuonava al discepolo la Parola primordiale. Kama era la veste dell’amore, la veste della parola primordiale Vha, alla base della parola vox. Così, nel suo intimo, il discepolo sentiva che la parola di Dio si era avvolta in una veste astrale d’amore, ed egli si diceva: «L’uomo, che oggi consiste di quattro arti: il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’io, ha come arto più alto l’io. Questo Io è disceso nell’involucro d’amore e si è formato Kama-Manas, l’intimo essere dell’uomo. Ma noi sappiamo che da questo intimo essere si svilupperanno tre arti superiori che trasformeranno quelli inferiori, persino il corpo fisico. E come dall’involucro astrale sorge Manas, e come a Kama, a un livello superiore, corrisponde Budhi, quando il corpo fisico sarà totalmente spiritualizzato, esso sarà Atma. Tutto ciò era già contenuto in germe nel Vha, come un verso dei Veda ricorda ancora, quando il discepolo esprimeva il mistero dell’essere interiore più intimo. Sappiamo che il corpo fisico è stato generato su Saturno, il corpo eterico sul Sole e il corpo astrale sulla Luna, mentre l’Io si è sviluppato appena sulla Terra; tuttavia, il vero germe archetipico dell’uomo, la Parola primordiale Vha, conteneva già in sé anche i tre arti seguenti. L’uomo è ancora in attesa dei tre arti superiori; soltanto quando li avrà, egli sarà un’immagine fedele della Parola creatrice, della Parola primordiale. Il discepolo doveva riconoscere che solo all’iniziato poteva essere rivelata la vera natura del corpo fisico, del corpo eterico e del corpo astrale. Oggi l’uomo è se stesso soltanto quando pronuncia "Io sono", intendendo con ciò ciò che è proprio e solo in questo modo egli è completamente uomo. Gli altri tre arti sono pure manifesti,
In quelli, invece, egli è ancora inconscio. Nel quarto, invece, il Vha è diventato manifesto. «Nel quarto parla l’uomo!» Questo era il detto del Veda. Quando risuona la parola dell’io, risuona la quarta parte del Vha. Il verso del Veda diceva: «Quattro frazioni del Vha sono manifeste; tre sono già visibili, tre sono oggi ancora celate, nella quarta parla l’uomo».
Abbiamo qui una mirabile descrizione di ciò che abbiamo esposto così spesso; e ciò stava dinanzi allo sguardo spirituale del discepolo. Questi veniva ricondotto indietro allo stadio in cui nulla si era ancora scisso, in cui esisteva ancora la Terra primordiale e il Vha parlava pienamente. Un altro verso del Veda esprime questo concetto: «Prima io non sapevo che cosa fosse "Io sono", solo quando la primogenita della Terra mi pervase, lo spirito fu luminosamente pervaso ed io ebbi parte nel sacro Vha (la saggezza)».In questo verso è descritta la visione che l’iniziato aveva e sono appena accennate alcune delle esperienze degli antichi discepoli dei Rishi, delle mirabili dottrine che fluivano nella cultura indiana e che sono state tramandate alle culture successive, subendo tuttavia delle trasformazioni in base alle esigenze della vita di altri popoli. Tutti avevano compreso il significato della parola Vha.
Se fissiamo i nostri sguardi su un particolare mistero in tutte le sue concatenazioni, riusciremo a comprendere meglio molte cose. Dobbiamo tenere a mente che l’influenza del maestro sul discepolo era completamente diversa rispetto ad oggi. Oggi un tale influsso è possibile soltanto quando il discepolo è già stato portato a un certo grado di iniziazione. Le forze del maestro che si trasmettevano al discepolo erano assai più potenti e agivano veramente solo sull’anima razionale; dal maestro al discepolo operavano, però, anche forze magiche e misteriose, e in sostanza erano le forze del maestro quelle capaci di riempire di luce e di forza vivente le immagini che egli poneva dinanzi al discepolo. Tale effetto peculiare si andò perdendo solo nell'epoca greco-latina, la quarta dopo l’Atlantica. Le forze, infatti, mutano. Quando un antico egiziano si poneva di fronte a un giovane, avveniva qualcosa di molto diverso da ciò che avviene oggi tra un maestro e uno scolaro. Tutt’altre forze agivano dalla vecchiaia sulla gioventù. Se vogliamo comprendere ciò che troviamo descritto anche nella vita dell’antica Grecia, dobbiamo saperlo. Socrate, per esempio, aveva delle forze telepatiche che riversava sui suoi discepoli quando li ammaestrava. Al giorno d'oggi ciò non può più verificarsi. Queste cose sono accennate nelle opere di Platone; oggi sarebbero considerate cose brutte e condannabili, mentre allora erano del tutto giustificate. Nel corso dei tempi avvengono dei mutamenti; nessuno ha il diritto di imitare oggi tali cose; alcuni fatti odierni vorrebbero richiamarsi a quelli, ma oggi sarebbero riprovevoli.
In quei tempi antichi, dal maestro al discepolo si trasmettevano certe forze; nell’antico Egitto erano ancora numerosi gli uomini capaci di accoglierle in questo modo. Quando un uomo, particolarmente ricettivo, si trovava di fronte a un altro che aveva imparato a rafforzare i propri pensieri, questi ultimi potevano agire in modo da suscitare nell'anima ricettiva un’immagine. Si trattava di effetti telepatici e di trasmissioni di pensiero che nell’antica cultura egizia erano assolutamente possibili e in alto grado, quando una natura fortemente volitiva si trovava di fronte a un’altra che non lo era. Quindi, all'epoca, era possibile dirigere e condurre un uomo, per mezzo del pensiero, in una misura che oggi non si può nemmeno immaginare. Ai nostri tempi, naturalmente, si abuserebbe terribilmente di tali forze. In sostanza, nell’antico Egitto le iniziazioni poggiavano su forze simili (e lo stesso accadeva nell’India antica e in Persia), che rafforzavano ulteriormente il metodo che, volendolo esprimere in modo esplicito, si potrebbe chiamare anche metodo medico. Con ciò non s’intende, naturalmente, la medicina ufficiale odierna; il medico e iniziato egiziano avrebbe riso di ciò che l'uomo d’oggi chiama medicina. Questi sapeva che le condizioni originarie dell’Atlantide, osservabili nell’iniziazione, erano ancora risvegliabili, in un certo senso, anche in Egitto. La coscienza in cui l’uomo dell’Atlantide aveva vissuto era una coscienza di chiaroveggenza ottusa. Si diceva che un tempo gli dèi esercitavano una forza assai maggiore sull’uomo. Oggi, quando dorme, l’uomo non sa nulla dei mondi superiori, ma l’uomo atlantico, in una coscienza di chiaroveggenza crepuscolare, era vissuto ancora insieme con gli dèi. L’iniziato egizio agiva sul discepolo tramite immagini di altissimi processi spirituali. Questo non avveniva solo esteriormente, ma nell’intimo profondo, e ne risultava un processo tutto speciale.
Pensiamo un uomo ammalato che sia tale perche certi processi non avvengono in lui in maniera normale.
Donde deriva ciò? Chi ha un'educazione occulta sa che il funzionamento irregolare del corpo fisico non proviene dall'esterno, ma che tutte le malattie non provocate da cause esteriori, vanno ricondotte al fatto che il corpo eterico non e in ordine; e il corpo eterico si ammala perche e in disordine il corpo astrale. Ora quando l'uomo atlantico era in pericolo di ammalarsi, perchè la distribuzione delle sue linfe era anormale, si provvedeva subito affinchè l'ordine si ristabilisse. Durante lo stato di sonno l'uomo riceveva dai mondi spirituali forze tali che, grazie al sonno, le energie e funzioni turbate potevano venir riparate e l'uomo risanato. Col dormire egli ripristinava le forze salutari. Gli antichi medici egiziani procedevano in modo simile. Abbassavano artificialmente la coscienza del paziente fino a una specie di sonno ipnotico, dopo di che dominavano le immagini del mondo animico che gli fluttuavano intorno, dirigendole in modo ch'esse avessero la forza di reagire sul corpo fisico e di guarirlo. Questo era il senso del sonno del tempio che si applicava per le malattie interne. Non si davano al malato delle medicine, ma lo si faceva dormire nel tempio. Si attutiva la sua coscienza e lo si portava a guardare nei mondi spirituali, dirigendo le sue esperienze astrali così da dar loro la forza di riversare salute nel corpo fisico. Questa non è superstizione, ma un mistero che gli iniziati conoscevano bene: l’arte di introdurre la spiritualità nelle esperienze del malato. Nella terapia, che è intimamente legata al principio dell’iniziazione, si ristabilivano ad arte le condizioni dell’antica Atlantide allo scopo di portare la guarigione; e poiché l’uomo non offriva resistenza con la sua coscienza diurna, le forze necessarie alla guarigione potevano agire in pieno. Questo era il senso del sonno nel tempio.
Nella cultura egiziana era ancora attivo il principio dei saggi Rishi dell’India (discepoli del Manu, il grande Maestro della prima coltura postatlantica), che dirigevano le cose in prima persona ed erano essi stessi i mediatori delle forze planetarie. Furono loro che, nella prima epoca postatlantica, portarono quella altissima dottrina che conduceva gli uomini in sommità spirituali, fin nel mondo del Devachan superiore. Ciò che allora era stato contemplato, venne poi condotto, nelle epoche seguenti, fino al piano fisico. Infine, nell'epoca postatlantica, l'Essere che nell'epoca indiana avevamo imparato a conoscere come Brahma e che noi chiamiamo Cristo, discese sul piano fisico. Il Cristo non fu più soltanto un tramite di spiritualità, ma divenne uomo Egli stesso per irradiare su tutti gli uomini la potenza piena di mistero della Parola primordiale.
La Parola primordiale discese per aiutare l’uomo a risalire e l’uomo deve comprendere come ciò sia avvenuto, per fare di sé uno strumento atto ad agire nell’avvenire. Dobbiamo imparare a conoscere ciò che ha agito prima di noi, affinché possiamo cooperare anche noi a dare una forma sempre più alta a tutto ciò che ci circonda. Dobbiamo creare un mondo spirituale in futuro; perciò è necessario che impariamo prima di tutto a comprendere il Cosmo.
Abbiamo cercato di tracciare un quadro della nostra evoluzione terrestre in relazione a quella dell'uomo per poter comprendere come il passato della Terra e gli eventi della sua evoluzione si rispecchino nella conoscenza umana nei singoli periodi della coltura dell'epoca postatlantica. Da questo punto di vista, abbiamo descritto le esperienze più profonde dei discepoli dei Rishi e mostrato come le esperienze interiori di quegli iniziandi rappresentassero, sotto forma di immagini spirituali, vedute acquisite tramite chiaroveggenza, gli avvenimenti svoltisi sulla Terra primordiale, quando conteneva ancora il Sole e la Luna al suo interno. Abbiamo visto anche quale alto grado d’iniziazione quei discepoli indiani dovessero raggiungere per potersi formare una concezione del mondo che, in immagine, rappresentasse la ripetizione di quanto s’era svolto in un remotissimo passato. Abbiamo visto anche che le parti di un tutto sono ordinate da una forza che fu questa.
rimasta dentro la Terra e che, dall’acqua, plasmò il corpo.
È il suono risonante attraverso la Terra che ha dato origine alla civiltà umana. È il suono risonante attraverso la Terra.
La luce è ciò che ha plasmato la figura umana. La luce porta con sé la forma umana.
Tale suono poteva raggiungere solo la parte dell’uomo che emergeva dall’acqua. In basso, dunque, c’era un corpo liquido; in alto, un corpo aeriforme illuminato dalla luce esteriore e a cui, nella luce, avevano accesso gli esseri che erano usciti con il Sole. Prima, finché il Sole era unito alla Terra, l’uomo si sentiva vivere nel grembo di quegli esseri; ora, nella luce, essi risplendevano su di lui e gli facevano affluire le loro forze. Non dimentichiamo, però, che, dopo la scissione del Sole, erano rimaste nella Terra quelle altre forze che essa avrebbe un giorno dovuto scindere da sé: le forze della Luna.
All'epoca in cui il Sole si era appena separato dalla Terra, quell’uomo-pianta dovette, gradualmente, immergersi nella Terra acquea fisica. Il gradino che l’uomo aveva raggiunto nell’evoluzione del suo corpo era quello che oggi vediamo fissato, ma degenerato, nei pesci. I pesci che vediamo oggi popolano le acque, sono i residui decaduti degli uomini di allora. Immaginiamo, ad esempio, un pesce dorato con una forma fantastica e estremamente mobile, ma pervaso da un sentimento di tristezza perché all’acqua era stata tolta la luce. La luce non c’era più e ciò provocava una nostalgia profonda. Allora la forma umana si poteva scorgere tutta immersa nella luce; la parte superiore di quella forma si trovava ancora al livello solare, mentre la parte inferiore aveva già assunto la forma che si fissò nei pesci. Poiché l’uomo, con la sua parte inferiore, viveva nell’oscurità, in basso c’era una natura umana molto inferiore, perché in quella parte risiedevano le forze della Luna. Senza essere ancora pietrificata come sulla luna attuale, la parte inferiore dell’astrale era però animata da forze oscure, nelle quali potevano immergersi solo le parti peggiori dell’astralità. Ma in alto c’era una figura d’aria, la tenebra per così dire, nella quale, a darle forma, penetrava la luce dall’esterno. L’uomo era quindi composto da una parte inferiore e da una superiore e si muoveva, nuotando e librandosi, in quell’atmosfera di vapore. L'atmosfera densa della Terra di allora non era ancora costituita d’aria, attraverso la quale avrebbe potuto penetrare il Sole, ma era costituita di vapori attraverso i quali poteva penetrare solo il calore, non la luce. Il raggio di Sole non bagnava l'intera superficie terrestre, ma solo la sua superficie; l’oceano terrestre restava oscuro e in esso si formarono le forze che più tardi si separarono dalla Terra sotto forma di Luna.
Per il fatto che nella Terra penetravano le forze della luce, vi penetravano anche gli dèi; di conseguenza, al di sotto c’era il manto acqueo, abbandonato dagli dèi, compenetrato solamente dalla forza del suono, e tutt’intorno c’era il vapore nel quale irradiavano le forze solari. L’uomo partecipava a ciò che irradiava su di lui come luce e amore dal mondo spirituale tramite la parte del corpo che emergeva dall'acqua.
L’uomo era stato plasmato dal mondo spirituale tramite una forza che era rimasta dentro la Terra e che, dall’acqua, aveva dato origine al corpo umano. È il suono risonante attraverso la Terra che ha plasmato la figura umana. La luce poteva raggiungere solo la parte dell’uomo che emergeva dall'acqua. In basso, dunque, c’era un corpo liquido; in alto, un corpo aeriforme illuminato dalla luce esteriore e a cui, nella luce, avevano accesso gli esseri usciti con il Sole. Prima, finché il Sole era unito alla Terra, l’uomo si sentiva vivere nel grembo di quegli esseri; ora, nella luce, essi risplendevano su di lui e gli facevano affluire le loro forze. Non dimentichiamo, però, che dopo la scissione del Sole, nella Terra erano rimaste ancora quelle altre forze che un giorno essa avrebbe dovuto scindere da sé: le forze della Luna.
All'epoca in cui il Sole si era appena separato dalla Terra, quell'uomo-pianta dovette, gradualmente, immergersi nella Terra acquea fisica. Il livello di evoluzione del corpo raggiunto dall’uomo in quel periodo è quello che oggi vediamo fissato, ma degenerato, nei pesci. I pesci che vediamo oggi popolano le acque, sono i residui decaduti degli uomini di allora. Immaginiamo, ad esempio, un pesce dorato con una forma fantastica e estremamente mobile, ma pervaso da un sentimento di tristezza perché all’acqua era stata tolta la luce. La luce non c’era più e ciò provocava una nostalgia profonda. Vi fu un momento nell’evoluzione della Terra, in cui il Sole non era ancora uscito completamente da essa;
Allora la forma umana si poteva scorgere tutta illuminata dalla luce; la parte superiore di quella forma si trovava ancora al gradino solare, mentre la parte inferiore aveva già assunto la forma che si fissò nei pesci. Poiché l’uomo, con la sua parte inferiore, viveva nell’oscurità, in basso c’era una natura umana molto inferiore, perché in quella parte risiedevano le forze della Luna. Senza essere ancora pietrificata come la lava sulla luna attuale, era però animata da forze molto oscure, in cui potevano immergersi solo le parti peggiori dell’astralità. Ma in alto c’era una figura d’aria, la testa, per così dire, nella quale, a darle forma, penetrava la luce dall’esterno. L’uomo era quindi composto da una parte inferiore e da una superiore, e si muoveva nell’atmosfera di vapore nuotando e librandosi. L’atmosfera densa della Terra di allora non era ancora d’aria, attraverso la quale avrebbe potuto penetrare il Sole, ma consisteva di vapori attraverso i quali poteva penetrare solo il calore, non la luce. Il raggio di sole non poteva illuminare la Terra intera, ma soltanto la sua superficie; l’oceano terrestre restava oscuro e in esso erano le forze che più tardi si separarono dalla Terra sotto forma di Luna.
Per il fatto che nella Terra penetravano le forze della luce, vi penetravano anche gli dèi; sicché di sotto c’era il manto acqueo, abbandonato dagli dèi, compenetrato solamente dalla forza del suono, e tutt’intorno c’era il vapore nel quale irradiavano le forze solari; e con quella parte del suo corpo che emergeva dalla superficie acquea, l’uomo partecipava ancora a ciò che irradiava su di lui come luce e amore dal mondo spirituale. Ma perchè il mondo dei suoni compenetrava l’oscuro nucleo liquido della Terra?
Perchè uno degli alti esseri solari era rimasto in dietro, e aveva congiunta la sua esistenza con la Terra; ed è lo stesso Spirito che conosciamo con il nome di Jahve o Jehova. Solo Jahve rimase con la Terra, sacrificandosi, e fu lui a compenetrare la Terra acquea con i suoi suoni formatori. 1
Ma, essendo rimaste entro la Terra liquida le forze peggiori, veramente terribili e malvage, la parte dell’uomo costituita di vapore decadde sempre più e, dalla figura vegetale di prima, si formò via via un essere al livello di un anfibio. Tale figura, molto inferiore nella scala degli esseri a ciò che divenne più tardi l’uomo, è descritta nei miti e nelle leggende come drago o dragone. L’altra parte dell’uomo, abitante delle regioni luminose, viene invece rappresentata come un essere che non può discendere, che combatte la natura inferiore e che viene raffigurato, ad esempio, in San Michele che uccide il drago o in San Giorgio che lotta contro di esso. Anche la figura di Sigfrido che combatte il drago ci offre un’immagine della dualità in cui si manifestava allora l’essere umano. Nella parte superiore della Terra, e quindi anche dell’uomo, penetrava il calore, che formava come un drago di fuoco. Ma al di sopra si librava il corpo eterico nel quale era conservata la forza del Sole. Questo essere è raffigurato nell’Antico Testamento come un serpente seduttore, anch’esso anfibio.
Ora si andava sempre più avvicinando il tempo in cui le forze più basse avrebbero dovuto essere espulse. Poderosi cataclismi squassavano la Terra mentre la Luna se ne staccava, e le formazioni basaltiche attuali, agli occhi dell’occultista, appaiono come i residui delle forze purificatrici che causarono quella separazione. Era però anche il tempo in cui la parte centrale liquida della Terra si stava sempre più condensando e si stava formando a poco a poco il nucleo solido, minerale di essa. Da una parte, la Terra si condensò a causa della scissione della Luna; dall’altra, dalle parti superiori si formò una sorta di deposito delle sostanze più pesanti e più grossolane, che si depositò nelle parti inferiori, mentre in alto si stava formando qualcosa di sempre più simile all’aria attuale, sebbene ancora permeata d’acqua. La Terra aveva ormai al suo centro un nucleo solido circondato dall'acqua da ogni lato. Inizialmente, la nebbia della periferia era impenetrabile ai raggi del Sole, ma si stava facendo più leggera man mano che le sostanze si depositavano al centro. Solo molto più tardi si trasformò in aria vera e propria e cominciò ad essere attraversata dai raggi del Sole che, in precedenza, non avevano potuto raggiungere la Terra stessa.
Arriviamo ora a una fase della nostra Terra che bisogna cercare di imprimersi bene nell’anima. Prima, l’uomo era per metà immerso nell’acqua e per metà emergeva nella nebbia; ora, a causa della condensazione terrestre, l’uomo acquatico assume una forma più densa e sviluppa un sistema osseo solidificato. L’uomo si indurì sempre più in se stesso e, nel frattempo, la sua parte superiore si trasformò, acquisendo una nuova facoltà: quella di respirare aria. A quell’epoca, troviamo un primo accenno ai polmoni. Nella parte superiore era stato situato in precedenza quel quid che accoglieva la luce, la quale però non poteva penetrare più in profondità. Ora l’uomo, nella sua ottusa coscienza, sentiva nuovamente la luce; poteva percepire ciò che dall’alto irradiava su di lui, come l’affluire di forze divine. In quel periodo di transizione, egli avvertiva che ciò che gli affluiva si divideva in due parti: da una parte la luce, dall'altra l'aria. Di fronte a ciò, egli deve dirsi: «Prima sentivo la forza che è sopra di me come quella che mi forniva ciò di cui ora ho bisogno per respirare; la luce era per me respiro». Quello che affluiva in lui ora gli appariva come due fratelli: la luce e l’aria. La luce e l’aria erano diventati una dualità. Il soffio dell’aria terrestre che affluiva nell’uomo era al tempo stesso l’annuncio che egli doveva imparare a sentire qualcosa di totalmente nuovo. Finché c’era stata solo la luce, l’uomo non aveva conosciuto nascita e morte; quando la nuvola irraggiata di luce si trasformava, egli la sentiva come il mutare di una veste; non sentiva di nascere né di morire, ma di essere eterno; nascita e morte erano solo una vicenda alterna. Il primo respiro ha portato con sé la coscienza di nascere e morire. ». Così l’uomo di allora sentiva.
Quale fu l’essere che uccise quel senso che l’uomo aveva, di possedere, sì, una figura oscura, però con giunta con 1’Essere eterno? Chi fu colui che cancellò in lui tale coscienza? Fu il soffio d’aria che penetrò nell’uomo: Tifone. Tifone significa "soffio d’aria"; quando l’anima egiziana sperimentò ciò che era accaduto, ovvero la scissione del raggio, originariamente unitario, in raggio di luce e soffio d’aria, tale avvenimento cosmico le divenne un’immagine simbolica: l’assassinio di Osiride per opera di Tifone o Set, il soffio del vento.
Un grande avvenimento cosmico si nasconde nel mito egiziano di Osiride ucciso da Tifone. L’Egiziano sentiva in Osiride il Dio che scendeva dal Sole e che aveva ancora vissuto in armonia col suo fratello. Tifone era l’aria che si respira e che ha portato all’uomo la mortalità; e in questo esempio, tra i più significativi, vediamo come i fatti dell’evoluzione del mondo si ripetano nella conoscenza interiore degli uomini.
Così si svolse il sorgere della trinità di Sole, Luna e Terra. Tutto questo veniva insegnato al discepolo egiziano in immagini profonde e intensissime, create in piena consapevolezza.
Ripensando alle considerazioni fatte negli ultimi giorni riguardo all’evoluzione della Terra e, in senso più lato, del nostro sistema solare, in connessione con l’uomo, qualcuno potrebbe essersi imbattuto in una strana apparente contraddizione con certe idee che ci sono familiari e potrebbe essersi chiesto: come mai nei giorni scorsi ci avete narrato che le forze peggiori dell’evoluzione sono legate alla Luna e che solo con l’uscita della Luna dalla Terra questa si è potuta liberare da quelle forze malvagie e formare le condizioni perché l’uomo potesse procedere nella sua evoluzione? Ma dove finisce tutto il lato romantico della luna, tutta la poesia, nata comunque da sentimenti veri, riguardo al fascino magico che la luna esercita sull’uomo? Questa contraddizione è solo apparente e scompare quando i fatti non vengono considerati in modo unilaterale, ma nel loro complesso. Naturalmente, se oggi esaminassimo la Luna dal punto di vista della sua massa fisica, ci apparirebbe inadatta ad ospitare una vita come quella che esiste oggi sulla Terra. Al tempo stesso, però, dobbiamo ammettere che anche tutto l’eterico, in relazione con la Luna e le sue sostanze fisiche, è in gran parte di natura realmente decadente, molto inferiore all’eterico che caratterizza la nostra corporeità. Se poi osservassimo chiaroveggentemente l’astralità presente nei singoli esseri lunari (realtà che possiamo assolutamente definire) ci renderemmo conto che in essi vivono sentimenti infinitamente più malvagi e più bassi rispetto a quelli che si riscontrano sulla nostra Terra. È dunque perfettamente lecito parlare di esseri e di elementi lunari che, tanto per il loro astrale, quanto per l’eterico e il fisico, dovettero essere espulsi affinché la nostra Terra potesse, libera da influssi dannosi, seguire la propria via.
Ora, però, dobbiamo renderci conto di un altro fatto: non dobbiamo fermarci alla dichiarazione che qualcosa è cattivo o male; poiché tutto ciò che nell’evoluzione è basso, è maligno, soggiace a una possibilità molto importante. Fin dove è possibile, tutto ciò che è disceso in sfere inferiori deve essere rialzato e purificato da altri esseri più perfetti, in modo da poter essere nuovamente utilizzato nell’insieme dell’universo. Quando in un punto qualsiasi del mondo troviamo entità particolarmente basse, possiamo essere sicuri che a queste sono congiunte altre entità superiori, capaci di operare il bene e il bello e persino di ricondurre al bene le forze peggiori. Perciò, è vero che tutte le forze inferiori sono legate all'esistenza della Luna, ma, d'altra parte, sono legate a essa anche entità elevatissime. Ad esempio, sappiamo già che sulla Luna dimora l’alta entità spirituale di Jahve. Ora, un’entità così sublime, dotata di tanta forza e magnificenza, ha sotto di sé vaste schiere di aiutanti. Dobbiamo dunque immaginare che, mentre le forze inferiori sono uscite con la Luna dalla Terra, gli esseri capaci di trasformare il male in bene e il brutto in bello siano rimasti uniti alla Luna. Se l’avessero lasciato dentro la Terra, non avrebbero potuto trasmutare il brutto; perciò, dovettero trarlo fuori. Perché il brutto e il cattivo devono esistere? Senza gli influssi del male, l’uomo non sarebbe mai potuto diventare un essere completo e conchiuso. Ricordiamoci della conferenza precedente, in cui abbiamo visto che la natura inferiore dell’uomo ha le sue radici nell’acqua e che egli vive per metà immerso nell'oscura Terra acquea. All'epoca non esistevano né scheletro né, in generale, una forma umana solida. La sua forma era vegetale, simile a un fiore, e in continua metamorfosi. L’uomo sarebbe rimasto tale senza l’azione delle forze lunari. Se la Terra fosse rimasta esposta esclusivamente agli influssi del Sole, la mobilità dell’essere umano si sarebbe accresciuta al massimo grado; la Terra si sarebbe evoluta con una rapidità che l’uomo non avrebbe potuto sopportare, sicché egli non avrebbe mai potuto raggiungere la sua forma attuale. Se invece avessero agito solamente le forze lunari, l’uomo si sarebbe irrigidito immediatamente; la sua forma si sarebbe consolidata nel momento stesso della nascita ed egli sarebbe diventato una mummia, rimanendolo per sempre. Oggi l’uomo si sviluppa in mezzo tra l’uno e l’altro di questi due estremi; tra una mobilità illimitata e l’irrigidimento nella forma. La Luna fisica è divenuta scoria, perché in essa sono contenute le forze che fissano le forme e solo gli alti e possenti esseri congiunti con la Luna possono agire in quelle forme. Sulla Terra agiscono due forze: le forze solari, stimolanti, e le forze lunari, mummificanti. Immaginate che un essere gigantesco trascinasse via il Sole: in quel momento stesso noi tutti ci irrigidiremmo come mummie, al punto che non potremmo più perdere quella forma. Se, invece, un gigante portasse via la Luna, tutti i bei gesti misurati e armoniosi che siamo ora in grado di fare diverrebbero involontari e disordinati. Non saremmo più capaci di stare fermi nella nostra interiorità; le nostre mani si allungherebbero smisuratamente e poi si rattrappirebbero di nuovo; la forza metamorfica si accrescerebbe in modo inaudito. Ora, invece, l’uomo si trova in mezzo a queste due forze.
Il Cosmo, però, è ordinato secondo un’immensa saggezza, non solo riguardo alle forme e alle sostanze, ma anche ai reciproci rapporti tra le cose. Per evocare davanti al nostro animo l’infinita sapienza che pervade ogni cosa, considereremo ora un rapporto che si riannoda alla figura di Osiride.
Nella figura di Osiride, l’Egiziano vedeva gli influssi dell’astro solare sulla nostra Terra, al tempo in cui intorno ad essa fluttuavano ancora nebbie e vapori, e l’aria non esisteva ancora; egli sapeva che quando nell’uomo era cominciata la respirazione aerea, l’entità unitaria di Osiride-Set si era scissa. Set o Tifone fa sì che in noi penetri il soffio d’aria. Tifone, il soffio del vento, si era separato dalla luce del Sole e da quel momento in poi Osiride non agì più come luce solare. Quello è anche il momento in cui nell’essere umano fecero il loro ingresso la nascita e la morte. Ciò che un tempo era un mutamento di forma, come l’indossare e spogliare un vestito, si era profondamente trasformato. Se al tempo in cui le azioni emananti dal Sole non avevano ancora lasciato la Terra, l’uomo avesse potuto percepire gli effetti di quegli altissimi esseri che più tardi uscirono con il Sole, egli avrebbe innalzato con gratitudine gli sguardi verso di essi. Ma quando il Sole si separò dalla Terra e la nebbia in cui risiedeva la natura umana superiore si diradò, l’uomo che poteva sempre meno percepire l’influsso diretto del Sole acquistò la coscienza di quelle che erano le forze della sua natura inferiore, e fu lì che egli afferrò il proprio Io. L’uomo cominciò a diventare cosciente di sé quando si immergeva nella sua natura inferiore.
Perché l’essere che conosciamo come Osiride è stato ottenebrato? Con l’uscita del Sole, la luce cessò di agire, ma Jahve restò sulla Terra finché non ne uscì la Luna. Gli fu affidata la missione di dirigere la luce solare sulla Terra dalla Luna. Per prima cosa abbiamo visto separarsi il Sole e, nel frattempo, Jahve con Osiride restano indietro sulla Terra. L’uomo impara a respirare. Al tempo stesso, però, si stacca la Luna e Osiride l’accompagna e riceve il compito di riflettere sulla Terra la luce del Sole. Osiride viene rinchiuso in una cassa, ovvero si ritira con la Luna. Prima l’uomo riceveva l’azione di Osiride dal Sole; ora ha l’impressione che quel che prima gli veniva dal Sole gli affluisca ora dalla Luna. Prima, quando la luce della Luna irradiava sull’uomo, questi esclamava: «Osiride, sei tu che dalla Luna irradi su di me la luce del Sole, essenza del tuo essere! ».
Ma questa luce del Sole viene riflessa ogni giorno in un’altra forma. La prima forma si ha quando la Luna appare nel cielo come una falce sottilissima; poi, il secondo giorno, essa è cresciuta e si ha la seconda forma, e così, durante i 14 giorni seguenti, abbiamo 14 figure differenti, fino al plenilunio. Per 14 giorni, Osiride è rivolto verso la Terra sotto le 14 forme diverse che ci presenta il disco lunare. Queste 14 fasi di crescita della Luna, ovvero di Osiride, sono estremamente importanti, perché ci permettono di ricevere la luce del Sole. Nel Cosmo, esse sono legate all’evento grazie al quale l’uomo imparò a respirare. Solo quando questo fenomeno si fu completamente svolto nel cielo, l’uomo poté respirare e unirsi al mondo fisico; nacque allora il primo germe dell’io nell’entità umana.
Quanto abbiamo esposto sin qui è narrato nella seguente leggenda. Regnava Osiride sulla Terra; in seguito, sorse Tifone, il vento (questo è il periodo in cui le acque raggiungono il punto che consente la formazione dell'aria e l'uomo impara a respirarla); Tifone ha sconfitto Osiride, lo ha ucciso, lo ha posto in una cassa e gettato in mare. Come si potrebbe esprimere l’avvenimento cosmico in questione con un’immagine più densa di significato? Inizialmente regna il Dio solare Osiride, poi viene cacciato via dalla Luna. La leggenda aggiunge che, quando Osiride riappare nello spazio cosmico, lo fa in 14 forme diverse. La leggenda aggiunge però che, quando Osiride riappare nello spazio cosmico, lo fa in 14 forme diverse. Egli è stato tagliato in 14 pezzi e sepolto in 14 tombe. Nella leggenda, quindi, si ha un mirabile accenno al processo cosmico: le 14 fasi lunari, le 14 forme della Luna, sono i 14 frammenti di Osiride dilaniato. L’Osiride intero è l’intero disco lunare che vediamo.
Tutto ciò appare inizialmente come un semplice simbolo. Ma già si può notare come abbia avuto un significato reale. Ora giungiamo a eventi senza i quali i misteri del Cosmo non potrebbero mai apparirci chiari. Se la costellazione citata non si fosse stabilita tra Sole, Luna e Terra, se la Luna non fosse apparsa nei suoi 14 differenti aspetti, altri fatti non si sarebbero verificati, poiché quei 14 aspetti ebbero un influsso tutto speciale, immenso, sull’uomo e sulla sua evoluzione sulla Terra. Devo qui indicarvi un fatto assai singolare, ma vero. Prima che Osiride uscisse dalla Terra, l’uomo non possedeva ancora nulla che oggi è di somma importanza per lui. Noi sappiamo che il midollo spinale è estremamente importante; da esso si dipartono dei nervi che prima che la Luna si staccasse dalla Terra non esistevano nemmeno in germe. Ora, queste 14 fasi lunari, nell'ordine in cui si verificano, hanno causato la formazione di 14 fasci di nervi lungo la colonna vertebrale. Le forze cosmiche agirono in modo che quei fasci di nervi corrispondessero alle 14 fasi e agli aspetti della Luna. Questo fu l’effetto dell’azione di Osiride. Il ciclo lunare corrisponde però anche a un altro fatto, poiché le 14 fasi che abbiamo menzionato rappresentano solo la metà del ciclo totale. La luna ha 14 fasi dalla luna nuova alla luna piena e altre 14 da questa alla luna nuova seguente. Durante i 14 giorni che precedono la luna nuova, l’influenza di Osiride non si fa sentire; la luna è illuminata dal sole in modo che, poco a poco, rivolga alla Terra la sua faccia oscura. Anche queste 14 fasi, dalla luna piena alla luna nuova, hanno il loro effetto e la coscienza egiziana ne prendeva conoscenza per mezzo di Iside. Queste 14 fasi sono governate da Iside e, grazie alla sua azione, si dipartono dal midollo spinale altri 14 fasci di nervi. In totale, quindi, abbiamo 28 fasci di nervi corrispondenti alle diverse fasi della luna. In questo contesto, vediamo l’origine ben determinata di alcune parti dell’organismo umano. Si potrebbe obiettare: perché si parla solo di 28 fasci di nervi? Se l’anno lunare coincidesse con l’anno solare, sarebbero solo 28; ma poiché l’anno solare è più lungo, si è formata una serie di fasci di nervi supplementari. Tuttavia, un altro fatto va aggiunto: dalla Luna, nell’organismo dell’uomo, furono inseriti l’influsso di Iside e l’influsso di Osiride. A ciò, però, si riattacca un altro fatto.
Fino al momento in cui la Luna cominciò ad agire dall'esterno, non esistevano ancora i due sessi. C’era solo un essere umano, sia maschile che femminile. I due sessi iniziarono a separarsi grazie all’alternarsi dell’azione di Iside con quella di Osiride, proveniente dalla Luna, e l’uomo divenne maschile e femminile a seconda che sull’organismo agivano prevalentemente i nervi di Osiride o i nervi di Iside. Un organismo in cui domina prevalentemente l’influsso di Iside diventa maschile, mentre un corpo in cui agisce prevalentemente l’influsso di Osiride diventa femminile. Naturalmente, in ogni individuo, sia uomo sia donna, agiscono sia le forze di Iside sia quelle di Osiride, ma in modo tale che nell’uomo il corpo eterico è femminile e nella donna è maschile. Questo ci fa comprendere il meraviglioso nesso che armonizza il singolo essere con le posizioni degli astri nel Cosmo.
Abbiamo visto come le forze dei corpi celesti e le loro reciproche posizioni esercitino un influsso sull’essere umano. Sotto l’influsso dei 28 fasci di nervi che partono dal midollo spinale, si è formato tutto ciò che riguarda l’organismo maschile e femminile. Con l’evoluzione dell’uomo, questi rapporti ci illumineranno in modo profondo sul Cosmo. Queste forze danno all’uomo la sua forma, ma l’uomo non s’indurisce in essa; viene creato un rapporto di equilibrio tra l’influsso del Sole e quello della Luna. E dobbiamo tener presente che, di ciò che diremo, non abbiamo a che fare con un semplice simbolismo, ma con fatti reali.
Che cos’è l’Osiride originario, l’Osiride non ancora frantumato? E che cos’è l’Osiride messo in pezzi? Ciò che prima era nell’uomo un’unità è ora suddiviso in questi 28 nervi ed è dunque frantumato in noi stessi; senza tale suddivisione, non sarebbe mai sorta la forma umana. Ma cosa si formò inizialmente sotto l’influsso di Sole e Luna? La collaborazione di tutti i fasci di nervi non provocò soltanto la differenziazione esteriore dei sessi, ma anche, per influsso dei principi maschile e femminile, qualcosa si produsse nell’interiorità. Per l’azione interiore di Iside, si produsse il polmone, il polmone che regola gli influssi di Tifone o Set. Ciò che agisce in modo maschile sull’uomo, da parte di Osiride, stimolando l’azione femminile, rende produttivo il polmone per mezzo del respiro. Gli effluvi che partono dal Sole e dalla Luna regolano la duplice azione del principio maschile e di quello femminile: in ogni essere femminile c’è un principio maschile, la laringe, e in ogni essere maschile un principio femminile, il polmone.
Per quanto riguarda la sua natura superiore, in ogni essere umano agiscono internamente Iside e Osiride. Ogni essere umano possiede polmone e laringe e ha lo stesso numero di nervi, sia esso uomo o donna.
Poi, dopo essersi strappati alla natura inferiore, Iside e Osiride hanno generato un figlio, il creatore dell’uomo terrestre futuro. Insieme hanno generato Oro, il fanciullo custodito e allevato da Iside: il cuore umano, protetto dalle ali del polmone della madre Iside. Nella concezione egiziana, vediamo qui qualcosa che ci mostra come nelle antiche Scuole di Misteri si considerasse ciò che era divenuto la natura superiore dell’uomo come maschile-femminile; era ciò che l’indiano conosceva come Brahma. Già al discepolo indiano veniva mostrata nell’uomo primordiale la stessa figura augusta che più tardi sarebbe apparsa. Gli veniva mostrato Oro, il figlio, e gli si diceva: «Tutto ciò è nato dal suono primordiale, dal Vha, il suono uno che si differenzia in molti suoni». Ciò che il discepolo indiano sperimentava ci è rimasto conservato in un passo singolare del Rigveda, che recita: «Vengono all’uomo i sette da sotto, gli otto da sopra, i nove da dietro, i dieci dai fondamenti della cupola rocciosa, e i dieci dall’interno, mentre la madre si adopera per nutrire il figlio». È in effetti un passo singolare. Proviamo a immaginare bene l’Iside di cui ho parlato, descrivendola come il polmone, e l’Osiride che ho detto essere l’apparato respiratorio, e pensiamo a come la voce umana si apra il varco attraverso quegli organi, differenziandosi in suoni gutturali o polmonari nelle diverse lettere. Queste lettere provengono da diverse parti: sette vengono da sotto, dalla gola, ecc. La vita misteriosa di tutto il nostro apparato respiratorio si trova riassunta in questo detto. Là dove il suono si forma e si differenzia, il polmone, in senso superiore, cura e protegge il fanciullo, cioè il cuore umano formato da tante diverse influenze, donde provengono gli impulsi che animano la voce.
In tal modo, all’iniziando, si rivelava il lavorìo misterioso in atto nell’interno del Cosmo e il suo svolgimento nel corso del tempo. In seguito vedremo come in tutto ciò siano poi venuti a intessersi anche gli altri organi umani. La scienza esoterica egiziana era al tempo stesso un capitolo dell’anatomia occulta, che veniva insegnata nelle Scuole esoteriche dell’Egitto in quella misura in cui si conoscevano all'epoca i rapporti tra gli esseri cosmici e il corpo fisico dell’uomo.
Nelle conferenze precedenti abbiamo presentato una serie di fatti riguardanti l’evoluzione della Terra e di tutto il sistema solare in relazione alla natura dell’uomo. Nelle ultime due conferenze, in particolare, abbiamo cercato di mettere in risalto quei fatti dell’evoluzione solare terrestre e lunare che emersero nei Misteri dell’Egitto e di cui ebbero notizia sia i discepoli di quei Misteri, sia l’intero popolo egiziano. Il discepolo, infatti, con la sua chiaroveggenza imparava a conoscere tutte le cose a cui abbiamo accennato e che oggi vogliamo approfondire. Un aspetto, questo, di cui abbiamo già parlato, e che riguarda la leggenda di Osiride e Iside. Ognuno di noi conosce quest’immagine, la cui grande importanza fu compresa da tutti coloro che ebbero una comprensione di queste cose. Per l’antico egiziano, essa era ben più di una semplice immagine, che veniva narrata nel modo seguente.
Regnò in tempi assai remoti e continuò a regnare per lunghissimo tempo sulla Terra, per il bene dell’umanità, Osiride, fino al momento in cui più tardi venne caratterizzato come il passaggio del Sole nel segno dello Scorpione. Fu allora che Osiride venne ucciso dal fratello Tifone o Set. Questi lo indusse a coricarsi in una grande cassa, che poi venne chiusa e gettata in mare. Iside, sorella e sposa di Osiride, si mise alla sua ricerca e, quando finalmente lo trovò, lo portò in Egitto. Ma il malvagio Tifone non si arrese e mise in pezzi Osiride. Allora Iside raccolse i frammenti e diede loro sepoltura in luoghi diversi. (Ancora oggi in Egitto si possono ammirare molti sepolcri di Osiride). Poi Iside diede alla luce Oro, che vendicò la morte del padre Osiride su Tifone. Osiride fu riaccolto nel mondo degli esseri divino-spirituali e, sebbene non sia più attivo sulla Terra, da lassù lavora per l’uomo quando questi dimora nel mondo spirituale tra la morte e una nuova nascita. Per questo motivo in Egitto la via verso Osiride era chiamata quella che il morto doveva percorrere. Tale è la leggenda che appartiene agli elementi più antichi della concezione egiziana della vita. Attraverso tutti i culti del paese d'Egitto, la leggenda di Osiride si conservò fino a quando le religioni egiziane ebbero vita.
Dopo aver ricordato questa leggenda, in cui sono riassunti fatti veri che il discepolo contemplava nei sacri Misteri delle Scuole esoteriche, dobbiamo nuovamente rivolgere i nostri sguardi a ciò che già ieri avevamo cominciato a considerare, cercando di formarci una rappresentazione esatta di quanto è stato creato nell’uomo grazie all’influsso delle diverse fasi lunari. Abbiamo visto come i ventotto fasci di nervi, che si dipartono dal midollo spinale, provengano dalle diverse fasi della luna durante i ventotto giorni che essa impiega per compiere il proprio ciclo e ritornare alla fase iniziale. Abbiamo indagato il mistero delle forze cosmiche che, dall'esterno, hanno dato origine a queste 28 paia di nervi; ora vi prego di considerare con molta attenzione quanto segue. Cercheremo di esporre nel modo più esatto possibile, data la brevità di questo abbozzo, ciò che il discepolo apprendeva sull’evoluzione dell’uomo in un senso ancora più vasto. Le menti già totalmente prese dalle vedute dell’anatomia moderna riterranno assurdo quanto stiamo per dire. Se lo ritengono assurdo, non importa; nondimeno siano consapevoli che questa è la dottrina che i discepoli egiziani non solo apprendevano, ma vedevano chiaroveggentemente. Ora parlo a coloro che, grazie al loro sentimento, sono in grado di seguirmi. Questa dottrina non è soltanto il risultato della visione occulta degli Egiziani, ma è anche una verità per l’occultista moderno e gli appare sotto lo stesso aspetto anche oggi. Abbiamo già accennato al fatto che, quando la Terra si trovava all'inizio della sua evoluzione, era per così dire tutta formata di germi umani che costituivano la nebbia primordiale terrestre. Tanto il chiaroveggente egiziano quanto, già in precedenza, quello indiano avevano potuto osservare la crescita spirituale di quel germe umano spirituale in tutta la forma futura dell’uomo. Si poteva dunque chiaroveggentemente vedere ciò che più tardi il germe umano sarebbe diventato. Inoltre, era possibile guardare indietro e osservare ciò che ne era sorto da principio: si vedeva, cioè, mentre il Sole era ancora unito alla Terra, una specie di pianta che apriva il suo calice verso l’alto, sorgere da quel germe umano. Tali forme, che andavano nascendo dalla nebbia primordiale, riempivano, per così dire, tutta la Terra; ma, proprio nei primi tempi, la corolla floreale che si apriva al cosmo non era ancora visibile, ma si sarebbe potuta percepire soltanto sentendone la vicinanza come un corpo di calore in forma di calice.
Inizialmente, c'era dunque un corpo di calore. Poi, mentre la Terra era ancora congiunta col Sole, un interno di quella forma umana di calore cominciò a risplendere e a emettere dei raggi di luce nello spazio cosmico. Se, a quel tempo, un essere dotato di occhi come un uomo odierno si fosse avvicinato con la sua percezione a una di quelle forme luminose, l'avrebbe vista come un globo risplendente e raggiante, come un sole luccicante, dalle forme regolari, che irradia negli spazi i suoi raggi luminosi. È difficile, oggi, farsi un'idea chiara di ciò che la Terra era allora. Forse è possibile farne un'idea immaginando la nostra Terra, in una serata dall'aria purissima, completamente illuminata da lucciole che diffondevano la loro luce in ogni direzione, per farci un'idea pallida di come rilucevano nello spazio cosmico quei primi germi umani, mentre la Terra era ancora congiunta col Sole. Circa nella stessa epoca, intorno a quell'immenso "calice" si formò una sorta di corpo gassoso nel quale erano dissolte numerose sostanze aeree, come si trovano oggi nei corpi degli animali e degli uomini. Poco dopo, dalla massa terrestre complessiva, emersero altri germi che divennero i primordi del nostro attuale regno animale. Il primo a formarsi fu dunque il regno umano, poi vennero i germi del regno animale. Tutta la Terra era una massa d’aria costituita da corpi luminosi e raggianti nello spazio. In quella massa d’aria nacque anche il primo germe degli animali asessuali, che si trovavano allora al gradino più basso dell’odierno regno animale e che rivestirono una certa importanza anche per lo sviluppo dell’uomo.
Così sorsero i primi germi degli animali, e (ciò che per noi è importante) erano costituiti dalle masse gassose più dense del globo dell'epoca. Quegli animali si svilupparono fino a un certo livello attraverso le forme più svariate. La forma animale più evoluta era quella dei pesci, gradino evolutivo corrispondente a quello attuale. Questi hanno conservato in sé il livello dell’evoluzione terrestre raggiunto quando il Sole era ancora dentro la Terra. Ormai la Terra si era condensata in un globo acqueo in cui nuotavano le formazioni più dense, gli animali. Allora avvenne un fatto molto singolare: alcune di quelle forme originali di pesci non si curarono di continuare il loro progresso evolutivo e rimasero tali. Altre invece stabilirono un certo rapporto con le forme umane, e precisamente il seguente.
Al momento in cui il Sole uscì dalla Terra, anche la Terra cominciò a ruotare intorno al suo asse, presentando alternativamente ora una parte, ora l’altra della sua superficie alla luce del Sole, così si formarono il giorno e la notte. All'epoca, però, i giorni e le notti erano molto più lunghi rispetto ad oggi. Mentre la Luna era ancora unita alla Terra, ogni volta che una di quelle forme umane gassose, ormai molto condensate, si trovava dalla parte illuminata dal Sole, una delle forme animali che nuotavano nel globo acquoso si univa a essa. La forma animale si univa a quella umana: in alto c'era la forma umana, in basso quella animale. La prima emergeva, tutta protesa verso il sole, e verso il basso si faceva sempre più debole fino a congiungersi con il corpo animale. Il Sole si trovava allora nel segno zodiacale dei Pesci. In effetti, all’inizio di tale formazione, il Sole si trovava in cielo nel segno dei Pesci, ma vi fece ancora spesso ritorno prima che si producesse la forma successiva. Tuttavia, il punto di partenza di tutto questo complesso evolutivo fu il momento in cui il Sole si trovò, in cielo, nella costellazione dei Pesci; e questa costellazione ricevette il suo nome perché la forma animale che allora si congiunse all’uomo si trovava appunto al livello dei Pesci.
A quel tempo, la Luna e la Terra formavano ancora un corpo solo. Con le forze della Luna, al momento in cui il Sole si separò dalla Terra, restò Jahve, e tra i ministri di questa divinità si trova la figura divina che gli Egiziani chiamarono Osiride. L’evoluzione procede in modo singolare fino al momento in cui anche la Luna esce dal seno della Terra.
La Terra di quel tempo era acquatica e, in quelle acque, le formazioni si erano evolute raggiungendo livelli sempre più grossolani, prima dell’uscita della Luna, tanto che, al momento in cui questa avvenne, l’uomo aveva la forma e il livello di una grossa salamandra per quanto riguarda la sua natura inferiore. È questa che la Bibbia chiama il serpente, o il drago. Durante il periodo in cui la Luna usciva dalla Terra, una quantità sempre maggiore di animalità aveva invaso la parte inferiore della forma umana. L’uomo fluttuava in un ambiente liquido e la sua parte inferiore aveva un aspetto animalesco, mentre in alto si trovava una sorta di figura luminosa, entro la quale fluivano le forze del Sole. Questo almeno era rimasto all’uomo: gli esseri della luce agivano nella sua forma, che emergeva dalla massa liquida terrestre come singolare figura luminosa. Che cosa era quella figura luminosa? Essa, nel frattempo, si era trasformata in un immenso e possente organo di percezione (e la trasformazione era compiuta quando la Luna uscì dalla Terra) che gli permetteva, mentre nuotava nel mare primordiale, di percepire l’avvicinarsi di ogni essere pericoloso come per mezzo di una lanterna, ma anche di percepire altre cose, in particolare il caldo e il freddo. Più tardi quell’organo si atrofizzò, formando l’attuale ghiandola pineale; ancora oggi, nel cranio dei bambini piccolissimi, è possibile individuare un punto molle che corrisponde approssimativamente al punto in cui l’organo in questione si ergeva allora nello spazio cosmico.
L’uomo accoglieva in sé forme animali sempre più elevate. A un certo punto della sua formazione, l’essere che risultò dalla trasformazione dei Pesci si chiamò Acquario, perché appunto viveva nell’acqua e perché aveva in sé il germe dell’uomo futuro. In seguito, si chiamò Capricorno; curioso è il fatto che le parti inferiori del corpo umano, man mano che si formavano, diedero il nome alla costellazione corrispondente al momento della loro formazione. I piedi corrispondono effettivamente ai Pesci, la gamba inferiore all’Acquario, che per molto tempo permise all’uomo di nuotare; i ginocchi sono in rapporto con il segno del Capricorno. L’animalità si sviluppò sempre di più; il femore fu associato al segno del Sagittario. Spiegare quest’espressione ci condurrebbe ora troppo lontano; voglio solo abbozzare l’aspetto che l’uomo aveva quando l'animalità corrispondeva al Sagittario. Egli era allora un animale che per la prima volta poteva muoversi sulle isole che si stavano formando dall’acqua. Verso l’alto si andava sempre più affinando, e conservava ancora la sua forma di fiore, illuminata da un organo che egli portava in capo a guisa di lanterna; dobbiamo, dunque, rappresentarlo eterico nella parte superiore, animale in quella inferiore. Nelle raffigurazioni molto antiche dello Zodiaco, la costellazione del Sagittario è rappresentata sotto forma di animale e sopra in forma umana. Tali segni indicano il livello di evoluzione dell’uomo; il Centauro, infatti, rappresenta un reale grado evolutivo dell’uomo, nella parte superiore uomo e nella parte inferiore cavallo. Naturalmente il cavallo non va qui preso in senso letterale, ma come rappresentante dell’animalità. In tempi antichi gli artisti creavano secondo questo principio: riprodurre la visione spirituale delle cose che essi, o vedevano da sé, oppure si facevano descrivere dai chiaroveggenti. Spesso, anzi, gli artisti stessi erano iniziati. Ad esempio, di Omero si dice che fosse un veggente cieco, ovvero un chiaroveggente che riusciva a vedere in senso spirituale più a fondo rispetto agli altri Greci e a leggere la cronaca dell’Akasha.
Il Centauro era dunque una vera forma umana che caratterizzava l’uomo quando la Luna era ancora contenuta nella Terra. Allora l’uomo possedeva ancora l’organo che si era formato durante l’epoca solare: la luminosa ghiandola pineale che egli portava in testa come una specie di faro. Quando poi la Luna uscì dalla Terra, cominciò la differenziazione dei sessi. L’uomo-centauro era ancora senza sesso, mentre la sessualità cominciò quando il Sole si trovava nel segno dello Scorpione; lo Scorpione corrispondeva al livello che l’uomo aveva raggiunto quando cominciò a svilupparsi in lui la sessualità. Allora l’uomo, nella sua parte superiore, era rivolto alle forze cosmiche, mentre nella parte inferiore era diventato un essere bisessuale. Nei Misteri egiziani, il discepolo chiaroveggente, dirigendo il suo sguardo a quest’epoca della evoluzione terrestre, scorgeva la Terra popolata di esseri umani che verso il basso sviluppavano una forma corporea sempre più densa, corrispondente alla loro natura inferiore, mentre in alto avevano una figura umana luminosa.
In seguito, grazie alle forze della Luna, si formarono i fasci dei nervi lungo la regione occupata dalla spina dorsale. Anche la formazione che sormontava la spina dorsale, divenuta oggi la testa, si era condensata e trasformata nel cervello attuale; si era dunque completata la metamorfosi dell’organo luminoso primitivo. A questa parte si riattaccava la spina dorsale, dalla quale si dipartivano i cordoni dei nervi, e alla spina dorsale, poi, la parte inferiore del corpo umano che abbiamo descritto in precedenza. Il discepolo dei Misteri egiziani riconosceva che qualunque essere volesse incarnarsi sulla Terra doveva assumere la forma umana corrispondente a quell'epoca. Osiride, in qualità di Spirito, aveva già spesso visitato la Terra e vi si era incarnato come uomo. Allora gli uomini esprimevano il loro sentimento dicendo: «È disceso sulla Terra un Dio», ma quel Dio aveva una forma umana. Ogni entità di alto livello che visitasse la Terra assumeva la forma che l’uomo aveva in quel dato momento. In un'epoca passata, era ancora possibile vedere la figura umana coronata da quell’organo luminoso di cui abbiamo parlato; da quello strano ornamento del capo, la lanterna di Osiride, che in seguito si raffigurò sotto l’immagine dell’occhio di Polifemo. Inizialmente situato all’esterno del corpo umano, l’organo — la lanterna — si trasformò in un organo interno del cervello. Nell’arte originaria tutto è simbolo di realtà effettive.
Quando gli iniziati greci vennero a conoscenza di questi segreti degli Egizi, molte cose erano già note anche a loro; e, in fondo, erano le stesse conosciute anche dagli Egizi, solo che in Grecia i nomi erano diversi. Gli iniziati avevano sviluppato molto la chiaroveggenza, sicché molti dei loro discepoli erano in grado di guardare indietro, chiaroveggentemente, in quel remoto passato. L’iniziato egiziano aveva un forte legame originario con quei segreti; perciò i sacerdoti greci apparivano loro come fanciulli inesperti. A questo proposito, è significativa la parola detta una volta da un sacerdote egiziano che, incontrando Solone, esclamò: «Oh Solone, Solone! voi Elleni restate sempre fanciulli! Non ci sono uomini maturi tra voi! Nello spirito voi siete sempre giovani, poiché la vostra scienza non si fonda su una tradizione antica e non avete acquisito la conoscenza venerabile nel corso dei secoli». (Platone: Timeo e Clizia). Così l’Egizio indicava che la saggezza dei suoi Misteri era molto più alta di tutto ciò che si poteva apprendere materialmente. Solo nei Misteri Eleusini si coltivava una saggezza altrettanto elevata, ma pochi avevano accesso a essa. Tuttavia, ciò che l’iniziato egizio sapeva riguardo a quei periodi dell’evoluzione terrestre, cioè che il dio Osiride si era separato dal Sole per trasferirsi sulla Luna, dove rifletteva la luce solare, era una conoscenza nota e sacra anche ai Greci. Anch’essi sapevano che era stato Osiride a formare le 28 fasi della Luna, predisponendo così nell’uomo i 28 fasci di nervi. Grazie a Osiride si è formato tutto il sistema nervoso spinale e, di conseguenza, tutta la parte superiore del corpo umano, poiché ciò che è muscolo può ricevere la sua forma solo grazie al fatto che i nervi lo plasmino. Sono i nervi che danno forma ai muscoli, alle cartilagini e agli altri organi: cuore e polmoni compresi. Così la primitiva azione del Sole aveva formato il cervello e il midollo spinale, e più tardi, da fuori, vi lavoravano le 28 fasi di Osiride e di Iside. Osiride e Iside sono dunque i creatori di essi, e quando il cervello invia i suoi nervi al midollo spinale, è Osiride che li elabora. Questo lo sapevano anche i Greci, che, quando conobbero i Misteri egiziani, compresero che Osiride era la stessa Divinità che essi denominavano Apollo. Dissero allora: l’Osiride egiziano è il nostro Apollo, che, come lui, agisce sui nervi affinché nell’uomo possa prodursi la vita dell’anima.
Ora, disegniamo a brevi tratti quest’azione. Rappresentiamoci schematicamente il cervello che si prolunga nel midollo spinale; Osiride suona, con le sue 28 mani, sul midollo spinale che discende dal cervello, come se lo suonasse con una lira. Ecco l’immagine significativa che i Greci davano di questi processi: la lira di Apollo. Basta immaginarla rovesciata. La lira è il cervello, i nervi sono le corde che vengono mosse dalle dita di Apollo. Apollo suona sulla lira cosmica, sul grande capolavoro formato dal cosmo, e nell’uomo fa risuonare quelle note che costituiscono la sua vita animica. In questa forma gli iniziati dei Misteri Eleusini rendevano ciò che in altra forma avevano narrato gli Egizi. Una tale immagine ci mostra come non si debbano interpretare schematicamente siffatti simboli, altrimenti si cade nella fantasticheria; in realtà tali immagini sono ancora più profonde di quanto l’intelletto possa comprenderle.
Quando il chiaroveggente greco parlava di Apollo, aveva dinanzi a sé il mistero di Osiride-Apollo e dello strumento umano; e Osiride stava dinanzi al discepolo egiziano quando questi veniva iniziato nei segreti dell’esistenza terrestre. Dobbiamo dunque affermare che tali immagini, tali simboli, che ci sono stati conservati e che caratterizzano i Misteri primordiali del passato, hanno un significato ben più profondo rispetto a quanto possa interpretarne l’intelletto umano. Apollo veniva effettivamente visto. Per noi, la cosa più importante è proprio questa: risalire alla realtà che ogni simbolo o immagine raffigura, poiché non vi sono simboli o leggende che non siano stati contemplati chiaroveggentemente.
Il discepolo egiziano, aspirante all’iniziazione, non poteva accedere a questi segreti se non dopo una lunghissima preparazione, basata soprattutto sullo studio di una determinata dottrina simile all’antroposofia elementare. Solo in seguito veniva ammesso alle vere esercitazioni. Allora sperimentava una sorta di estasi che non era ancora vera e propria chiaroveggenza, ma qualcosa di più di un sogno, in cui cominciava a percepire ciò che in seguito avrebbe contemplato in immagini. Come in un sogno immenso e vivente, vedeva la Luna separarsi dalla Terra, accompagnata da Osiride, e vedeva poi questi dirigere la propria azione dalla Luna alla Terra. In effetti, sognava la leggenda di Osiride e Iside; ogni discepolo doveva fare questa esperienza. Se non l’avesse sognato, non sarebbe potuto arrivare alla visione dei fatti veri. Il discepolo doveva attraversare lo stadio dell’immagine e dell’immaginazione, doveva vivere interiormente la leggenda di Osiride ed Iside. Questo stato d'animo estatico era una sorta di gradino preparatorio alla vera veggenza, il preludio alla contemplazione di quanto si svolge nel mondo spirituale. Nella Cronaca dell’Akasha si poteva arrivare a leggere ciò che oggi abbiamo solo accennato, raggiungendo un grado di iniziazione che oggi non è più possibile raggiungere. Ma ne riparleremo anche a proposito degli altri segni dello Zodiaco e del loro significato.
Abbiamo ormai imparato a conoscere importanti processi evolutivi dell’organismo umano, seguendolo dalla sua origine fino al momento in cui la Luna si staccò dalla Terra. Il termine «momento» è qui usato solo come termine generico, poiché per lo svolgimento dei processi descritti occorsero lunghissimi periodi. Dal primo momento in cui la Luna sembrò intenzionata a separarsi dalla Terra, fino all’ultimo, quando la scissione fu completata, passarono lunghissimi periodi durante i quali l’evoluzione continuò. Nondimeno, possiamo affermare di aver seguito l’uomo fino al distacco della Luna, all’incirca, cercando di comprendere la figura umana che, nella sua parte inferiore, dall’altezza delle anche in giù, mostrava già una forma non del tutto dissimile da quella attuale. Con la percezione che abbiamo oggi, si sarebbe già potuta scorgere la parte inferiore del corpo di allora, sebbene ancora molle, mentre le sue parti superiori sarebbero state percettibili soltanto a una coscienza chiaroveggente, come ci viene mostrato, ad esempio, nella figura del Centauro tramandataci dalla leggenda, dall’arte e dal mito. Abbiamo visto anche come gli arti dell’uomo originario si trasformassero via via in piedi, gambe, ginocchi, femori, ecc., che rappresentano forme animali fissatesi a determinati gradini dell’evoluzione terrestre che l’uomo ha invece superato. Cerchiamo di comprendere più precisamente questo processo.
Nei tempi antichissimi, quando il Sole si separò dalla Terra, la forma più evoluta degli animali di allora era rappresentata da una specie che si trovava allo stesso stadio di evoluzione dei pesci. Ora, se diciamo che i piedi dell’uomo corrispondevano a questa forma del pesce e se abbiamo notato un legame tra i piedi e i pesci, che cosa significa veramente? Significa che, all'epoca, quando l'uomo era ancora una forma di vita acquatica, i suoi piedi erano la parte del corpo che emergeva per prima dalla superficie dell'acqua. Terra acquea, rimasero indietro quelle forme nuotanti alla maniera dei pesci; solo i piedi dell’uomo erano fisicamente formati e visibili. Il resto esisteva solo in una forma eterica estremamente sottile. La forma di calice o di corolla floreale che abbiamo descritto, l’organo luminoso, era pervasa di luce ed eterico, mentre solo l’estremità inferiore dell’uomo compenetrava davvero la Terra acquea, come i pesci che rimasero indietro. In seguito si formarono animali più evoluti, il cui ricordo sopravvisse nell’immagine dell’Acquario, cioè nell’uomo che aveva un corpo visibile sino all’altezza della gamba. Man mano che l’uomo percorre gli stadi della sua evoluzione, egli lascia dietro di sé, a ogni gradino, una forma animale che egli sorpassa, volta per volta. Quando la Luna cominciò a separarsi dalla Terra, la parte inferiore del corpo umano era già formata, mentre la parte superiore era ancora plasmabile. Avvenuta la scissione della Luna, abbiamo potuto osservare tutti gli influssi che essa esercitò dall’esterno sull’essere umano, formando il sistema nervoso più importante della parte superiore del corpo, noto agli Egizi con il nome di Osiride. Questi nervi, partenti dal midollo spinale, costituirono i costruttori della parte superiore del corpo. Sotto l’influsso dei suoni che Osiride-Apollo trae dalla lira umana, si formò la parte mediana del corpo, le anche. Tutto ciò che si arrestò a questo punto dell'evoluzione, che l’uomo più tardi superò, si fissò nella forma degli anfibi. Finché la Luna rimase unita con la Terra, i suoi influssi abbassarono sempre più il livello dell’evoluzione. La forma del pesce era ancora in rapporto con il Sole, ed è per questo che un uomo sano attuale prova delle impressioni di fronte ai pesci. Pensate alla gioia che si prova contemplando il bel corpo risplendente di un pesce o di altri luminosi animali acquatici, e alla viva ripugnanza provata per gli anfibi, sebbene siano animali più evoluti dei pesci. Riflettete, poi, sull'antipatia che si prova nel vedere strisciare un serpente o trascinarsi rane, rospi e simili. La parte inferiore del corpo umano aveva, a quel tempo, una forma simile. Finché l’uomo aveva sviluppato solo la parte inferiore del corpo, fino all’anca, era una specie di drago; solo più tardi, grazie all’azione esercitata sulla parte inferiore del corpo dopo che si fu formata, la parte superiore del corpo trasformò la sua forma. Possiamo dunque dire che il pesce riproduce la forma con cui l’uomo si presentava quando riceveva ancora gli influssi del Sole uniti alla Terra, fino al momento in cui esso se ne separò.
Ora, i grandi esseri che sono sempre state le guide dell’evoluzione si separarono dalla Terra, edificandosi per propria dimora il Sole, per poi tornare, molto più tardi, a ricongiungersi con la Terra; e il sommo di tutti quegli esseri che uscirono con il Sole e ne guidarono l’evoluzione è il Cristo. Un sentimento di profonda venerazione ci pervade quando apprendiamo che, fino a quell’evento, l’uomo era unito a quello Spirito sublime che poi, insieme al Sole, lasciò la Terra. Si sentì di poter caratterizzare, con la figura del pesce, sia l’allontanamento del Sole dalla Terra, sia la forma umana di allora conferita dal Cristo stesso. Inizialmente l’uomo era congiunto col Sole dentro la Terra e, quando il Sole abbandonò la Terra, egli vide conservata nel pesce la forma di cui andava debitore agli spiriti solari; procedendo poi più innanzi nella propria evoluzione, egli si sentì abbandonato dagli spiriti solari. Il Cristo aveva lasciato l’uomo all’epoca in cui questi aveva forma di pesce e tale forma fu conservata dagli iniziati dei primi tempi cristiani. Questo simbolo, nelle catacombe romane, era destinato a ricordare il grande evento evolutivo avvenuto quando il Cristo era ancora unito agli uomini sulla Terra. Questo simbolo esprimeva qualcosa di infinitamente profondo dei primi cristiani, accennando al legame tra la forma umana e il Cristo nel momento in cui il Sole abbandonava la Terra. Quale differenza passa tra questo segno, che ci è simbolo di un’epoca dell’evoluzione cosmica, e le interpretazioni superficiali che spesso se ne fanno! I veri simboli sono sempre quelli basati sulle alte realtà spirituali, e questo aveva più di un semplice «significato» per i primi cristiani; era l’immagine di fatti reali visibili nei mondi spirituali. Nessuno interpreta correttamente un simbolo se non è in grado di indicare il fatto corrispondente visibile nel mondo spirituale. Ogni speculazione in proposito può, tutt’al più, fungere da preparazione, ma affermare che «significa» questo o quello non può darne la vera conoscenza, se non si mostrano i reali dati di fatto in esso contenuti.
Ora proseguiamo nella nostra descrizione dell’evoluzione umana. L’uomo assunse le forme più svariate e la forma fisica più orribile fu quella che ebbe quando si sviluppò fino all’altezza dell’anca. Questa forma, però degenerata, è conservata nel serpente. L’epoca in cui la Luna è ancora dentro la Terra e l’uomo prende la forma d’un anfibio è la più disastrosa e vergognosa dell’evoluzione umana. Se la Luna non se ne fosse andata dalla Terra, il genere umano sarebbe stato condannato a una sorte spaventosa, precipitando verso forme maligne e orribili. Perciò il senso di antipatia che ogni anima semplice e incorrotta prova nei confronti del serpente, che ricorda l’epoca in cui l’uomo era caduto così in basso, è pienamente giustificato. Un’anima semplice e incorrotta non dice che in natura non v’è nulla di brutto, e prova orrore per il serpente, che è la testimonianza vivente della vergogna umana. Questo non è detto da un punto di vista moralistico, ma come accenno al più basso livello di evoluzione che l’umanità abbia raggiunto.
Ormai, però, l’uomo doveva procedere oltre quelle bassure e poteva farlo solo abbandonando la forma animale e cominciando a condensare anche la sua parte superiore, spirituale. Abbiamo visto che tutte le parti più nobili dell’uomo potevano svilupparsi solo per influsso delle forze di Iside-Osiride. Ma affinché tali forze potessero agire su di lui sviluppando la sua parte più nobile, occorreva che si verificasse un fatto molto importante: la parte superiore dell’uomo doveva arrivare a dare al midollo spinale la posizione verticale anziché quella orizzontale. Ciò avvenne per influsso di Iside e Osiride. L’uomo venne condotto di gradino in gradino, sotto l’influenza del Sole e della Luna che si tenevano reciprocamente in equilibrio. Quando l’uomo divenne fisico fino alle anche, il Sole e la Luna, in equilibrio, formavano una Bilancia; ecco perché le anche vengono indicate con il nome della Bilancia; il Sole si trovava allora proprio nel segno che porta questo nome.
È importante rilevarlo: le anche non si sono sviluppate subito, non appena il Sole ha raggiunto il segno dello Scorpione e poi della Bilancia; altrimenti si rappresenterebbe il corso dell’evoluzione come troppo rapido. Il Sole impiega 25.920 anni per percorrere tutto lo Zodiaco. Inizialmente, il punto equinoziale si levava in primavera nel segno dell'Ariete, poi, ancora prima, nel segno del Toro. Il punto equinoziale procedeva sempre più avanti, e con esso il Sole percorse tutto il segno del Toro, e così via. Circa 747 anni prima della nascita di Cristo, il Sole tornò a passare nel segno dell’Ariete; al tempo nostro esso si leva in primavera nel segno dei Pesci. Il tempo che il Sole impiega a percorrere un segno dello Zodiaco è certamente ragguardevole, ma non sarebbe stato sufficiente a consentire il mutamento necessario perché l’uomo potesse progredire dallo sviluppo degli organi sessuali, corrispondenti al segno dello Scorpione, fino alla linea d’equilibrio delle anche, nel segno della Bilancia. Sarebbe sbagliato pensare che ciò si sia potuto svolgere durante un solo passaggio del Sole da un segno all’altro. Invece, esso percorre prima tutto lo Zodiaco e solo dopo questo giro la trasformazione è compiuta. In tempi ancora più antichi, il giro doveva essere compiuto più volte prima che l’evoluzione fosse progredita. Perciò il modo di calcolare il tempo usato per l’epoca postatlantica non può essere applicato a epoche anteriori. Il Sole doveva prima percorrere tutto lo Zodiaco, e in epoche remotissime anche alcune volte, prima che l’evoluzione progredisse di un grado. Per le parti del corpo che necessitavano di una struttura più solida, era necessario molto più tempo.
Man mano che l’uomo prendeva sempre più forma umana, gli esseri si fermavano a diversi livelli. L’uomo prosegue sempre più la sua evoluzione ascendente. Il gradino successivo, corrispondente alle parti inferiori del tronco, è rappresentato dal segno
L’uomo ha potuto formare anche i polmoni, il cuore e la laringe grazie agli influssi delle forze lunari e degli animali che egli dominava. Abbiamo già menzionato che
Cuore, polmoni e laringe, per esempio, si formarono solo grazie all’azione dei veri elementi spirituali nell’uomo: il corpo eterico, il corpo astrale e Osiride e Iside. Ma dobbiamo renderci conto che anche l’io è un organo superiore. Dopo aver superato il livello della Bilancia, questi organi collaborarono all’edificazione del corpo umano in modo molto più efficace rispetto alle epoche precedenti. Ne derivò un’estrema diversità di forme, a seconda che predominavano gli influssi del corpo eterico, del corpo astrale o persino dell’Io. Una preponderanza poteva anche essere del corpo fisico sugli altri tre. Si formarono così quattro tipi umani diversi. Un certo numero di esseri umani aveva sviluppato specialmente il corpo fisico, altri avevano ricevuto la loro impronta dal corpo eterico e in altri predominava la natura astrale. Vi furono anche uomini-io, il cui carattere era determinato dall’io. In ogni individuo si esprimeva l'elemento che prevaleva in lui. Nei tempi antichi, quando tali tipi si formarono, si sarebbero potute incontrare figure grottesche e il chiaroveggente che le scorge ora scopre ciò che costituiva i diversi tipi. Esistono descrizioni, certo meno conosciute, in cui ne è stato conservato il ricordo. Ad esempio, negli uomini in cui la natura fisica divenne particolarmente preponderante e in cui essa agì sulle parti superiori del corpo, queste presero un’impronta tutta particolare. Tale forma, adattata alle parti inferiori del corpo, si è conservata nella figura apocalittica del Toro (ma non in quella del toro attuale, che ne è una forma decadente). Tutto ciò che, in una determinata epoca, era prevalentemente determinato dal corpo fisico, restò al livello di evoluzione del Toro, e il Toro, come pure tutti gli animali congeneri: vacche, giovenchi, ecc., ne sono i rappresentanti. C’era un altro gruppo di uomini nei quali non era così pronunciatamente sviluppato il corpo fisico, ma piuttosto il corpo eterico, e con esso le parti del tronco prossime al cuore. Anche questo gruppo di uomini ci è conservato nell’animalità, precisamente nel leone. Il leone porta in sé il tipo sviluppatosi da quel gruppo di uomini nei quali era intensamente attivo il corpo eterico. Un altro gradino di evoluzione umana, in cui il corpo astrale prevaleva sul corpo eterico e su quello fisico, ci è rimasto conservato, però in una forma degenerata, nella popolazione mobile degli uccelli, ed è rappresentato nell’Apocalisse dall’Aquila. Qui l’uomo ha espulso l’eccessiva astralità che si è innalzata nella specie degli uccelli; e là dove l’io è più forte, si sviluppa un essere che riunisce realmente le altre tre nature, poiché l’io armonizza tra loro gli altri tre elementi. La Sfinge ha il corpo di leone, le ali d’aquila, e anche qualche parte che ricorda il toro, e nelle immagini più antiche, addirittura la coda di serpente, a testimoniare la forma antica del rettile; mentre, davanti, si vede la forma umana che armonizza le altre parti. Questo è ciò che il chiaroveggente vede nella Sfinge, che ha il corpo di leone, le ali d’aquila, e anche qualche parte che ricorda il toro, e nelle immagini più antiche, persino la coda di serpente, a testimoniare la forma antica del rettile; mentre, davanti, si vede la forma umana che armonizza le altre parti.
Questi sono i quattro tipi, fra i quali, nell’epoca atlantica, predomina il tipo umano, poiché essi si andarono sempre più unificando nella figura umana che in sé armonizzava le altre diverse nature dell’Aquila, del Leone e del Toro.
Questi sono i quattro tipi, fra i quali, nell’epoca atlantica, predomina il tipo umano, poiché si andarono sempre più unificando nella figura umana che in sé armonizzava le diverse nature dell’Aquila, del Leone e del Toro. Esse si mescolano per produrre la forma umana completa che, via via, si trasforma nella figura che assunse verso la metà dell’epoca atlantica.
Abbiamo visto dunque che quattro tendenze, quattro tipi diversi, si sono armonicamente combinati per formare l’uomo. L’uno corrisponde al corpo fisico, alla natura del toro, in cui prevalgono le forze sviluppatesi fino al livello d’evoluzione della Bilancia. Nel corpo eterico abbiamo la natura del leone, nel corpo astrale abbiamo le forze preponderanti del corpo astrale, che corrispondono alla natura dell’aquila o dell’avvoltoio, e infine abbiamo le forze preponderanti dell’io, che corrispondono alla vera e propria natura umana. In ogni individuo, una di queste quattro tendenze predominava sull'altra, e così sono nati i quattro tipi fondamentali. Si potevano però incontrare anche altre combinazioni: per esempio, il corpo fisico, il corpo astrale e l’io potevano dominare in equilibrio e su di essi predominare il corpo eterico; questo insieme formava un tipo umano tutto speciale. In questi casi, i tre arti superiori erano più sviluppati rispetto al corpo fisico. Il primo di questi ultimi due gruppi, cioè quello in cui predominavano il corpo fisico, l’astrale e l'io, sono i progenitori fisici degli uomini (maschi) attuali, mentre il secondo gruppo, in cui predominavano il corpo eterico, l’astrale e l’io, sono i progenitori fisici delle donne attuali. Gli altri tipi scomparvero del tutto con il passare del tempo, mentre questi ultimi due rimasero e formarono i corpi maschili e femminili. Anche il prodursi a poco a poco di queste due forme fu dovuto ai differenti influssi di Osiride e Iside.
Abbiamo visto il principio di Iside esprimersi nelle fasi della luna nuova, quando la luna è oscurata, mentre Osiride si esprime nelle fasi luminose della luna piena. Iside e Osiride sono esseri spirituali che risiedono sulla Luna, ma le loro azioni si verificano sulla Terra. Per loro la razza umana si scisse in due sessi. I progenitori umani femminili furono formati sotto l’influsso di Osiride, mentre i progenitori maschili sotto l’influsso di Iside. Questi influssi vennero trasmessi attraverso i fasci dei nervi, grazie ai quali l’umanità venne divisa in una parte maschile e in una parte femminile. La leggenda lo esprime narrando di come Iside cercasse Osiride: il maschile e il femminile si cercano sulla Terra. Sempre di nuovo, possiamo osservare che in tali leggende sono celati meravigliosi misteri dell’evoluzione cosmica. Solo dopo che la differenziazione sessuale si fu completata, si formarono nella parte superiore dell’uomo le differenziazioni che indichiamo con i termini maschile e femminile. L’uomo rimase molto più a lungo unisessuale rispetto agli animali, i quali avevano sviluppato la differenziazione molto prima. In un tempo remoto, la forma umana non era differenziata in sessi e non esisteva ancora il modo di riproduzione che si stabilì più tardi; la natura umana comprendeva allora in sé entrambi i sessi. Nella Bibbia è scritto: «E Dio creò l’uomo e la donna». Entrambi in uno. Questa è la versione corretta.
Vi fu dunque un tempo in cui la natura umana era ancora unitaria e in cui ogni essere umano si riproduceva verginalmente. La tradizione egiziana, basata sulla chiaroveggenza degli iniziati, ci ha tramandato un ricordo di tale fase dell'evoluzione umana. Ho già accennato a come, nei tempi più antichi, si rappresentasse Iside che nutre Oro; ma dietro a questa, c'è una seconda Iside dalle ali di avvoltoio che porge ad Oro la croce ansata, per indicare che l’uomo ha avuto origine in un’epoca nella quale i diversi tipi non erano ancora distinti; l’astralità penetrò nell’uomo soltanto più tardi. Questa seconda Iside indica che in passato predominava l’elemento astrale. Le forze che più tardi si unirono alla forma umana sono qui rappresentate dietro alla madre, come una forma astrale che avrebbe avuto le ali d’avvoltoio se avesse seguito esclusivamente l’astralità. Ma dietro a queste due, c'è ancora una figura d'Iside dalla testa di leone, che rappresenta il tempo in cui predominava il corpo eterico. Così, da una profonda veggenza, ci viene palesata questa triplice Iside.
La separazione dei seni non poteva avvenire improvvisamente, ma fu necessario un periodo di transizione tra il modo verginale di riproduzione, in cui la fecondazione avveniva sotto l’influsso delle forze viventi della Terra, che erano al tempo stesso forze di fecondazione, e l’altra maniera di fecondazione bisessuale. Quest’ultima cominciò a essere perfetta solo alla metà dell’epoca atlantica. Prima di allora, si ebbe uno stadio intermedio, durante il quale, a un dato momento, avvenne un mutamento della coscienza umana. In quel periodo, i cambiamenti che si verificavano negli stati di coscienza dell’uomo avvenivano attraverso periodi molto più lunghi rispetto ad oggi; l’uomo aveva una consapevolezza particolarmente viva della vita notturna che trascorreva come essere spirituale insieme ai suoi compagni spirituali. La coscienza diurna era invece debole. Durante questo periodo, la coscienza umana, che è propria dell’uomo quando vive nel suo corpo fisico, si fortificò, mentre la vita dell’anima si affievoliva quando di notte egli abbandonava il piano fisico. Parliamo dunque dell’epoca di transizione che intercorse fra i due periodi sopra citati. In quel periodo, la coscienza del mondo fisico era ancora attutita e in tale coscienza attutita avveniva la fecondazione; l’uomo la sperimentava quando, dal mondo fisico, ascendeva nel mondo spirituale e se ne accorgeva soltanto attraverso un atto simbolico di sogno. Gli sembrava di aver gettato una pietra che, nel sogno, dava origine a un fiore.
Parlando di quest’epoca, dobbiamo anche rilevare che c’erano altri esseri che avevano raggiunto uno stadio più avanzato, prematuramente. Quando diciamo che certi esseri si erano fermati al livello del Toro, altri a quello dell’Aquila, altri a quello del Leone, ecc., che cosa significa? Significa che se quegli esseri avessero potuto aspettare, e solo molto più tardi fossero stati spinti a sviluppare in se stessi, in tutta la sua pienezza, l’amore per il mondo fisico, essi sarebbero diventati uomini. Se il leone non avesse voluto penetrare troppo presto nella sfera terrestre, sarebbe diventato un uomo, e come lui anche tutti gli altri animali che si erano scissi prima di allora. In altri termini: tutto ciò che era "uomo", al momento in cui il leone stava per formarsi, o si rifiutò di accogliere le sostanze inferiori e di discendere nell’umanità fisica, oppure disse: sì, voglio discendere, voglio diventare fisico al punto di evoluzione al quale sono arrivato. Immaginiamo dunque due specie di esseri: una che resta in alto, nel regno aereo-eterico, toccando la Terra soltanto con parti più terrestri del suo essere; l’altra che tende a discendere totalmente. Questa seconda divenne leone, mentre la prima divenne uomo. Anche gli uomini, via via, si fermarono a diversi gradini, come avevano fatto gli animali. Non furono certo i migliori quelli che ebbero fretta di diventare uomini; i migliori seppero aspettare, pazientarono a lungo prima di scendere sulla Terra a compiervi l’atto della fecondazione, rimanendo nella sfera della conoscenza dove quell’atto era un sogno. Questi uomini dimoravano, come si suol dire, in Paradiso. Coloro che erano scesi sulla Terra prima avevano una corporeità fortemente pronunciata, un viso dall’espressione rozza e brutale, mentre gli altri, che vollero prima formare le parti più nobili, avevano figure molto più umane.
Il ricordo di tutto ciò ci è stato conservato in una leggenda meravigliosa e in un rito. Del rito ha parlato Tacito, narrando la storia della dea Nerthus (Hertha), che ogni anno s'immergeva in una nave nei flutti del mare, ma coloro che la trasportavano dovevano essere uccisi. Il mito di Nerthus è stato spesso interpretato come un'invenzione della fantasia, una dea qualunque alla quale si sarebbe dedicato un culto su un'isola. Si è persino creduto di riconoscere il luogo del culto di Nerthus nell’isola di Riigen, presso il lago chiamato Hertha, e di scoprire il punto in cui il carro di Nerthus si sarebbe sommerso. Una strana fantasia, se si considera che il nome del lago di Hertha è un’invenzione recente; in precedenza si chiamava Lago Nero, a causa del suo colore, e a nessuno veniva in mente di chiamarlo Hertha e di riferirlo a una dea. In realtà, questa leggenda racchiude un significato molto più profondo. Nerthus rappresenta l’epoca di transizione dalla riproduzione verginale a quella attuale dell’umanità. Nerthus, che s’immerge in una coscienza crepuscolare, percepisce tale stato solo come un atto delicato e simbolico, ne percepisce solo un riflesso. Ma gli esseri che erano già discesi sulla Terra quando l’umanità superiore sentiva ancora in questo modo avevano già perduto l’innocenza originaria; l’atto stesso era già perduto per la coscienza umana superiore, quindi era degno di morte. In numerose contrade d’Europa, il ricordo di questo avvenimento dei tempi primordiali fu conservato nel rito che, in determinati periodi dell’anno, si celebrava con una cerimonia. Si faceva infatti immergere nel mare della passione il carro con l’immagine di Nerthus e si aveva persino la crudele consuetudine di chiamare degli schiavi a tirare il carro e a servire; degli schiavi che poi venivano uccisi nel rito, come segno che solo un’umanità inferiore, mortale, poteva vedere quell’atto. Soltanto i sacerdoti che avevano ricevuto l’iniziazione potevano assistere alla cerimonia senza subirne danno. Vediamo dunque come, al tempo in cui si conoscevano i fatti che abbiamo narrato, esisteva il culto di Nerthus in alcune regioni. In quelle regioni viveva una coscienza che diede origine tanto alla leggenda quanto al rito.
Così l’umanità segue la sua evoluzione attraverso molteplici forme e nelle immagini vengono rappresentati dei fatti reali. Abbiamo già detto che tali immagini, che apparivano come sogni, non devono essere ritenute semplici allegorie, ma che hanno un contenuto in rapporto con i fatti reali. Anche la leggenda di Osiride fu sognata prima che il discepolo potesse contemplarla come un fatto dell’evoluzione.
Solo le immagini che predispongono alla contemplazione reale sono simboli nel senso occulto. Un simbolo è la descrizione di processi reali. Vedremo ora quali effetti derivassero da tali descrizioni.
Nelle nostre ultime considerazioni abbiamo esaminato una serie di fatti che hanno segnato l’evoluzione dell’umanità. Ho cercato di mostrare come l’uomo si sia sviluppato in quel periodo dell’evoluzione terrestre che va dal momento in cui il Sole uscì dalla Terra fino a quello in cui anche la Luna l’abbandonò. Ci sarà da aggiungere qualche altra informazione a questi che possiamo chiamare «fatti di anatomia e fisiologia occulta». Ma per comprenderne l’insieme nel modo giusto, oggi dobbiamo gettare luce su alcune altre vicende della vita spirituale, poiché non dobbiamo dimenticare che il nostro obiettivo è scoprire i rapporti tra la cultura egiziana, con i suoi miti e misteri, e la nostra. È quindi necessario avere le idee chiare sul modo in cui l’evoluzione, in generale, ha proceduto attraverso le varie epoche.
Riflettiamo un’altra volta su ciò che abbiamo descritto come azione degli spiriti solari e lunari, e in particolare delle forze di Osiride e di Iside, grazie alle quali il corpo umano è sorto ed è stato edificato. Ciò avvenne in un passato lontanissimo, quando la nostra Terra si era appena condensata dalla Terra acquea, e gran parte di quanto abbiamo descritto si è svolto proprio in quella Terra acquea. L’uomo si trovava allora in una condizione che dovrebbe affacciarsi molto chiaramente dinanzi alla nostra anima, permettendoci di formare un concetto esatto dell’aspetto che il progresso umano assunse, anche grazie alla chiaroveggenza, durante l’evoluzione terrestre. Ho descritto come le parti inferiori dell’essere umano, ossia piedi, gambe, ginocchia, ecc., si siano formate fisicamente sin dal periodo in cui il Sole si preparava a lasciare la Terra. Ricordiamo però di aver sempre detto che tutto ciò sarebbe stato osservato in questo modo se un occhio umano fosse stato presente. Ma un occhio umano che avesse potuto scorgere tali cose non esisteva allora; si formò solo molto più tardi. Mentre l’uomo viveva ancora in seno alla massa liquida, percepiva unicamente mediante l’organo che abbiamo descritto come ghiandola pineale. La percezione attraverso gli occhi fisici cominciò soltanto quando il corpo umano si fu sviluppato sino all’altezza delle anche. Gli organi dell’uomo non erano ancora in grado di scorgerla. L’uomo di quel tempo non era in grado di vedere se stesso; acquisì questa facoltà solo dopo che il suo corpo, sviluppandosi dalla parte inferiore, aveva superato la sua metà, corrispondente al livello delle anche. L’occhio umano si aprì quando l’uomo fu formato fino al segno della Bilancia; allora egli cominciò a vedere se stesso in modo nebuloso e a distinguere gli oggetti intorno a lui. Fino a quel momento, ogni percezione era una percezione astrale-eterica, una visione chiaroveggente. Allora l’uomo non poteva percepire le cose fisiche, perché la sua coscienza era ottusa e crepuscolare, una coscienza da sogno.
In seguito, l’uomo passò a uno stato di coscienza in cui si alternavano il sonno e la veglia. Durante la veglia, egli scorgeva il fisico in modo ottuso, avvolto però da una nebbia simile a un'aura. Nel sonno, invece, egli si elevava ai mondi spirituali e agli esseri spirituali. La sua coscienza si alternava dunque tra una chiaroveggenza che andava sempre più affievolendosi e la coscienza di veglia diurna, che è oggi la nostra coscienza principale e che si andava sempre più schiarendo e affermando. Intanto si andava perdendo la facoltà di percepire chiaroveggentemente e di vedere quindi gli dèi durante il sonno. Parallelamente, la coscienza diurna si faceva più chiara e l’autocoscienza, il sentimento e la percezione dell’io si rafforzavano.
L’uomo non aveva ancora nemmeno un barlume di ciò che oggi chiamiamo morte. Quando allora abbandonava il suo corpo fisico, sia nel sonno che nella morte, egli non perdeva la coscienza, anzi, sotto un certo aspetto, ne acquisiva una più alta e più spirituale rispetto a quella che gli era propria mentre era nel corpo fisico. All'epoca, l'uomo non si sentiva mai dire: «Ora muoio» o «Cado nell'incoscienza»; queste cose non esistevano. L’uomo non poggiava sul suo sentimento di sé, ma si sentiva immortale in seno alla Divinità e conosceva tutti i fatti che oggi descriviamo. Immaginiamo di metterci a dormire mentre brilla la luna piena; immaginiamo che il nostro corpo astrale esca dal corpo fisico e che quest’ultimo, come pure il corpo eterico, restino giacenti nel letto, mentre il corpo astrale vi aleggia sopra; e tutto ciò avviene durante il plenilunio. In tale situazione, il chiaroveggente non vedrebbe solo una nuvola astrale, ma vedrebbe effettivamente delle correnti penetrare dal corpo astrale in quello fisico; queste correnti sono le forze che durante la notte eliminano la stanchezza e rinnovano le energie spese durante il giorno, così che al mattino il corpo fisico si sente fresco e riposato. Contemporaneamente, però, si potrebbero vedere delle correnti spirituali compenetrate di forze astrali provenire dalla Luna. Si vedrebbe come dalla Luna partano effluvi spirituali che penetrano nel corpo astrale e lo fortificano, influendo sulla sua azione sul corpo fisico. Il nostro corpo astrale avrebbe percepito quell’afflusso di forze spirituali e avrebbe detto: «Ecco Osiride che mi fortifica, che lavora su di me; io vedo la sua forza che mi pervade». Ci saremmo sentiti protetti, durante la notte, in seno a Osiride, avremmo vissuto col nostro Io in seno a Osiride. «Io e Osiride siamo una cosa sola», avrebbe detto, esprimendo il proprio sentimento, e, nel ridiscendere nel corpo fisico, se si fosse potuto esprimere a parole ciò che si sentiva, si sarebbe detto: «Ora devo rientrare nel mio corpo fisico che mi attende laggiù; è arrivato il momento di immergermi di nuovo nella mia natura inferiore». E di nuovo, con gioia, si sarebbe aspettato il momento di abbandonare il corpo fisico per risalire e riposare nel grembo di Osiride o di Iside, dove il nostro Io si sarebbe riunito con loro.
Più il corpo fisico si sviluppava, più le parti nuove si aggiungevano a quelle già sviluppate in basso e più, dopo lo sviluppo degli arti superiori, l’uomo era divenuto capace di percepire anche fisicamente gli oggetti del mondo fisico intorno a lui, tanto più a lungo egli doveva dimorare nel corpo fisico quando vi si immergeva e tanto maggiore interesse destava in lui il mondo fisico. La coscienza del mondo spirituale si offuscava man mano che quella del mondo fisico si schiariva; egli, dunque, finì per disabituarsi al mondo spirituale. La vita sul piano fisico prese il primo posto e, negli stati che si verificano tra la morte e una nuova nascita, la coscienza divenne sempre più confusa. Nel corso dell’epoca atlantica, gli uomini persero il senso di essere a casa nel mondo degli dèi e, una volta passata la grande catastrofe, una gran parte di essi aveva affatto perduto la facoltà di contemplare il mondo spirituale durante la notte; in cambio, però, avevano acquistata quella di vedere sempre più chiaramente gli oggetti esteriori durante il giorno, di percepirli a contorni sempre più netti e distinti. Come accennato in precedenza, le facoltà chiaroveggenti si conservarono a lungo negli uomini rimasti indietro durante le culture postatlantiche e di tali ritardatari dotati di chiaroveggenza se ne trovano sino alla fondazione del Cristianesimo. Ancora ai giorni nostri, singoli individui si sono conservati, come dono naturale, quella chiaroveggenza, però tutta diversa da quella che si consegue mediante una disciplina esoterica.
Nell’Atlantide, dunque, la notte si oscurò gradualmente per gli uomini, mentre la coscienza diurna cominciò a rischiararsi. Fu un'epoca di incoscienza per quella prima coltura postatlantica che abbiamo cercato di descrivere in tutta la sua grandezza e spiritualità, introdotta dai santi Rishi. Ora dobbiamo cercare di caratterizzarla anche da un altro punto di vista.
Trasportiamoci con la mente nelle anime dei discepoli dei santi Rishi e, in generale, delle popolazioni dell’epoca postatlantica, quando le ultime tracce dei grandi cataclismi acquatici che avevano sommerso l’Atlantide erano ormai scomparse. Un ricordo del mondo antico, quando l’uomo aveva visto e sperimentato gli dèi che avevano plasmato il suo corpo e agito su di esso, per mezzo di Osiride e Iside. Ora egli era uscito da quell’antico mondo, dal grembo degli dèi che, per lui, erano stati altrettanto reali del mondo fisico. I Rishi ne coltivavano il ricordo nella sua anima, ed egli sapeva che essi e i loro discepoli erano in grado di penetrare con i loro sguardi nel mondo spirituale, ma sapeva anche che per l’uomo della cultura indiana era ormai passato il tempo in cui quella possibilità era esistita.
L’anima dell’antico Indiano, trasferitasi in un mondo che non era più se non un guscio esteriore del mondo spirituale, era presa dai dolorosi ricordi dell’antica patria, e anelava a uscire da questo mondo per farvi ritorno. «Irreali sono i monti, le valli, le nuvole ammassate nei cieli, irreale è persino il firmamento stellato. Tutto ciò non è che un involucro, la fisionomia di un essere. Ma la realtà che sta dietro a tutto ciò, gli dèi e la vera forma dell’uomo, noi non possiamo vederli. Quel che vediamo è Maya, è irrealtà; la realtà vera è nascosta». Così egli sentiva, e il sentimento che l’uomo era scaturito dalla verità e aveva avuta la sua patria nel mondo spirituale divenne sempre più vivo; mentre il mondo sensibile era irreale, era Maya, e lo avvolgeva di tenebra. Chi avverte così fortemente il contrasto tra lo spirito e l’irreale mondo fisico, sarà spinto, dal suo sentimento religioso, a diminuire il proprio interesse per quest’ultimo e a rivolgere sempre più il proprio spirito a ciò che gli iniziati contemplano e i santi rivelano. Infatti l’indiano aspirava a lasciare la dura realtà diurna che era semplice illusione, in quanto per lui ciò che scorgono i sensi non era vero, ma ciò che si nascondeva dietro al sensibile. Così, il primo periodo di coltura postatlantico rivolse pochissimo interesse a quanto si svolgeva sul piano fisico.
Le cose erano già diverse presso i Persiani, nella seconda epoca di coltura, da cui sorse poi Zoroastro, il grande discepolo del Manu. L’uomo di questa seconda epoca di coltura non percepisce il fisico come una fatalità, ma come una missione. Certo, il suo sguardo sa ancora elevarsi alle regioni della luce, ai mondi spirituali; ma poi si abbassa nuovamente verso il mondo fisico, e davanti alla sua anima appare tutto il contrasto tra le potenze della luce e le forze tenebrose. Il mondo fisico divenne per lui un campo d’azione e di lavoro. Il Persiano si diceva: «C’è la Potenza buona della luce, il dio Ormuzd o Altura Mazdao, e ci sono le forze oscure snidate da Angramainyush o Arimane. Altura Mazdao porta la salvezza agli uomini, Arimane il mondo fisico. Ciò che viene da A deve essere trasformato; dobbiamo allearci con le divinità buone e trionfare di Arimane, il dio cattivo della materia, lavorando la Terra, trasformandola e diventando esseri capaci di operare su di essa. Vincendo Arimane, la Terra diventa un mezzo per favorire il bene. Gli uomini appartenenti alla cultura persiana fecero il primo passo per redimere la Terra, nella speranza che un giorno sarebbe divenuta anch’essa un pianeta purificato e liberato, con la glorificazione di Altura Mazdao, l’Essere supremo.
Questo era sentito da colui che non contemplava più le vette supreme, e che avvertiva di perdere l'equilibrio, ma che cominciava a porre saldamente il piede in questo mondo fisico.
La conquista del piano fisico proseguì nella terza epoca di coltura, quella egizio-babilonese-assiro-caldaica. Qui non si trovano più tracce dell’antico senso di repulsione verso il mondo fisico, percepito come una manifestazione illusoria. I Caldei sollevarono gli sguardi al firmamento stellato e lo splendore degli astri non fu per loro solamente un'illusione, ma i segni di un linguaggio impresso dagli dèi nel mondo fisico. Seguendo le vie degli astri, il savio sacerdote caldeo ritrovava la via a ritroso verso i mondi spirituali. Quando egli raggiungeva l’iniziazione e imparava a conoscere tutti gli esseri che abitavano i pianeti e le stelle, innalzando gli sguardi ai cieli, diceva: «Ciò che vedo coi miei occhi quando li alzo verso i cieli stellati è l’espressione esteriore di quanto posso percepire grazie alla chiaroveggenza occulta e all’iniziazione. Quando il sacerdote iniziatore mi conferisce la grazia di poterla contemplare, io vedo la Divinità. Ma tutto ciò che vedo nel mondo esteriore non è solo illusione; è la scrittura stessa degli dèi». Egli provava un sentimento analogo a quello che proviamo noi quando, dopo essere stati per lungo tempo separati da una persona che amiamo, ne riceviamo una lettera e vediamo i suoi caratteri sulla carta. Attraverso di essi vediamo la mano che li ha tracciati e scorgiamo i sentimenti del cuore che in quei segni si sono esplicati. Così, a un dipresso, provava l’iniziato caldeo e anche l’egiziano, dopo che era stato introdotto nei sacri Misteri; e, nell'intimo del tempio, vedeva con il suo occhio spirituale gli esseri spirituali che sono congiunti con la nostra Terra. E quando aveva visto tutto ciò e poi usciva a contemplare le stelle, quel mondo stellare gli appariva come un messaggio degli esseri spirituali, come la scrittura degli dèi. Così pure, il balenìo dei lampi, il rombare dei tuoni e le raffiche della tempesta erano manifestazione degli dèi per lui. In tutto ciò che vedeva esteriormente si erano manifestati gli dèi; e ciò che noi sentiamo davanti alla lettera di un amico, egli sentiva vedendo il mondo esteriore: il mondo degli elementi, delle piante, degli animali, dei monti, delle nubi, delle stelle; e tutto decifrava come una scrittura divina.
Gli Egiziani avevano piena fiducia nelle leggi che l’uomo può scoprire nel mondo fisico e che gli permettono di dominare la materia. Da ciò nacquero la geometria e la matematica, che aiutarono l’uomo a dominare gli elementi, proprio perché aveva fiducia in ciò che il suo spirito poteva scoprire e perché credeva che nella materia si potesse imprimere lo spirito. Così egli potè erigere le Piramidi, i grandi Templi, le Sfingi. Fu un poderoso passo avanti nella conquista del piano fisico quello compiuto da questa terza epoca di coltura! Con ciò l’uomo arrivò ad ammirare e rispettare il mondo fisico. Ma quali maestri aveva avuto bisogno per raggiungere quella meta? Anche durante l’antico periodo indiano gli erano stati necessari dei maestri; anche gli iniziati avevano avuto dei maestri. Negli stadi dell’iniziazione, l’iniziato doveva essere condotto artificialmente a rivedere ciò che prima aveva potuto vedere nella sua ottusa coscienza chiaroveggente. Bisognava riportarlo a tempi antecedenti, fargli recuperare la sua patria spirituale originaria, per poter trasmettere agli altri ciò che aveva sperimentato. Per fare ciò aveva bisogno di maestri. Le cose cambiarono invece per i Caldei e, in particolare, per gli Egiziani: i discepoli dei Rishi avevano bisogno di maestri che insegnassero loro ciò che si era svolto nell’antica Lemuria e nell’antica Atlantide, quando l’uomo era ancora chiaroveggente; e lo stesso fu presso i Persiani. Le cose cambiarono invece per i Caldei e, in particolare, per gli Egiziani. Anche in Egitto, però, si rese necessario un nuovo insegnamento, un metodo completamente diverso.
Anche in Egitto, i maestri guidavano i loro discepoli a sviluppare le proprie forze per penetrare con la loro chiaroveggenza nel mondo spirituale nascosto dietro a quello fisico. In Egitto, però, divenne necessario un nuovo insegnamento, un metodo del tutto nuovo. Nell’India antica, si era poco interessati a comprendere come i processi che avvengono nel mondo spirituale si riflettano in quello fisico e a scoprire le corrispondenze tra gli dèi e gli uomini. In Egitto, attraverso l’iniziazione, il discepolo non soltanto doveva vedere gli dèi, ma anche scrutare come muovessero, per così dire, le mani per formare quei segni e come si plasmassero a poco a poco tutte le forme fisiche. Gli antichi egizi avevano scuole simili a quelle indiane, ma vi apprendevano anche le corrispondenze tra il mondo fisico e le forze spirituali. Ora avevano una nuova materia d’insegnamento. In India, le forze spirituali si sarebbero rivelate al discepolo per mezzo della chiaroveggenza. In Egitto si insegnava anche che cosa
- quali azioni degli spiriti corrispondono nel fisico. Si mostrava, per esempio, l’opera spirituale corrispondente a ogni parte del corpo fisico, come il cuore. Fu il grande iniziatore Ermete Trismegisto a fondare la Scuola, dove non veniva soltanto rivelato lo spirito, ma altresì il lavoro dello spirito sul fisico. Fu lui, il tre volte grande Toth, il primo che insegnò agli uomini a considerare l’intero mondo fisico come una scrittura divina. Così, passo dopo passo, vediamo le nostre culture postatlantiche incorporare i loro impulsi all’evoluzione dell’umanità. Ermete apparve agli Egizi come un inviato divino e insegnò loro a decifrare la sigla dell’opera divina nel mondo fisico.
Con ciò abbiamo delineato le tre prime culture dell’epoca postatlantica. Gli uomini avevano imparato ad apprezzare il piano fisico.
Durante la quarta cultura, quella greco-latina, l’uomo entrò in contatto ancora più stretto con il mondo fisico. Qui non solo si arriva a vedere nel mondo fisico la scrittura degli dèi, ma anche a proiettare nel mondo obiettivo il proprio Sé, la propria individualità spirituale. Prima, non si erano mai avute creazioni d’arte come quelle che sorsero in Grecia. Solo nella quarta epoca postatlantica l’uomo diventa capace di proiettarsi fuori, nelle opere di scultura, di creare nel mondo esterno un simulacro di se stesso.
In questo periodo, vediamo l’interiorità e la spiritualità dell’uomo esteriorizzarsi nel mondo fisico e penetrare nella materia. L’esempio più puro di questa unione tra spirito e materia è il Tempio greco. Questo Tempio è un’opera meravigliosa per chiunque sia in grado di contemplarlo retrospettivamente. L’architettura greca è l’architettura per antonomasia. Ogni arte raggiunge il suo culmine in un determinato periodo e in un determinato luogo. In Grecia, l’architettura raggiunge il suo culmine. Anche la scultura e la pittura raggiunsero il loro apice. Ma nei templi della Grecia, sebbene le Piramidi giganti avessero preceduto questo tipo di costruzione, fu raggiunto il culmine più mirabile della creazione architettonica. Infatti, che cosa fu realizzato in quei templi? Ne percepirà in sé una debole eco chi possiede un senso artistico dello spazio e sa che una linea orizzontale è in rapporto con una linea che s’alza verticalmente. Nell’anima sorge un mondo di verità cosmiche quando essa è capace di percepire la colonna che sorregge ciò che sta sopra di essa. Bisogna poter percepire come tutte quelle linee esistano già invisibilmente nello spazio. L’artista greco vedeva, per così dire, chiaroveggentemente la colonna e non faceva che inserire della materia in ciò che vedeva. Per lui, lo spazio era tutto animato, tutto percorso da linee e da forze vitali. Come potrebbe l’uomo moderno risentire in minima parte di quella vitalità legata al sentimento dello spazio? Una debole eco di questo sentimento si ritrova negli antichi pittori. Vi sono quadri che rappresentano voli d’angeli e in cui si percepisce chiaramente come, sorvolando lo spazio, un angelo sorregga l’altro. Oggi, di tale senso dello spazio, purtroppo, non c’è più alcuna traccia. Non ho nulla da criticare nell’arte coloristica di Bòcklin, ma a lui manca ogni sentimento dello spazio in senso occulto. Un essere come quello che vediamo in alto nella sua Pietà (non è chiaro se si tratti di un angelo o di altro) deve immancabilmente destare nello spettatore l’impressione che possa precipitare sul gruppo sottostante da un momento all’altro. Bisogna insistere su queste cose se si vuole suscitare un sentimento di cui gli uomini d’oggi possono a mala pena farsi un’idea: il senso dello spazio che caratterizzava i Greci, il quale, lo ripeto espressamente, è di natura occulta. Il tempio greco era costruito come se le sue linee avessero generato lo spazio stesso; e, quale conseguenza di questo fatto, gli esseri divini che il chiaroveggente greco conosceva e per i quali il tempio era stato edificato, vi scendevano realmente e vi si trovavano a loro agio. È proprio vero che Pallade Atena, Zeus, ecc. erano realmente presenti nei templi, avevano in essi i loro corpi materiali. Poiché simili esseri divini potevano incarnarsi solo fino al livello di un corpo eterico, il Tempio offriva loro una dimora reale nel mondo fisico e un Tempio costruito in questo modo poteva diventare per loro un corpo fisico nel quale il loro corpo eterico si sentiva a proprio agio. Chi conosce il Tempio greco sa che esso si distingue in modo significativo dal Duomo gotico. Ciò è detto senza voler affatto criticare l’architettura gotica, in quanto il Duomo gotico è anch’esso un’opera d’arte nobilissima. Ma chi sa guardare oltre può immaginare che il Tempio greco è completo anche quando è solo, isolato, senza nessun essere umano intorno. È privo d’anima, non è vuoto, poiché la Divinità vi è presente e vi dimora.
La cattedrale gotica, invece, non è completa quando non contiene i fedeli. Non possiamo concepirla senza una folla di credenti in preghiera a popolare i propri pensieri con essi; tutti gli elementi e gli ornamenti gotici contribuiscono a rafforzare tale impressione. Nella cattedrale non c’è un Dio, non ci sono esseri spirituali, se non quando in essa si innalzano le preghiere dei fedeli. Il Duomo è pieno di Divinità solo quando la comunità orante vi è riunita. Il Tempio greco non è la casa dei fedeli, ma è stato costruito per essere la casa del Dio che vi dimora ed è destinato a restare solo. Ma nel Duomo gotico ci si sentiva come a casa propria solo quando vi si affollava la massa dei credenti, quando vi si trovava riunita la pia comunità dei fedeli e quando, attraverso le grandi vetrate multicolori, risplendeva la luce del sole, spezzandosi nei diversi raggi colorati sui fini pulviscoli. Spesso, dal pulpito, il predicatore diceva: «Proprio come la luce si scinde in molti colori, così anche la luce spirituale, una, la forza divina, si distribuisce in tanti frammenti alla folla delle anime e alle molte forze del piano fisico». Spesso il predicatore diceva cose di questo genere e, quando la visione esteriore e l’esperienza spirituale confluivano in tal modo, la Cattedrale era qualcosa di completo.
Non soltanto per l’arte architettonica dei grandi templi, ma per tutte le arti, presso i Greci vigeva questa concezione. Le loro sculture avevano l'aspetto della vita; i Greci esprimevano nella materia fisica ciò che viveva nel loro spirito; nella loro cultura si stabilì una vera unione dello spirituale col fisico.
Il Romano, invece, arrivò a una tappa ancora successiva nel trionfo sul piano fisico. Il Greco aveva avuto la capacità di incorporare l’animico-spirituale nelle sue opere artistiche, ma egli si sentiva ancora come una parte di un tutto, della polis, dello Stato-città; non si sentiva ancora una singola persona. Lo stesso era accaduto nelle culture precedenti: l’egiziano non si sentiva come un singolo individuo, ma egiziano, membro del popolo. Anche in Grecia, non si dava valore al riconoscersi come singolo uomo, ma la massima fierezza del Greco era di sentirsi spartano o ateniese. Solo i Romani per primi hanno sentito l’ambizione di essere se stessi nel mondo, di essere una personalità. I Romani sono i primi a sentire che l’essere isolati ha un valore proprio. È il Romano che scopre il concetto di «cittadino» e gli conferisce una base nel diritto, che a ragione si può chiamare un’invenzione romana. Solo i giuristi moderni, che non conoscono la storia, hanno avuto la pessima idea di affermare che un diritto del genere esistesse già in precedenza. Ma è un'assurdità parlare di inventori del diritto in Oriente, come a proposito di Hammurabi. Prima dei Romani non esistevano leggi, ma solo leggi divine. Se si volesse parlare obiettivamente di una scienza che afferma cose simili, bisognerebbe usare parole ben dure; una semplice critica sarebbe già un atto di misericordia. Il concetto di cittadino divenne un vero e proprio sentimento solo a Roma, dove l’uomo aveva portato lo spirito nel mondo fisico fino alla sua individualità. Infatti, a Roma viene inventato per la prima volta il testamento: il volere della singola persona è talmente forte da poter determinare, persino oltre la morte, cosa deve accadere dei suoi beni. Ormai è l’individuo, la sua persona, che conta. Con ciò l’uomo, nella sua individualità, aveva fatto discendere la spiritualità fino al piano fisico, raggiungendo il punto più basso dell’evoluzione. Il punto più alto si ebbe durante la cultura indiana, quando l’individuo si librava ancora nelle altezze dello spirito. Poi, nella seconda cultura, quella parto-persiana, l’uomo cominciò a discendere. Nella terza cultura, quella egiziana, l’uomo fece ulteriori passi indietro, fino a perdere completamente la sua dimensione spirituale e a identificarsi completamente con la materia. A un certo punto, l’uomo si trovò al bivio: continuare la sua discesa o, a quel bivio, acquistare la possibilità di risalire, di fare ogni sforzo per ritrovare la via verso i mondi spirituali. Ma perché ciò potesse accadere, era necessario che un impulso spirituale discendesse fino al piano fisico stesso, con la potenza necessaria per riportare l’uomo nel mondo dello Spirito. Questa spinta poderosa venne data dall’apparire sulla Terra del Cristo Gesù. Il Cristo divino-spirituale dovette incarnarsi in un corpo umano e passare attraverso l’esistenza fisica per poter risalire al mondo spirituale. Questo gli avrebbe permesso di risalire al mondo spirituale. Prima d’allora ciò non sarebbe stato possibile.
Abbiamo così seguito l’evoluzione delle culture dell’epoca postatlantica fino al loro punto più basso e accennato come, in quel punto, sia intervenuto l’impulso spirituale dato dal Cristo. Ora l’uomo, spiritualizzato e pervaso dall’impulso del Cristo, deve risalire. In seguito vedremo come la cultura egiziana riappaia nel nostro periodo, ma permeata dall’impulso del Cristo.
Vi sono molti miti e leggende degli antichi Egiziani che in passato erano ben noti alle concezioni esoteriche del mondo e che oggi riemergono, ma di cui la tradizione storica esteriore sull’Egitto non fa menzione. Alcuni di tali miti ci sono stati conservati storicamente nella forma che essi assunsero in Grecia, poiché la maggior parte delle leggende greche, non riguardanti Zeus e la sua famiglia, derivano dai Misteri egiziani. Oggi ci occuperemo di alcune di quelle leggende che possono aiutarci a comprendere l’evoluzione umana, sebbene alcune correnti di pensiero ritengano il contenuto della mitologia greca di scarso interesse.
Perché abbiamo studiato l’altro lato dell’evoluzione umana, cioè il suo lato spirituale? Tutto ciò che vediamo sul piano fisico è solo un avvenimento, un fatto del piano fisico; ma alla scienza dello spirito non interessa solamente ciò che vive sul piano fisico, bensì anche tutto ciò che si svolge nei mondi spirituali, per esempio, ciò che avviene in noi tra una morte e una nuova nascita. Sappiamo che, dopo la morte, l’uomo passa per uno stadio che chiamiamo Kamaloka, termine indiano che indica un luogo in cui, sebbene divenuto un essere spirituale, egli resta legato al suo corpo astrale. È il periodo nel quale l’uomo brama ancora le cose del mondo fisico e soffre per la loro mancanza. A questo periodo ne segue un altro nel quale l’uomo deve prepararsi a una nuova vita: è lo stato di coscienza che chiamiamo Devachan, in cui l’uomo non è più in un rapporto immediato con il mondo fisico e le sue percezioni.
Per chiarirci la differenza che passa tra la vita nel Kamaloka e quella nel Dvachan, prendiamo due esempi. Sappiamo che, morendo, non ci spogliamo subito di tutti i nostri desideri; chi, durante la vita, ha avuto un grande appetito e ha provato grande godimento a soddisfarlo, dopo morto non perde immediatamente la brama di cibi prelibati. Tali desideri non risiedono nel corpo fisico, ma nel corpo astrale, e poiché dopo la morte l’uomo conserva ancora il suo corpo astrale, conserva al tempo stesso anche i relativi desideri; gli manca però l’organo per appagarli, cioè il corpo fisico. Il desiderio del cibo non dipende dal corpo fisico, ma da quello astrale, e dopo la morte nell’uomo si fa valere una vera avidità per tutto ciò che durante la vita gli dava maggiore soddisfazione. Perciò, fino a quando non si sarà liberato dalla brama di godimento e spogliato di tutte le ingordigie sviluppate per mezzo degli organi fisici, si svolge la vita del Kamaloka. Poi inizia il periodo nel quale l’uomo non ha più desideri che possano essere appagati se non attraverso gli organi fisici; e allora egli entra nel Devachan.
Man mano che i vincoli che lo legano al mondo fisico si dissolvono, l’uomo comincia ad acquistare coscienza del mondo devachanico. Questo mondo gli si va illuminando sempre più, ma ai nostri tempi chi vi si trova non possiede ancora la coscienza dell’io che ha in questa vita. Nella vita devachanica, l’uomo non è indipendente, ma si sente un membro, un organo di tutto il mondo spirituale. Come la mano, se potesse prendere coscienza, si sentirebbe un arto dell’organismo fisico, così l’uomo, nella sua coscienza devachanica, sente di essere un arto del mondo spirituale e anche degli esseri superiori. Per raggiungere l'indipendenza anche in quella sfera, dovrà evolvere. Intanto, però, collabora già da ora alla grande opera del cosmo; dalle regioni dello spirito opera sul regno vegetale e, in generale, lavora non per interessi personali, ma come parte del tutto, come servo del mondo spirituale.
Descrivendo in tal modo quel che l’uomo sperimenta tra la morte e una nuova nascita, non dobbiamo immaginare che gli avvenimenti che si verificano nel mondo devachanico non siano anch’essi soggetti a una trasformazione. Spesso abbiamo l’impressione che quaggiù sulla Terra avvengano delle evoluzioni, ma che lassù, oltre la morte, tutto resti sempre lo stesso. Non è così. La descrizione che abbiamo fatto or ora del Devachan corrisponde, in linea di massima, al suo stato attuale; ma com'erano le cose quando le nostre anime erano incarnate durante l'epoca della coltura egiziana? Il nostro sguardo si posava allora sulle gigantesche Piramidi e sugli altri grandi monumenti dell’Egitto. Pensiamo a quanto la faccia esteriore fisica della Terra si sia mutata nel corso dei secoli! La scienza materialistica ci narra come, pochi millenni fa, l’Europa fosse del tutto diversa da ora; popolata, per esempio, da animali completamente diversi da quelli attuali. La faccia della Terra muta continuamente e da ciò deriva che l’uomo si trovi in condizioni di esistenza sempre "nuove; è un fatto evidente per tutti. Ma quando si descrivono le condizioni del mondo spirituale, gli uomini sono facilmente tentati di credere che quel che si è svolto nel mondo spirituale quando essi morirono, diciamo, mille anni prima di Cristo, si svolga tale e quale ancora oggi, quando essi, dopo essere rinati quaggiù, muoiono di nuovo. Invece, come si trasforma il piano fisico, così si mutano effettivamente anche le condizioni dell’altro mondo. Il soggiorno nel Devachan, quando si perveniva a esso dalla vita egiziana o da quella greca, era molto diverso da quello attuale. Anche là avviene un’evoluzione. È naturale che noi descriviamo le condizioni attuali del Devachan; ma queste si sono mutate e potremo ammetterlo ricordando quanto già abbiamo narrato nelle conferenze precedenti. Abbiamo visto che, fino all’epoca atlantica, l’uomo viveva principalmente nel mondo spirituale e, durante il sonno, si trovava in mezzo a esseri spirituali. Poi, gradualmente, tutto ciò è venuto meno. Se risaliamo a un passato ancora più lontano, però, scopriamo che l’uomo viveva interamente nel mondo spirituale e che la differenza tra il sonno e la morte era molto minore. I periodi in cui l’uomo dormiva erano molto più lunghi di adesso e corrispondevano approssimativamente al periodo che oggi è compreso tra un’incarnazione e la successiva vita dopo la morte. Mentre l’uomo scendeva progressivamente sul piano fisico, vi si impigliava sempre più. In India, come abbiamo visto, egli innalzava lo sguardo a un mondo elevatissimo; in Persia aveva cercato di conquistare il piano fisico; poi la sua discesa continuò finché, nell’epoca greco-latina, avvenne l’unione tra lo spirito e la materia, tra i mondi spirituali e il piano fisico. Man mano che l’uomo si avvicinava a questa epoca, imparava ad amare il mondo fisico e a prendervi interesse, ma, contemporaneamente, cambiavano anche tutte le esperienze tra la morte e la nuova nascita.
Durante la prima epoca postatlantica, l’interesse che l’uomo nutriva per il mondo fisico era piuttosto scarso. Gli iniziati di quell’epoca potevano elevarsi a sfere altissime, nei mondi devachanici, e narravano poi agli altri uomini quello che avevano sperimentato. Questo interesse scarso per le condizioni del piano fisico si manifestava nel fatto che l’uomo che, con tutti i suoi pensieri e con tutti i sensi, si sentiva trasportato in alto, nel mondo vero, nella sua vera patria, non provava alcun interesse per il mondo fisico. Ma quando, dopo essersi appena collegato al mondo fisico, saliva al Devachan, aveva una coscienza relativamente chiara. Reincarnandosi più tardi nella cultura persiana, l’uomo cominciò a provare un interesse maggiore per la materia fisica, ma pagò questo interesse con una diminuzione di chiarezza della coscienza durante la vita devachanica. Poi, nell’epoca egizio-caldaica, quando egli comincia ad amare il mondo fisico esteriore, la sua coscienza devachanica diventa come un’ombra, sempre più indistinta. È, nel suo genere, ancora più elevata della coscienza del mondo fisico, ma diminuisce di grado e si oscura sempre più fino all’epoca greco-latina. Infine, durante quest’ultima, la coscienza devachanica divenne sempre più oscura ed evanescente. Non si trattò mai di una vera coscienza di sogno, perché l’uomo ne era sempre nettamente cosciente, ma, con il passare del tempo, essa si fece sempre più indistinta.
La principale ragione d’essere dei Misteri fu quella di dare all’uomo la possibilità di rischiarare e affermare quella coscienza evanescente che egli aveva nel mondo spirituale. Se non ci fossero stati i Misteri e gli iniziati, l’uomo avrebbe avuto una coscienza sempre meno chiara nei mondi spirituali. La nuova nascita. Tutti coloro che si erano già del tutto acclimatati nel mondo fisico, però, sentirono l’affievolirsi della coscienza nel mondo spirituale; e non si tratta di una favola, bensì di un’esperienza speciale che l’iniziato dei Misteri Eleusini poteva fare e che lo portava ad esclamare: «Meglio essere un mendicante nel mondo fisico che un re nel regno delle ombre! «Sta infatti nel principio dell’iniziazione la possibilità di ascendere, già durante la vita, nei mondi dello spirito e apprendervi ciò che vi si svolge; e l’iniziato di quel tempo poteva effettivamente sapere, per esperienza immediata, dell’oscuramento avvenuto in quei mondi. Tali cose non possono mai essere prese abbastanza sul serio e noi le comprendiamo solo quando impariamo a conoscere i fatti del mondo spirituale.
Se null’altro fosse intervenuto, tranne la continua discesa dell’uomo nel mondo fisico, la coscienza umana si sarebbe gradualmente offuscata tra la morte e la nuova nascita, fino a quando gli uomini non avrebbero più mantenuto alcun contatto con il mondo spirituale. Per quanto possa apparire strano, è vero che se in quel punto nulla fosse intervenuto nell'evoluzione dell'umanità, questa sarebbe caduta nella morte spirituale. Riguardo alla reincarnazione, i corpi muoiono, ma le anime restano congiunte con il nucleo centrale eterno dell'uomo. In ciò consisteva la missione dei Misteri, e tutta l’evoluzione spirituale; a ciò provvedevano i grandi iniziati prima del Cristo, e, sopra ogni altro, l’Essere stesso che ci è noto con questo nome. Tutti gli altri iniziati erano, in un certo senso, dei precursori del Cristo, dei messaggeri incaricati di annunciarne la venuta.
Ora, vogliamo descrivere brevemente l’apparire della figura del Cristo. Pensiamo a un uomo che non ne avesse mai sentito parlare, che non avesse mai potuto accogliere i misteri del Vangelo secondo Giovanni nella propria vita, che non avesse mai pensato: "Voglio vivere secondo l’esempio del Cristo vivente e operante, accogliendo i Suoi principi nel mio essere". Un uomo che non si sia mai avvicinato al Cristo non potrebbe portare con sé nel mondo spirituale quel tesoro di cui dobbiamo munirci oggi, se vogliamo evitare l’oscuramento della nostra coscienza. Le rappresentazioni del Cristo che l’uomo porta con sé sono una forza che illumina la sua coscienza dopo la morte e lo salva dal destino a cui gli uomini sarebbero dovuti soggiacere se il Cristo non fosse comparso sulla Terra. Se ciò non fosse avvenuto, l’essere umano si sarebbe conservato, ma la sua coscienza non avrebbe potuto rischiararsi dopo la morte. Questo è ciò che conferisce alla venuta del Cristo tutta la sua vera importanza: l’incorporazione nell’uomo di un elemento di estrema portata. L’avvenimento del Golgota, quando l’uomo lo fa suo fin nel profondo del proprio essere, lo preserva dalla morte spirituale. Non dobbiamo credere che le altre grandi guide dell’umanità non abbiano avuto un’importanza analoga. Non si tratta di erigere un dogma esclusivo nei confronti del Cristianesimo, cosa che sarebbe contro il vero Cristianesimo, dal momento che chi conosce i fatti sa che il Cristianesimo è stato insegnato anche negli antichi Misteri. È profondamente vero, infatti, quanto affermato da Sant’Agostino: «Quello che oggi chiamiamo religione cristiana esisteva già presso gli antichi ed era presente agli inizi del genere umano, fino al momento in cui Cristo apparve nella carne e la vera religione, già presente, ricevette il nome di Cristianesimo». Il nome non è l’essenziale; l’essenziale è la giusta comprensione dell’importanza dell’impulso dato da Cristo, il quale è comparso al momento più basso dell’evoluzione. Anche Ermete, Buddha e le altre grandi guide ne avevano la prescienza e, profeticamente, seppero che un giorno sarebbe venuto sulla Terra, mentre sentivano che Egli viveva nella loro interiorità.
Possiamo studiarlo in modo particolare contemplando la figura del Buddha e rendendoci conto di chi fosse veramente. Chi era il Buddha? Per spiegarcelo, dobbiamo ricordare che, anche tra gli studiosi di scienza dello spirito, i misteri della reincarnazione vengono spesso affrontati in modo troppo semplicistico. Non si tratta semplicemente di un’anima che si reincarna sempre secondo lo stesso schema. La realtà è molto più complessa e misteriosa di così. Sebbene la Blavatsky si sia adoperata per mostrare ai suoi più intimi discepoli quanto questi misteri siano complicati, la gente d’oggi non se ne fa ancora una giusta idea. Si tende a immaginare sempre di nuovo in un corpo. Ma le cose non stanno così. Spesso una figura storica non può essere inserita in uno schema del genere se si vuole comprenderla davvero. È necessario un lavoro molto più complesso.
Nell’antica Atlantide, per esempio, gli esseri circondavano l’uomo come i suoi contemporanei circondano l’uomo oggi, ma l’uomo imparava a vederli e a conoscerli quando, uscito dal suo corpo, saliva nel mondo spirituale. Abbiamo già detto che allora egli conosceva le divinità Thor, Zeus, Wotan, Baldur, ecc., che erano i suoi veri compagni. Di giorno egli viveva nel mondo fisico, ma, in quell’altro stato di coscienza, imparava a conoscere esseri spirituali che non avevano percorso la stessa sua evoluzione. Nei primi tempi dell’esistenza della Terra, l’uomo non aveva un corpo denso come l’attuale; non vi era in esso nessuna traccia di uno scheletro; e anche durante l'Atlantide si sarebbe potuto vedere il corpo umano con occhi fisici solo fino a un certo grado. C’erano, però, degli esseri che potevano scendere solo fino al punto di incarnarsi nel corpo eterico. Altri potevano incarnarsi quando l’aria era satura di vapori liquidi. Allora, quando l’uomo viveva nell’atmosfera liquido-nebulosa, queste incarnazioni erano ancora possibili. Tra questi vi era Wotan, che in seguito sarebbe diventato noto con il nome di Odino; si racconta che egli disse: «Se l’uomo s’incorpora così in questa materia liquido-luminosa, posso incarnarmici io pure». Assumeva allora forma umana e si addentrava nel mondo fisico. Così fecero anche gli altri esseri spirituali-divini.
Ma quando la Terra si condensò sempre più e anche l’uomo assunse forme sempre più dense, Wotan disse: «No, in quella materia densa non voglio entrare!» e allora restò nei mondi invisibili, lontani dalla Terra. Così fecero anche gli altri esseri spirituali-divini. In cambio, però, da quel momento in poi, poterono stringere una sorta di vincolo con gli esseri umani che si avvicinavano a loro, sviluppandosi da sotto in su. Dobbiamo immaginare questo processo in termini simili: l’evoluzione dell’uomo lo portò fino a un punto di massima discesa; fino a quel punto gli dèi lo accompagnarono, e furono, per così dire, i suoi compagni di viaggio. Poi, però, presero un’altra via, invisibile agli uomini del piano fisico. Solo quando un individuo umano conduceva una vita regolata secondo i precetti degli iniziati, e così facendo purificava i propri corpi più sottili, poteva, in certo modo, andare incontro agli dèi. Quando un uomo incarnava un corpo di carne e si purificava, poteva mettersi in grado di venire adombrato da quegli esseri che non potevano discendere fin dentro un corpo fisico, troppo materiale per loro. Allora, nel corpo astrale e nel corpo eterico di un uomo siffatto penetrava un tale essere superiore che altrimenti non avrebbe trovato una forma umana, ma che poteva rivelarsi in un uomo e parlare per sua bocca.
Conoscendo questo fenomeno, non considereremo più l’incarnazione come un fatto semplice. Può darsi benissimo che un uomo, la cui reincarnazione è precedente, si sia sviluppato tanto e abbia purificato i suoi tre corpi al punto da poter ora diventare la dimora di un'entità superiore. Così il Buddha divenne, per così dire, un «recipiente» per Wotan. La stessa entità che nei miti germanici veniva chiamata Wotan riapparve sotto il nome di Buddha. Buddha e Wotan sono due nomi persino affini dal punto di vista linguistico.
Possiamo affermare che, per questa affinità, molti dei Misteri dell’antica epoca atlantica furono trasmessi negli insegnamenti e nelle rivelazioni del Buddha. Questo si accorda con il fatto che le esperienze del Buddha erano state cose che gli dèi avevano sperimentato nelle sfere spirituali e anche gli uomini quando essi stessi avevano vissuto in quelle sfere. Quando l’insegnamento di Wotan ricomparve sotto forma di dottrina del Buddha, esso tenne in ben scarso conto il piano fisico e lo considerò soltanto come un luogo di dolore da cui bisognava staccarsi. Ecco perché la comprensione più profonda degli insegnamenti del Buddha si trovò tra i successori dell’antica Atlantide e, in effetti, alcune popolazioni asiatiche sono rimaste indietro rispetto al livello d’evoluzione dell’Atlantide. All'esterno hanno naturalmente seguito l'evoluzione della Terra, ma nei popoli mongoli, ad esempio, si ritrovano molti tratti dell'umanità atlantica, residui ritardatari. Il carattere stazionario che si osserva nella popolazione mongola è appunto un’eredità dell’Atlantide. Gli insegnamenti del Buddha sono particolarmente utili a tali popoli e tra essi hanno avuto la maggiore diffusione.
Il mondo progredisce. Colui al quale l’evoluzione svela i suoi segreti non fa distinzioni arbitrarie, non dice: «Preferisco questo o quello». Sa che le necessità spirituali determinano la religione di un popolo. La popolazione europea, a causa della sua identificazione con il mondo fisico, fatica a comprendere appieno il Buddhismo e a identificarsi con l’essenza più intima della dottrina buddhista. Il Buddhismo non ha mai potuto diventare una religione umana universale. Per chi vuol vedere, non si tratta di simpatia o antipatia, ma di giudicare secondo i fatti. Sarebbe altrettanto falso voler diffondere il Cristianesimo da un centro dell’Asia, tra popolazioni tanto diverse dalle nostre, così come sarebbe fuor di luogo il Buddhismo per i popoli europei. Nessuna concezione religiosa è giusta se non è adeguata alle necessità interiori di un’epoca e, in quel caso, non può mai dare un vero impulso alla civiltà. Sono cose che bisogna comprendere per poter cogliere il nesso tra i vari avvenimenti.
Ma non si deve credere che il Buddha storico avesse coscienza di tutto ciò che rappresentava. ma a cui io non posso che partecipare». Questa Entità era il Cristo. Questa Entità animava già gli antichi grandi Profeti. Si trattava di un’Entità ben nota nei Misteri più antichi, dove si faceva sempre riferimento a Colui che sarebbe venuto.
Ed egli venne, infatti! Ma la Sua venuta fu subordinata a determinate necessità storiche alla base dell’evoluzione. Non avrebbe potuto incarnarsi in un corpo fisico, senza dubbio. Poteva ancora incarnarsi, come in una sorta di subcoscienza, nel Buddha. Per peregrinare sulla Terra, però, poteva incarnarsi solo in un corpo fisico, in un corpo eterico e in un corpo astrale a ciò particolarmente preparati. Cristo aveva la massima forza d’azione che si potesse immaginare, ma non poteva incarnarsi se non in un corpo fisico, eterico e astrale che fossero stati completamente purificati e affinati da un altro essere. Così, la sua incarnazione poté avvenire solo grazie a un'Entità che aveva raggiunto un altissimo sviluppo: Gesù di Nazareth. Egli aveva raggiunto un livello così elevato da riuscire a purificare i suoi tre corpi durante la sua vita, così che, giunto al trentesimo anno, poté abbandonarli, pur lasciandoli capaci di continuare a vivere e d’essere utilizzati da un’Entità superiore.
Spesso, quando affermavo che era necessario un alto grado di sviluppo affinché Gesù potesse sacrificare i suoi corpi, mi è stata fatta una strana obiezione: «Ma questo non è un sacrificio! Essere così elevato». Sì, è certamente molto bello e il sacrificio può non sembrare tanto grande se rappresentato in modo astratto, ma provate a farlo voi stessi! Il sacrificio è qualcosa che tutti vorrebbero fare, ma per esserne capaci bisogna possedere determinate forze! Occorre possedere forze immani per purificare i propri corpi in modo da poterli abbandonare, ma lasciarli ancora capaci di vita; i sacrifici servono per acquistare tali forze! Gesù di Nazareth, per poter fare questo, doveva essere un’individualità straordinariamente elevata. Il Vangelo di Giovanni accenna al momento in cui Gesù abbandonò il suo corpo fisico, il suo corpo eterico e il suo corpo astrale ed entrò nel mondo spirituale, dove il Cristo si compenetrò dei tre corpi. Questo avvenne durante il battesimo di Gesù nel Giordano, un momento in cui si verificò qualcosa di immensamente importante nella corporeità di Gesù di Nazareth. Anche quanto sto per dire farà inorridire i materialisti. Ma per comprendere appieno l'importanza di quanto accadde allora, nel corpo fisico di Gesù, al momento del battesimo, quando il Cristo penetrò in Gesù, dobbiamo considerare una cosa che potrà apparire molto singolare, ma che è vera.
Nel corso dell’evoluzione umana, si sono sviluppati e perfezionati sempre più i singoli organi del corpo. Si verificò anche un indurimento del sistema osseo. Più l’uomo divenne indipendente, più lo scheletro si indurì, ma più crebbe anche la potenza della morte. A questo dobbiamo ora porre attenzione se vogliamo comprendere correttamente quanto segue. Da cosa dipende, in generale, la morte dell’uomo e il deperimento completo del corpo? Il corpo umano può essere bruciato fino alle ossa. Il fuoco consuma tutto, anche la sostanza ossea dell’uomo. L’uomo non ha alcun potere, o almeno nessun potere cosciente, sulle sue ossa. Nel momento in cui Cristo entrò nel corpo di Gesù di Nazaret durante il battesimo nel Giordano, il sistema osseo di quest’ultimo divenne qualcosa di affatto diverso rispetto agli altri uomini. Si trattò di un caso unico, che non si è più verificato e che non si ripeterà mai più. Con la Entità del Cristo penetrò in Gesù qualcosa che aveva il potere di contrastare le forze che bruciano le ossa. Oggi come allora, costruire le ossa non è ancora un potere dell’uomo e della sua volontà. Ma la potenza cosciente del Cristo afferrò l’uomo intero fino alle ossa, e questo è parte del significato del battesimo di Cristo compiuto da Giovanni nel Giordano. Con ciò fu immesso sulla Terra qualcosa che si può chiamare il potere di dominare la morte, perché è solo attraverso le ossa che la morte è penetrata nel mondo. Il superamento della morte è venuto nel mondo perché la forza che domina le ossa ha penetrato il corpo umano. Con ciò si profila un profondo mistero: per mezzo del Cristo, qualcosa di profondamente sacro e divino penetrò nel sistema osseo di Gesù di Nazareth. Ecco perché tale potere non doveva essere leso e doveva compiersi la parola della Scrittura che dice: «Nessun osso gli sarà spezzato», perché altrimenti il potere dell’uomo sarebbe intervenuto nelle forze divine. Qui viene accennato un mistero molto profondo dell’evoluzione dell’umanità.
Con ciò, al tempo stesso, tocchiamo un concetto molto importante del Cristianesimo esoterico, che ci mostra come esso sia permeato delle verità più sublimi: il battesimo. Per il fatto che l’Entità del Cristo aveva preso possesso dei tre corpi nei quali aveva dimorato l’io di Gesù, un’Entità che in precedenza aveva dimorato sul Sole, d’ora in avanti era congiunta con la Terra. In passato, quell’Entità era unita alla Terra fino al momento in cui il Sole l’aveva abbandonata. Allora anche il Cristo l’aveva lasciata e, da allora in poi, Egli non aveva potuto esercitare la sua azione in favore della Terra se non da fuori di essa. Al momento del battesimo, il sommo Spirito del Cristo si ricongiunse appieno alla Terra. Prima agiva dall’esterno, offuscava i Profeti e operava nei Misteri. avvenimenti importantissimi. Il corpo astrale della Terra subì allora dei mutamenti radicali, assunse nuovi elementi e nuovi colori, e una nuova forza fu incorporata alla Terra. Ciò che prima agiva dall'esterno, ora si unì a essa e la forza d'attrazione tra il Sole e la Terra divenne così forte che un giorno essi potranno nuovamente congiungersi o l’uomo ritrovarsi fra gli spiriti solari. Fu il Cristo a dare alla Terra questa possibilità di riunirsi un giorno con il Sole. Sole e ritrovarsi in seno alla Divinità.
Questo è l’avvenimento e il suo significato. Questo era necessario per far comprendere l’importanza dell’avvento del Cristo sulla Terra. Unendosi interiormente al Cristo, l’uomo può accogliere in sé qualcosa che, dopo la morte, gli conferisce la possibilità di rischiararsi di nuovo. Capiremo così anche il fatto che la vita tra la morte e una nuova nascita sia soggetta a un’evoluzione. Ora chiediamoci per chi e per cosa tutto ciò sia realmente accaduto.
L’uomo visse prima immerso nel seno della Divinità. In seguito, discese sul piano fisico. Se fosse rimasto lassù, non avrebbe mai raggiunto la sua autocoscienza attuale né avrebbe mai posseduto un Io. Soltanto nel corpo fisico poteva accendere l’autocoscienza nella sua luminosa chiarezza. Per poter fare questa distinzione, l’uomo doveva imparare a distinguersi dagli oggetti esteriori e doveva discendere nel mondo fisico. Tale discesa è dovuta solo per amore dell’Io dell’uomo. L’uomo origina dagli dèi per quanto riguarda il suo Io; esso proviene dal mondo spirituale e si è incatenato al corpo fisico per poter diventare chiaro e luminoso. Fu proprio attraverso il contatto con la materia fisica indurita del corpo che l’uomo acquistò il proprio Io autocosciente e la possibilità di avere conoscenza, ma, al tempo stesso, fu incatenato alla massa terrestre, alla roccia.
Prima di sviluppare il proprio Io, l’uomo possedeva il corpo fisico, l’eterico e l’astrale. Quando l’Io si sviluppò nei tre corpi, li trasformò. Bisogna tenere a mente che tutti gli aspetti superiori della natura umana lavorano intorno al corpo fisico. Il fatto che esso sia come è, dipende dal lavoro che il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io compiono su di esso. Tutti gli organi del corpo fisico hanno, in un certo senso, subìto l’influenza della trasformazione avvenuta negli arti superiori. Gli esseri rimasti indietro sono diventati le diverse forme animali, come gli uccelli, sotto l’influsso predominante del corpo astrale.
Poiché l’io divenne sempre più autocosciente, trasformò anche il corpo astrale. Abbiamo già detto che certi esseri umani si sono separati dal resto dell’evoluzione. Quelli che vengono chiamati animali apocalittici sono tipi nei quali un arto superiore predomina sugli altri. L’Io prevale negli esseri umani che appartengono al tipo «uomo». Ora tutti gli organi sono adattati agli arti superiori dell’uomo. Quando l’Io penetrò nel corpo astrale e lo pervase completamente, si formarono certi organi nell’uomo e negli animali che in seguito si separarono da esso. Questo è il motivo per cui esiste un determinato organo. Sulla Luna, invece, no. L’Io era ancora congiunto con gli esseri dell’evoluzione umana. Altri organi sono connessi a tale sviluppo: il fegato e la bile. La bile è l’espressione fisica del corpo astrale. Essa non è connessa con l’io, ma l’io agisce tramite il corpo astrale e dal corpo astrale le forze agiscono sulla bile. Ora abbiamo compreso nel suo insieme l’immagine che l’iniziato chiariva così all'Egiziano: l’uomo autocosciente è stato incatenato al corpo della Terra; immagina l’uomo avvinto alla roccia terrestre, al corpo fisico, e pensa che nell’evoluzione sia sorto qualcosa che rode la sua immortalità! Immagina le funzioni che hanno prodotto il fegato: sono sorte perché il corpo è stato avvinto alla roccia terrestre e l’astrale lo rode. Ecco l’immagine che veniva data in Egitto al discepolo e che più tardi passò alla Grecia sotto il nome di leggenda di Prometeo. Un mito siffatto non va preso alla leggera; dobbiamo rispettare la polverina brillante che orna le ali della farfalla, dobbiamo lasciare la goccia di rugiada sul fiore: tali immagini non si devono torcere e deformare. Non dobbiamo dire: "Prometeo significa questo o quello"; dobbiamo prima cercare di comprendere i veri fatti occulti e poi tentare di interpretare le immagini nate da essi e giunte alla coscienza degli uomini.
L’iniziato egiziano conduceva il suo discepolo fino al gradino in cui poteva comprendere l’evoluzione dell’io umano. Tale immagine doveva plasmare il suo spirito. Ma non doveva afferrare i fatti in modo brutale, bensì tenerne dinanzi a sé, chiara e luminosa, l'immagine. L’iniziato egiziano non voleva comprimere la verità in banali e aridi concetti, ma rappresentare in immagini ciò che aveva da offrire. Nella leggenda di Prometeo, la poesia ha contribuito molto ad abbellire e adornare, e noi non dobbiamo aggiungere nulla a quanto è vero e occulto che sta alla base di questa leggenda, lasciando all’azione artistica tutte le sue delicate forze plasmatrici.
Ora vogliamo accennare ancora a un’altra cosa: quando l’uomo scese sulla Terra, non era ancora dotato d’un Io. Prima che l’Io entrasse nel corpo astrale, quest’ultimo era dominato da altre forze. Fu allora che il corpo astrale, fluido e luminoso, fu pervaso dall’Io. Prima di allora, gli esseri divino-spirituali facevano affluire dall’esterno le forze astrali nell’uomo. Il corpo astrale esisteva già, ma era animato dagli esseri divino-spirituali. Era limpido e chiaro e circondava il germe del corpo fisico e del corpo eterico con il suo fluire. Li circondava e li compenetrava con i suoi limpidi flutti. Ma, con l’io, entrò in esso l’egoismo che oscurò il corpo astrale; il flutto d’oro purissimo del corpo astrale andò perduto, e si perdette sempre più fino al momento in cui l’uomo si ritrovò al livello più basso, nell’epoca greco-latina.
Fu allora che gli uomini dovettero pensare a riconquistare il flusso puro del corpo astrale e, nei Misteri Eleusini, cominciò la ricerca della primitiva purezza del corpo astrale. I Misteri eleusini mirarono appunto a restituire al corpo astrale il suo flusso originario d’oro; lo stesso volevano anche gli Egizi. La ricerca del Vello d’oro fu una delle «prove» delle iniziazioni egiziane e ci è stata conservata nella meravigliosa leggenda degli Argonauti e di Giasone alla ricerca appunto del Vello d’oro.
Abbiamo così seguito l’evoluzione: quando gli organi inferiori somigliavano ancora alle barche di cui abbiamo parlato, il corpo astrale, nella Terra Acquea, aveva un aureo splendore. Nella Terra liquida l’uomo aveva il suo corpo astrale rilucente e dorato. La leggenda degli Argonauti ci mostra proprio la riconquista di questo corpo astrale. Dobbiamo ricollegare la ricerca del Vello d’oro a questa leggenda del mito egiziano in modo fine e sottile.
I fatti storici esteriori sono collegati ai fatti spirituali. Non si deve pensare che si tratti soltanto di un simbolo. L’impresa degli Argonauti è realmente avvenuta, come è avvenuta quella della guerra di Troia. Gli avvenimenti esteriori sono l’aspetto visibile di processi interiori che formano i fatti storici. Nelle iniziazioni greche si è sempre di nuovo ripetuto interiormente il fatto storico della spedizione alla ricerca del Vello d’oro, della riconquista della purezza del corpo astrale.
A partire da qui, proseguirò a cercare altri misteri, per arrivare poi a riconoscere come i Misteri egiziani siano connessi anche con la nostra vita attuale.
In diversi punti del nostro ciclo di conferenze abbiamo cercato di mostrare come, al giorno d'oggi, si verifichi una sorta di ripetizione, di risurrezione, delle esperienze vissute dall'umanità durante la cultura egizio-caldaica. Abbiamo detto che la cultura indiana si ripeterà nel settimo periodo postatlantico, la cultura persiana nel sesto e quella egiziana nel nostro, mentre la quarta, la cultura greco-latina, sta, per così dire, a sé. Ora vogliamo schematicamente accennare a come, collegando l’epoca egiziana con la nostra, si possa riscontrare una sorta di risurrezione delle esperienze esteriori ed interiori fatte dagli uomini dell’epoca egiziana.
Esistono, come abbiamo visto, forze misteriose nei mondi spirituali, a cui corrispondono altre forze nel mondo fisico, che producono tali ripetizioni, tali rielaborazioni di esperienze esterne ed interne. In mezzo, tra le epoche passate e quelle future, c'è il periodo greco-latino, in cui il Cristo apparve sulla Terra e si compì il Mistero del Golgota. Abbiamo osservato che non solo le condizioni esterne dell’evoluzione sul piano fisico subirono un mutamento, ma anche quelle del mondo spirituale. Durante l’epoca egiziana, l’anima dell’uomo che contemplava le gigantesche Piramidi era ben diversa da quella che divenne poi, reincarnandosi nell’epoca greco-latina, e da come si manifestò successivamente nel periodo moderno. Così pure nel periodo che intercorre tra la morte e una nuova nascita, e che si trascorre nel Kamaloka e nel Devachan, avviene una trasformazione, una sorta di progresso; l’anima non ha le stesse esperienze se, passando nel Kamaloka e nel Devachan, esce da un corpo egiziano, greco o attuale. Se il mondo del piano fisico subisce trasformazioni, anche il mondo spirituale ne subisce le conseguenze e l’anima sperimenta qualcosa di sempre diverso.
Ora, vogliamo studiare, soprattutto dal punto di vista del mondo spirituale (se così vogliamo chiamarlo), quel fatto immenso che fu l’avvento del Cristo sulla Terra. Ci domandiamo quale importanza abbia tale apparizione del Cristo sulla Terra per le anime dei defunti e per la vita dall’altro lato, dal lato spirituale dell’esistenza. A tale scopo, dobbiamo però premettere i fatti che si sono verificati per le anime durante il periodo egizio, sia su questo piano che su quello astrale.
Proviamo a immaginare l’epoca egizio-caldaica come un riflesso, nella conoscenza e nell’esperienza interiore, di ciò che si era svolto sulla Terra nell’epoca lemurica, durante e dopo la scissione della Luna dal nostro pianeta. Le esperienze vissute in quel periodo venivano trasmesse agli uomini sotto forma di insegnamenti impartiti dagli iniziati egiziani. L’iniziato egiziano stesso sperimentava, durante il proprio rito di iniziazione, esperienze che l’uomo di solito può fare solo quando varca le soglie della morte. Naturalmente, però, l’iniziato le sperimentava in modo diverso rispetto a un uomo qualunque quando muore. Le sue esperienze erano diverse e assai più ricche. Per comprendere queste considerazioni, è opportuno descrivere brevemente la natura dell’iniziazione egiziana che si distingue notevolmente da quella successiva alla venuta del Cristo. Infatti, l’avvento del Cristo modificò in modo essenziale il processo dell’iniziazione.
Abbiamo visto che gli uomini dovettero sempre più immergersi nel mondo fisico materiale e prendervi sempre maggiore interesse. Allo stesso modo, le esperienze tra la morte e una nuova nascita diventavano pallide e scialbe. Più la coscienza umana si vivificava nel mondo fisico, più gli uomini amavano questo mondo e ne scoprivano le leggi, più la loro coscienza si oscurava nel mondo spirituale, e tale oscuramento raggiunse il suo culmine nell’epoca greco-latina. Prima che l’uomo potesse scendere completamente in quelle profondità della materia, non gli era possibile sperimentare completamente, nel suo corpo fisico, ciò che occorreva se si voleva acquistare la visione del mondo spirituale nel periodo che intercorre tra la nascita e la morte. In breve, il processo dell’iniziazione consiste nell’acquisire la facoltà di sviluppare degli organi di percezione nei propri arti superiori. Ciò che stiamo per dire si riferisce sia all’iniziazione pre-cristiana che a quella post-cristiana, con l’unica eccezione della conclusione finale. L’iniziazione consiste nell’acquisire la facoltà di sviluppare degli organi di percezione nei propri arti superiori. Oggi, durante la notte, non percepisce nulla; tutto è oscuro intorno a lui; e perché? Perché nel suo corpo astrale non ha organi di percezione. Come si sono formati gli occhi e gli orecchi quali organi di percezione fisica, così devono svilupparsi gli organi di percezione soprasensibile nei suoi arti superiori. Ciò avviene mediante esercizi di meditazione e concentrazione che il discepolo svolge dopo aver ricevuto una visione d’insieme di ciò che gli iniziati possono comunicare riguardo ai mondi spirituali. Si è sempre fatto così e i discepoli hanno sempre dovuto, prima di tutto, apprendere ciò che oggi chiamiamo antroposofia elementare. Si vegliava molto più rigorosamente affinché i discepoli apprendessero queste verità in modo graduale e ben regolato. Quando i discepoli avevano raggiunto una preparazione teorica sufficiente e erano maturi abbastanza, si davano loro gli esercizi adeguati a un fine tutto speciale.
Durante il giorno, l’uomo lascia che le impressioni dei sensi agiscano su di sé e queste impressioni sono certamente tali da portare frutti per la vita abituale sul piano fisico. Queste impressioni si prolungano nel corpo astrale, che a sua volta le estende all’Io. Tuttavia, queste impressioni non sono tali che l’uomo possa conservarle anche quando, di notte, con il suo corpo astrale e il suo Io, esce dal corpo fisico e da quello eterico. Le impressioni ricevute dal mondo fisico non sono così intense da poter essere conservate a lungo. Invece, quando l'uomo fa gli esercizi di meditazione e concentrazione, provenienti da esperienze millenarie, il corpo astrale ne conserva gli effetti anche quando esce dal corpo fisico durante il sonno. Esso ne riceve impressioni plastiche che lo formano e lo organizzano come sono stati formati gli organi fisici. Per un certo tempo, dunque, il corpo astrale viene elaborato mediante questi esercizi e gli vengono così impressi gli organi della percezione chiaroveggente. Tuttavia, per molto tempo ancora l’uomo non sarebbe in grado di utilizzarli, se venissero impressi solamente nel suo corpo astrale. Inoltre, quando il corpo astrale ritorna a occupare il suo posto nel corpo eterico, deve imprimervi le cose che si sono formate in lui. Solo quando ciò che si è formato nel corpo astrale viene impresso anche nel corpo eterico, avviene l’illuminazione che rende possibile all'uomo "guardare il mondo spirituale come oggi guarda quello fisico". È qui che si comincia a comprendere l’importanza dell’impulso ricevuto con l’apparire del Cristo sulla Terra. Il legame tra questi due corpi era talmente stretto da opporre una forte resistenza alle impressioni che il corpo astrale voleva trasmettere al corpo eterico. Per questo motivo, nelle iniziazioni antiche, l’iniziando veniva immerso per tre giorni e mezzo in uno stato simile alla morte, in cui
il corpo eterico abbandonava il corpo fisico, e così libero "Il corpo astrale udì lontano". Allora il corpo astrale poteva imprimere nel corpo eterico quanto si era prima formato in esso per mezzo degli esercizi. Quando poi lo ierofante risvegliava l’iniziando, questi era un illuminato e sapeva quanto avviene nei mondi spirituali, grazie a una via meravigliosa che aveva percorso nei tre giorni e mezzo durante i quali era stato immerso nel sonno. Egli era stato condotto attraverso le regioni del mondo spirituale, aveva osservato ciò che vi si svolgeva e aveva appreso per propria esperienza. Queste cose un altro le apprendeva solamente attraverso le rivelazioni d’altri. Il discepolo, per tale motivo, poteva parlare per esperienza propria degli esseri spirituali che vivevano nel mondo superiore a quello fisico.
Così si imparava a vivere nel mondo spirituale quando l’uomo non era ancora sceso fino in fondo sul piano fisico; così si imparavano a conoscere, nella loro vera forma, Osiride, Iside e Oro. Questi erano i contenuti dei miti: l’iniziato li vedeva mentre percorreva il mondo spirituale e poi li narrava agli altri uomini, rivestendoli delle forme mitiche e leggendarie. Vedeva gli strani effetti dell’azione di Osiride quando la Luna si era scissa dalla Terra, vedeva Oro generato da Osiride e Iside, i quattro tipi umani: del Leone, dell’Aquila e il vero tipo umano. Scorgeva anche i destini dell’uomo tra la morte e la nuova nascita; era la Sfinge che gli appariva come una figura reale. Egli la sperimentava e poteva dire: «Ho veduto la Sfinge, cioè l’uomo che ha ancora una forma di animale, dalla quale emerge solo il corpo eterico in alto, simile a quello umano». La Sfinge fu un’esperienza vera per l’iniziato che ne udiva anche la domanda, dal contenuto enigmatico. Scorgeva come il corpo umano si stesse preparando, evolvendo dall’animalità, in un’epoca in cui la testa era solo etericamente predisposta nel capo eterico della Sfinge. Questa era per l’iniziato una verità, come lo erano le figure più antiche degli dèi che presero, per così dire, un’altra via d’evoluzione.
Abbiamo infatti parlato precedentemente di certi esseri che percorrono altre vie d’evoluzione, come, ad esempio, l’individualità di Wotan. Essa percorre la sua strada insieme all’uomo, ma poi non scende altrettanto in basso di lui. L’uomo, invece, continua la sua discesa verso la materialità e solo più tardi si riunirà nuovamente con quegli esseri che perfezionano la loro evoluzione nel periodo terrestre. Abbiamo visto che Wotan, in seguito, non peregrinò più nel nostro mondo sopra la Terra. Ma questi esseri erano diversi da Iside e Osiride. Questi ultimi si erano già diramati molto tempo prima; ebbero le loro esperienze e compirono la loro evoluzione in sfere più elevate, totalmente invisibili. Se guardiamo indietro all’epoca lemurica, vediamo che l’eterico non aveva ancora assunto una forma umana; l’uomo, nel suo corpo eterico, è ancora simile agli dèi e gli dèi che scendono sulla Terra devono accontentarsi di apparire sotto forma di animali simili a quelli di quell’epoca. Se un essere vuole vivere in una determinata sfera, deve sottomettersi alle sue condizioni. Così anche in questo caso.
Le entità divine che si riteneva fossero collegate con la Terra durante l’uscita del Sole e della Luna e che vivevano su di essa, dovevano assumere una forma simile a quella animale, che era possibile all’epoca. E poiché la concezione religiosa egiziana rappresentava, in certo modo, una ripetizione dell’epoca lemurica, l’iniziato egiziano vedeva le sue divinità sotto forma di... Osiride ed Iside apparivano sotto forma di animali. Le divinità superiori apparivano con la testa d’animale. Perciò, secondo la visione occulta, era assolutamente corretto che tali figure si rappresentassero con teste d’ariete o di sparviero, come ben sapevano gli iniziati. Gli dèi si rappresentavano allora così come peregrinavano per la Terra, semplicemente nella forma che avevano allora. Le raffigurazioni esteriori potevano essere soltanto quali l’iniziato le vedeva, ma erano rese molto fedelmente. Queste svariate entità spirituali si trasformarono nel tempo e, durante l’Atlantide, erano molto diverse rispetto alla Lemuria. A quei tempi gli esseri si trasformavano molto più rapidamente che ora; erano ancora figure spirituali che si scorgevano, guardando indietro, nei loro tre corpi, ma tutti pervasi e illuminati dalla luce astrale ed eterica. Gli uomini ridono con troppa facilità, perché ignorano quanto queste immagini fossero realistiche.
Tra queste figure, ce n’era una che ebbe un ruolo particolarmente attivo durante il periodo in cui le forze cosmico-telluriche svilupparono nell’uomo l’intelletto logico. Fu il dio Manu a preparare il cervello fisico affinché l’uomo potesse sviluppare l’intelligenza in seguito. Ciò avvenne per opera del dio Manu. Se oggi contempliamo chiaroveggentemente un uomo nel quale sia particolarmente sviluppata l’intelligenza logica, ne troviamo una forte espressione e un vivo riflesso in un rilucere e scintillare verde del corpo astrale, dell’aura astrale. Il pensiero calcolatore si rivela attraverso sfumature verdi dell’aura, in particolare in chi ha una spiccata capacità matematica. Gli antichi iniziati egiziani vedevano la divinità che conferiva all’uomo l’intelligenza e la raffiguravano di colore verde, perché ne scorgevano la luminosa figura astrale ed eterica scintillare in quel colore. Oggi, quando l’uomo è attivo con la propria intelligenza, tale sfavillio verde si manifesta nella sua aura. Se si volesse veramente penetrare il meraviglioso realismo delle figure degli dèi egiziani, si potrebbero studiare ancora molti altri di tali rapporti; e poiché erano rappresentate in modo così realistico, senza nessun arbitrio, agivano come mezzi magici. Chi fosse in grado di penetrare le cose potrebbe scoprire quanti altissimi segreti si celavano nei colori di quelle figure divine e, quindi, addentrarsi molto nell'evoluzione dell'umanità. Abbiamo visto come anche nella Sfinge venisse rappresentata la visione degli antichi Egiziani, non in modo fotograficamente preciso, ma realistico. Le figure, però, si trasformavano di continuo. Nella Sfinge è raffigurata la forma in cui l’uomo ha vissuto in passato e, a poco a poco, si è costituita la sua forma attuale. Le forme animali si sono evolute via via, mentre la Terra si andava evolvendo. Che cosa è veramente una forma animale? È una forma che si è fermata a un certo punto dell'evoluzione dell'uomo e che rappresenta quel determinato gradino in quanto è diventata fisica. L’evoluzione nello spirituale si svolse in modo tutt’affatto diverso. Ciò che l’uomo è spiritualmente non ha nulla a che fare con gli antenati fisici; solo il suo corpo fisico discende da essi. L’uomo non deriva dagli animali; sono le forme animali che rimasero stazionarie, mentre la forma umana continuava a trasformarsi fino a raggiungere un certo livello. Gli animali sono dunque forme umane fisiche che si sono arrestate a stadi precedenti e poi cadute in decadenza. Non solo le figure fisiche degli animali si sono arrestate nello sviluppo, ma anche le disposizioni delle forme eteriche e astrali. Come il leone, che a un certo punto si scisse dall’evoluzione e assunse un aspetto completamente diverso da quello attuale, anche certe forme animico-spirituali, che si arrestano a un certo gradino, nel corso del tempo si mutano e degenerano. La Sfinge, ad esempio, quando si arresta e decade, assume una forma che è come una caricatura della sua forma originaria. Tali figure decadenti, tali rifiuti del mondo spirituale, interessano poco l’iniziato, o comunque l’uomo che ascende in modo regolare nei mondi spirituali. Ma chi, in certi casi, perviene anormalmente nel mondo astrale, dotato di una forma bassa di chiaroveggenza, le incontra. Tali figure decadenti, tali rifiuti del mondo spirituale, interessano poco l’iniziato, o comunque l’uomo che ascende in modo regolare nei mondi spirituali. Ma chi, in certi casi, perviene anormalmente nel mondo astrale, dotato di una forma bassa di chiaroveggenza, le incontra. Edipo incontrò la vera Sfinge, che non è morta nemmeno oggi, ma che ora appare all’uomo in una forma speciale. Se ne trovano esempi tra le popolazioni rurali, dove, a volte, uomini rimasti indietro a un certo gradino dell’evoluzione, d’estate si addormentano nei campi sotto il solleone e subiscono ciò che si potrebbe chiamare un colpo di sole latente, per influsso del quale il corpo eterico e il corpo astrale si staccano parzialmente dal corpo fisico. Questi uomini vengono allora trasportati sul piano astrale e scorgono quest’ultimo come un residuo decadente della Sfinge. Tale apparizione ha ricevuto denominazioni diverse. In alcune regioni la si chiama la Donna del meriggio e molti, nelle campagne, narrano di averla incontrata. Essa esiste un po’ dappertutto e sotto i nomi più vari ed è una forma decaduta dell’antica Sfinge; e, come la Sfinge, anche questa «Donna del meriggio» pone delle domande a coloro che la incontrano. Si narra di gente che l’ha vista e a cui essa ha rivolto domande senza fine. Anche questa penosa e insistente interrogazione è un’eredità decadente dell’antica Sfinge, una sua trasformazione. Tutto questo ci indica che l’evoluzione procede anche nel mondo fisico; intere stirpi di entità spirituali degenerano, e alla fine non sono più che ombre di ciò che furono in origine. Così, nell’evoluzione, vediamo certi nessi e ne abbiamo parlato appunto per mostrare come essi siano molteplici e vari.
Ora, per poter comprendere bene di cosa si tratta, dobbiamo pensare che nel corso dei tempi l’uomo ha incorporato l’io, il quarto elemento della sua entità, ai corpi fisico, eterico e astrale che già si portava dietro all’inizio dell’evoluzione terrestre. Ho mostrato come l’io comprenda il corpo astrale, esercitando su di esso il dominio che in precedenza era stato degli alti esseri spirituali. Infatti, fu un’azione degli esseri superiori piantare l’io nel corpo astrale. Se l’evoluzione fosse continuata secondo le intenzioni di certi esseri divini, avrebbe preso una piega completamente diversa da quella che poi ha effettivamente preso. Ma allora alcuni esseri si fermarono e non poterono più collaborare all’incorporazione dell’io nel corpo astrale.
Quando l’uomo posò il piede sulla Terra, egli consisteva di corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale, e continuò a svilupparli. A un certo punto, a esseri elevati che dimoravano specialmente sul Sole e sulla Luna, venne conferito l’io, il quale continuò a essere oggetto della loro azione. Altri esseri, invece, durante l’evoluzione saturna, solare e lunare, non avevano raggiunto un livello tale da poter collaborare a quell’incorporazione dell’io. Erano in grado di fare soltanto ciò che avevano appreso sulla Luna, quindi dovettero limitarsi a lavorare al corpo astrale dell’uomo. A questi venne così incorporato nel corpo astrale qualcosa che non apparteneva ai suoi elementi più nobili, che non proveniva dagli esseri divini più alti, bensì dai ritardatari e dai meno nobili intrusi. Se tale azione fosse stata svolta sulla Luna, sarebbe stata altamente benefica. Ma poiché la compirono da ritardatari sulla Terra, inserirono nel corpo astrale qualcosa che lo rese inferiore a quel che sarebbe stato altrimenti. Il corpo astrale venne quindi dotato di istinti, passioni ed egoismo. Prendiamo nota di questa duplice azione che l’uomo subì, di cui una parte ebbe la conseguenza di abbassare il suo corpo astrale a un livello inferiore.
Tale influenza si estende poi anche al corpo eterico e, da questo, al corpo fisico. Attraverso il corpo astrale, la cui azione si estende dappertutto, quegli spiriti agirono anche sul corpo eterico e sul fisico, provocando effetti nella vita umana che altrimenti non si sarebbero mai verificati. Il sentimento dell’io venne accresciuto a oltranza, portando a un grandissimo aumento della coscienza di sé. Questo produsse nel corpo eterico tutto ciò che contribuisce a oscurare il giudizio e a far cadere nella possibilità dell'errore; e ciò che agì dal corpo astrale sul corpo fisico costituì la base della malattia. Questa è appunto la causa spirituale delle malattie dell’uomo; negli animali, invece, ammalarsi è tutt’altra cosa. Vediamo come la malattia si manifesta nell’uomo e la sua connessione con le cause che abbiamo qui accennato. Poiché il corpo fisico e il corpo eterico sono collegati ai fatti dell’eredità, il principio della malattia si trasmette per vie ereditarie. Tuttavia, è necessario distinguere chiaramente tra malattie interne e lesioni esterne. Se un uomo viene investito da un’automobile, ciò non ha nulla a che fare con l’eredità. Anche alcune malattie interne possono essere causate da fattori esterni; ad esempio, quando si mangia qualcosa che guasta lo stomaco, il disturbo è dovuto a cause esterne.
Prima che quegli esseri acquistassero potere sull’uomo, egli era organizzato in modo da reagire in misura molto più energica a tutto quanto di male agiva su di lui dall’esterno. Ma più questi esseri acquisivano influenza su di lui, più egli perdeva gli istinti che lo difendevano dal male. In passato, l’uomo aveva ancora dei sottili istinti che gli permettevano di riconoscere ciò che non gli si confaceva; se qualcosa stava per entrare nel suo stomaco, qualcosa che oggi potrebbe entrarvi causandogli danno, allora, per un semplice istinto, ciò veniva impedito. Ritornando indietro nel tempo, si arriva a un periodo in cui l’uomo aveva un legame profondo con le forze che lo circondavano e reagiva con sicurezza a tali forze ambientali. Ma, con il tempo, la sua sicurezza venne meno ed egli diventò incapace di respingere ciò che non gli si confaceva.
Ciò è connesso anche al fatto che, man mano che l’uomo si interiorizzava, nel mondo esterno si andavano costituendo parallelamente i tre regni della Natura. Inizialmente esisteva solo l’uomo, poi, poco alla volta, sono comparsi gli altri tre regni che oggi ci circondano: prima il regno animale, poi il regno vegetale e, per ultimo, quello minerale. Se guardassimo indietro, alle condizioni della Terra primordiale, quando il Sole era ancora congiunto al pianeta, troveremmo un essere umano nel quale tutte le sostanze del mondo fisico entravano e uscivano. L’uomo viveva ancora in seno agli dèi e poteva sopportare in sé, per così dire, tutte le sostanze. Poi dovette lasciarsi alle spalle il regno animale, perché se avesse continuato a portarlo con sé, non avrebbe potuto svilupparsi oltre. Eliminò dunque il regno animale e, successivamente, quello vegetale. Ciò che vive al di fuori, negli animali e nelle piante, non è altro che i temperamenti, le passioni e le diverse tendenze che gli uomini hanno dovuto eliminare da sé; e quando l’uomo formò le sue ossa, egli mise fuori di sé il mondo minerale. Dopo un certo tempo, gettando lo sguardo su quanto lo circondava, egli poteva dirsi: "Una volta io potevo sopportarvi, voi entravate in me ed uscivate da me, come ora fa l’aria. Quando ancora vivevo nella Terra acquea, potevo sopportarvi e lavoravo alla vostra trasformazione. Ora siete fuori, non posso più sopportarvi né elaborarvi. A mano a mano che l’uomo si chiudeva nella sua pelle, diventando un essere isolato, intorno a sé vide i tre regni che prima aveva avuto in sé.
Se gli esseri che abbiamo menzionato non avessero agito sull’uomo, anche un’altra cosa non sarebbe potuta accadere. Finché l’uomo è sano, egli sta in un rapporto normale col mondo esterno; quando nel suo interno certe forze sono perturbate, esse devono essere ristabilite dalle forze sane che sono in lui.
Se queste forze sono troppo insufficienti, bisogna ristabilirle con l’aiuto di forze sane presenti in lui. Se queste forze sono troppo insufficienti, bisogna propinare all’uomo un
un rimedio esterno per suscitare in lui la forza di resistenza che possedeva naturalmente, al tempo in cui le forze del mondo esterno entravano e uscivano continuamente in lui. Ad esempio, quando un individuo è malato, può essere necessario somministrargli le forze di un metallo o di succhi vegetali, insomma, dargli come rimedi sostanze esteriori alle quali in passato era stato congiunto.
Al tempo in cui gli iniziati egiziani erano in grado di guardare indietro a tutto il corso dell’evoluzione umana, essi conoscevano esattamente come i singoli organi del corpo umano corrispondessero alle materie esterne e quali piante o quali metalli dovessero essere somministrati al malato per guarirlo. Un giorno, nel campo della medicina, si scopriranno i grandi tesori di sapienza occulta posseduti dall’umanità in tempi passati. Oggi, in questo campo, si tende a generalizzare, ma si commettono anche grandi errori quando, in modo unilaterale, si attribuiscono a questa o quella sostanza proprietà curative speciali. Il vero occultista non è mai unilaterale. Spesso ci si imbatte in metodi che tendono a fare compromessi con la scienza dello spirito. Questa non può sostenere nessun metodo unilaterale, ma vuole fondare una scienza che sia davvero universale; ed è unilaterale, ad esempio, dire: "Abbasso tutti i veleni!" Chi dice così non conosce le vere forze curative. Naturalmente, oggi si commettono molte assurdità, perché la maggior parte degli specialisti in materia non ha la necessaria visione d’insieme e una certa tirannia che regna nel campo della medicina esclude tutto ciò che proviene dall’occultismo. Se non si facessero campagne contro le verità mediche più antiche e contro la somministrazione di sostanze metalliche, potrebbe avvenire una riforma. Con la moderna mania di «sperimentare» non si trova nulla che possa rivaleggiare con i più antichi rimedi contro i quali solo la più crassa incomprensione può insorgere brutalmente, come spesso avviene oggi. Gli antichi iniziati egiziani erano grandi conoscitori di questi segreti e potevano davvero seguire i fili che connettono tra loro i fatti dell’evoluzione. Se oggi certi medici parlano in tono di condiscendenza della medicina egiziana, è proprio da questo tono che si può capire che non ne sanno proprio nulla. Tutto questo si accenna qui solo per dare un’idea delle cose che si devono sapere a proposito dell’iniziazione egiziana.
Conoscenze di questo genere passavano poi alla coscienza popolare. Non dimentichiamo che anche in quegli antichi tempi erano incarnate le stesse anime che oggi vivono nei nostri corpi. Sono proprio le nostre anime che, in quel tempo, percepivano chiaroveggentemente ciò che gli iniziati vedevano nei mondi spirituali e che poi trasmisero attraverso le immagini. Sappiamo che quanto l’anima va accogliendo da un’incarnazione all’altra, porta sempre, in qualche modo, i suoi frutti. Anche se l’uomo non può sempre ricordarsene, è così: se oggi certe cose vivono nell’anima, è perché vi furono immesse in passato. L’anima viene plasmata durante tutta la vita fisica. Le rappresentazioni dell’antico Egitto hanno lasciato una certa impronta durante la vita tra la nascita e la morte e durante il soggiorno tra la morte e la nuova nascita, e da quelle sono derivate le rappresentazioni che ha ora. Non per ragioni esteriori, ai nostri tempi, è nato quello che chiamiamo darwinismo; le anime che oggi lo accolgono sono le stesse che in Egitto ricevettero le immagini delle forme animali dei predecessori degli uomini. Tutte quelle rappresentazioni si sono ridestate; solo che, nel frattempo, gli uomini sono discesi ancora più addentro nel mondo materiale. L’anima d’oggi ricorda che un tempo le era stato detto: i nostri antenati avevano forme animali; ma ha dimenticato che quelle erano divinità. Questa è la ragione psicologica del sorgere del darwinismo ai nostri giorni. Le figure divine risorgono in forma materialistica. Così un’intima connessione spirituale esiste tra l’antico e il nuovo, tra la cultura egiziana della terza epoca postatlantica e la nostra quinta.
Questo, però, non è l'unico destino della nostra epoca: l’uomo ora vede in modo materiale ciò che prima aveva visto spiritualmente. Questo non sarebbe avvenuto se, nel frattempo, non fosse intervenuto nell'evoluzione della umanità l’impulso del Cristo. Questo ebbe un’importanza non soltanto per la vita sul piano fisico, ma anche per l’altra parte, cioè per la sfera in cui dimoravano, dopo la morte, le anime degli antichi egizi. Qui, sul piano fisico, si è svolto ciò di cui abbiamo già parlato, ma i tre anni di attività del Cristo, l’avvenimento della crocifissione e il battesimo nel Giordano hanno avuto altrettanta importanza per le anime incarnate sulla terra, come per quelle che si trovavano fra la morte e la nuova nascita.
Sappiamo che il sangue è l'espressione fisica esteriore dell’io. Ciò che opera fisicamente nelle forze del sangue è l’espressione fisica dell’io. Ora, nel corso dell'evoluzione, l’egoismo si era talmente accresciuto da imprimersi in modo eccessivo nel sangue. Un onesto «soprappiù» d’egoismo deve essere nuovamente espulso dall’umanità se questa deve recuperare la spiritualità. Sul Golgota fu dato l’impulso all'eliminazione dell’egoismo. Nel momento in cui sul Golgota fluì il sangue del Redentore, nel mondo spirituale avvennero anche altri processi. Il sangue del Redentore fluì nel mondo materiale, e nel contempo il sovrappiù d'egoismo passò nel mondo spirituale. L’egoismo eccessivo dovette svanire dal mondo, ed è per questo che sul Golgota è stato dato l’impulso. Al suo posto, nell’umanità attuale sta subentrando l’amore generale tra gli uomini.
Ma che cosa fu questo avvenimento del Golgota, questa morte che durò tre giorni e mezzo sul piano fisico? Fu la trasposizione sul piano fisico di quanto il candidato all’iniziazione sperimentava nel suo percorso evolutivo spirituale. Per tre giorni e mezzo egli era morto. Colui che aveva affrontato questa morte simbolica poteva dire all’umanità: «La morte può essere vinta; nel mondo esiste l’Eterno». La morte veniva vinta dagli iniziati, che si sentivano dei trionfatori. L’avvenimento del Golgota significa che, per una volta, ciò che si era svolto tante volte nei Misteri antichi divenne un avvenimento storico; la vittoria spirituale sulla morte fu finalmente trasferita sul piano fisico. Se lasciamo agire questo fatto sulla nostra anima, vediamo il Mistero del Golgota come un evento nuovo, l’immagine dell’antica iniziazione, e ne percepiamo l’unicità, un avvenimento entrato a far parte della storia dell’umanità.
E quale ne fu la conseguenza? Anticamente, grazie alle sue esperienze, l’iniziato poteva dire agli altri uomini: «So che esiste un mondo spirituale in cui è possibile vivere. Io ho vissuto in quel mondo per tre giorni e mezzo e ve ne reco notizia; vi porto i doni del mondo spirituale», e tali doni erano benefici e utili per gli uomini. Al contrario, l’iniziando che aveva vissuto nel mondo fisico non poteva fare altrettanto con i morti. Ai morti egli poteva dire solamente: «Tutto quanto avviene sul piano fisico è tale che l’uomo dovrebbe essere liberato». Era proprio così: quando gli antichi iniziati incontravano i morti nel mondo spirituale, potevano recar loro solo questo messaggio: «La vita è dolore, solo nella liberazione è salvezza». Questo insegnò il Buddha, e questo insegnava ogni iniziato, sia ai viventi sia ai defunti. Questo è importante per chi sta nel mondo spirituale. Coloro che accolgono il Cristo nella loro interiorità rischiarano di nuovo la vita devachanica, divenuta un’ombra. Più l’uomo sperimenta il Cristo quaggiù, più si rischiara il mondo spirituale. Dopo che il sangue fu versato sul Golgota dalle ferite del Redentore (ciò fa parte dei Misteri del Cristianesimo), lo Spirito del Cristo discese tra i morti e disse loro: «Sulla Terra è avvenuto qualcosa che toglie ogni diritto di dire che quanto ivi avviene è meno importante di quanto avviene qui, nel mondo dello spirito. Grazie a quell'avvenimento, l’uomo può portare un dono dal mondo fisico al regno spirituale. Questa è la buona novella che il Cristo portò ai morti nei tre giorni e mezzo del suo soggiorno tra loro. Egli discese per redimerli.
Nell’iniziazione antica si poteva dire: noi raccogliamo i frutti dello spirito sul piano fisico! Ora invece nel mondo fisico era avvenuto un fatto che agiva e portava frutti nel mondo spirituale. Si può dunque affermare che l’uomo non compì invano la sua discesa quaggiù, ma la compì affinché qui, sul piano fisico, si potessero ricavare dei frutti per il mondo dello spirito.
Questa possibilità è dovuta al Cristo, che discese tra i viventi e tra i morti, dando un impulso così intenso e così possente da scuotere il mondo intero.
Per concludere il nostro studio, dobbiamo ora analizzare in modo approfondito il carattere del nostro tempo, come abbiamo fatto con quello dei quattro periodi postatlantici passati, fino all’apparire del Cristianesimo. Dopo la catastrofe dell’Atlantide, abbiamo visto come si siano svolte l’antica epoca paleoindiana, poi quella palco-persiana e quella egizio-caldaica; caratterizzando la quarta epoca, la greco-latina, abbiamo visto che in questa l’uomo lavora già entro il piano fisico, raggiungendo in ciò, proprio allora, un punto massimo della sua discesa. La ragione per cui quest’epoca, che da un lato ci appare come il livello più basso dell’evoluzione, mentre dall’altro è così attraente e simpatica per l’osservatore d’oggi, sta nel fatto che essa divenne il punto di partenza per molti eventi importanti della cultura attuale. In quest’epoca avviene infatti una sorta di unione tra spirito e materia, precisamente nell’arte greca. Abbiamo detto che il Tempio greco era un monumento nel quale poteva abitare il Dio; l’uomo poteva sentirsi: ho portato la materia fino al punto che essa diventi per me come un calco dello spirito e che io possa percepire qualcosa di questo spirito in ogni sua parte. Questo è vero di tutte le opere d’arte greche e di tutto ciò che si può narrare della vita dei Greci. È proprio questo mondo di creazioni artistiche, nelle quali era inserito lo spirito, a rendere la materia così fortemente attraente, tanto che più tardi, in Germania, Goethe ha cercato di rappresentare l’unione della propria individualità con l’epoca greca nella tragedia di Elena e di Faust.
Se la cultura avesse continuato a progredire nella stessa direzione, quali ne sarebbero state le conseguenze? Un semplice abbozzo può chiarircelo. Nell’epoca della cultura greco-latina, l’uomo aveva raggiunto il suo massimo, ma in modo che in nessuna particella di materia aveva perduto lo spirito. In tutte le opere di quell’epoca, lo spirito era incorporato nella materia. Se contempliamo la figura di una divinità greca, vediamo come il genio creatore greco abbia impresso la spiritualità nella materia esteriore. Il Greco aveva conquistato la materia, ma senza perdere lo spirito, e il progresso ulteriore della coltura avrebbe condotto a un declino tale che lo spirito sarebbe diventato lo schiavo della materia. Basta gettare uno sguardo imparziale su quanto ci circonda oggi per riconoscere effettivamente che ciò è accaduto, e che l’espressione di tale caduta è il materialismo. È vero che in nessun’altra epoca l’uomo si è conquistato la materia più di quanto non abbia fatto nella nostra, ma soltanto per appagare i suoi bisogni materiali. Basta pensare con quali mezzi primitivi siano state costruite le gigantesche Piramidi per rendersi conto di come siano in contrasto con l’elevatezza e l’ampiezza dello sguardo che lo spirito egiziano era in grado di avere sui misteri dell’esistenza cosmica. Pensiamo con quale profondità spirituale gli Egiziani vedevano nelle loro divinità le impronte, le immagini di quanto si era svolto in passato nel cosmo e sulla Terra. L’Egiziano che poteva elevarsi al mondo spirituale riviveva in spirito gli avvenimenti dell’epoca lemurica, che durante l’epoca atlantica erano diventati invisibili; e chi non diventava un iniziato, chi apparteneva al popolo, poteva partecipare a quei mondi spirituali con tutto il suo sentimento, con tutta la sua anima. Ma i mezzi a sua disposizione per lavorare sul piano fisico erano primitivi rispetto ai nostri giorni. Basta leggere gli inni che i nostri contemporanei sciolgono continuamente in lode dei grandi progressi compiuti! A ciò la scienza dello spirito non ha nulla da obiettare; in effetti, l’uomo continua a espandere sempre più il proprio dominio sugli elementi. Ma se guardiamo la cosa anche da un altro lato, vediamo che...
Quando, in un lontanissimo passato, gli uomini stritolavano il grano della Terra con semplici pietre, erano però in grado di innalzare i propri sguardi verso le sublimi vette della vita spirituale. Tali sublimi tezze, la maggior parte degli uomini odierni non le conosce: ignora totalmente ciò che un iniziato caldeo sperimentava quando, a suo modo, vedeva le stelle, gli animali, le piante e i minerali in connessione con l’uomo e ne riconosceva le forze risanatrici. I savi sacerdoti egiziani erano uomini ai quali i medici d’Osci non erano degni di sciogliere i lacci della scarpa, come dice il Vangelo. Gli uomini odierni non sono in grado di elevarsi a tali altezze della vita spirituale. Solo la scienza dello spirito ci permetterà di farci un'idea di ciò che vedevano gli antichi iniziati caldei ed egizi. Le interpretazioni odierne delle iscrizioni che racchiudevano alti misteri sono una caricatura rispetto al loro vero significato. In passato, gli uomini disponevano di scarsi mezzi per lavorare sul piano fisico, ma possedevano forze immense nel mondo spirituale.
Oggi, invece, l’uomo si immerge sempre di più nella materia e utilizza le proprie forze spirituali per dominare il piano fisico. Si potrebbe quasi dire che lo spirito umano diventi schiavo del piano fisico. In un certo senso, esso scende persino al di sotto del piano fisico. Se l’uomo moderno ha impiegato forze spirituali enormi per creare il battello a vapore, le ferrovie, il telefono, ecc., a che scopo li utilizza? Quali immensi tesori dello spirito sono stati così sottratti alla vita spirituale! Per lo scienziato dello spirito, però, questi risultati non sono accettabili; non vuole muovere critica al nostro tempo, perché sa che la conquista del piano fisico era una necessità. Non per questo, però, lo spirito si è annientato nel mondo fisico. Si può forse dire che per lo spirito significhi qualcosa di più, che sia un vantaggio o una superiorità, se l’uomo, invece di stritolarsi da sé il grano tra due pietre, telefona in un porto lontano e si fa spedire per mare dall’America il grano di cui ha bisogno? Quale forza spirituale incommensurabile non è stata impiegata per stabilire le comunicazioni con l’America e con altri paesi lontani! Ora chiediamoci: se abbiamo stabilito un tale collegamento fra tutte le parti del mondo, impiegando somme considerevoli per appagare la vita materiale, i nostri bisogni corporei? E, poiché tutto viene ripartito nel mondo, all’uomo è rimasta ben poca forza spirituale per ascendere ai mondi superiori, a parte quella impiegata per il mondo materiale. Lo spirito è divenuto schiavo della materia. Se il Greco vide lo spirito incorporato nelle sue opere d’arte, oggi lo spirito è disceso profondamente in basso e ne abbiamo una testimonianza nei molti perfezionamenti tecnici e meccanici delle nostre industrie, che servono solo alle necessità materiali. Ora possiamo chiederci: questa discesa è stata davvero totale e irreversibile?
Se non fosse avvenuto ciò di cui abbiamo parlato in precedenza, le conquiste dell’uomo sul piano fisico sarebbero diventate sempre più immense e poderose. Da quel momento in poi, l’intervento dell’impulso cristico ha segnato l’altro lato della cultura. Ci ha mostrato la via per superare la materia, ci ha dato la forza per vincere la morte e ci ha dato la possibilità di sollevarci nuovamente al di sopra del piano fisico. Per questo motivo fu necessario un impulso così potente da vincere la materia nel modo grandioso che ci è descritto nel Vangelo di Giovanni, sia nel battesimo nel Giordano, sia nel Mistero del Golgota.
Il Cristo Gesù, che era stato preannunciato dai profeti, ha dato all’umanità l’impulso evolutivo più potente di sempre. In passato, l’uomo dovette separarsi dai mondi spirituali, per poi riunirsi nuovamente a essi grazie all’Entità del Cristo. Tuttavia, non possiamo comprendere appieno questo evento se non approfondiamo ulteriormente le connessioni di tutta l’evoluzione umana. Dobbiamo sottolineare che l’apparizione del Cristo sulla Terra è un avvenimento che poteva verificarsi soltanto quando l’uomo aveva raggiunto il punto più basso della sua evoluzione. L’epoca greco-latina occupa il centro della serie delle sette epoche postatlantiche. Nessun altro momento della storia sarebbe stato adatto, all’infuori di quello in cui l’uomo era diventato persona; allora anche il Dio doveva diventare persona, per salvarlo e dargli la possibilità di risalire verso lo spirito. Abbiamo visto che il cittadino romano fu il primo a prendere coscienza della propria personalità. Prima l’uomo viveva ancora in alto, nel mondo spirituale; ora, dopo essere sceso al piano fisico, il Dio stesso doveva ricondurlo verso l’alto.
Dobbiamo ancora approfondire il terzo, il quinto e il periodo centrale. Non dobbiamo studiare la mitologia egiziana in maniera scolastica, ma metterne in risalto i tratti che ci permettono di comprendere a fondo la vita emotiva degli antichi Egizi e chiederci come questa si manifesti nella nostra epoca.
Abbiamo visto come tutte le grandiose immagini della Sfinge, di Iside e Osiride, che troviamo nei miti e nei misteri egiziani, fossero reminiscenze di condizioni antichissime dell’umanità. Era come un riverbero nelle anime degli avvenimenti del passato della Terra. L’uomo contemplava il suo remotissimo passato, le sue origini. L’iniziato era in grado di rivivere l’esistenza spirituale dei suoi progenitori, dei suoi padri. In origine l’uomo si era sviluppato da una condizione di anima di gruppo (abbiamo visto come queste anime di gruppo siano state conservate nelle quattro forme degli animali apocalittici), ma, mentre il suo corpo si andava affinando, si sviluppava l’individualità. Possiamo seguire tale sviluppo anche storicamente. Basta leggere il «Germania» di Tacito. Egli vi descrive le condizioni che regnavano nelle regioni germaniche nel primo secolo avanti Cristo e mostra come la coscienza del singolo fosse ancora immersa in una coscienza comune, come regnasse ancora lo spirito della stirpe, tanto che il Cherusco si sentiva come un membro della sua stirpe. Questo sentimento era talmente forte che un singolo individuo qualunque poteva vendicare l’offesa.
fatta a un altro individuo dello stesso gruppo, secondo l’uso della vendetta del sangue. Anche là, dunque, troviamo ancora una sorta di anima di gruppo, e tale appartenenza si conservò molto avanti nell’epoca postatlantica, ma non è più che un’eco; in generale, essa terminò con la fine del
L’epoca atlantica. Il caso che abbiamo citato riguarda:
soltanto dei ritardatari. In realtà, gli uomini non sapevano più nulla dell’anima di gruppo.
non sapevano più nulla dell’anima di gruppo. Invece, nella
epoca atlantica, l’uomo la conosceva molto bene; allora egli
Non si definiva con il pronome "io". In una cosa sola quel senso di appartenenza a un’anima di gruppo si è trasmesso alle generazioni successive.
Per quanto possa sembrare strano, è pur vero che, in epoche passate, la memoria aveva una forza e un’importanza completamente diverse rispetto ad oggi. Che cosa è oggi la memoria? Che cosa ricordiamo noi degli avvenimenti della nostra prima infanzia? Poco o nulla, e comunque niente che riguardi la fase precedente alla nostra infanzia. Non era così nell’antica epoca atlantica; anche all’inizio dell’epoca postatlantica l’uomo si ricordava di ciò che avevano sperimentato suo padre, suo nonno, il suo bisnonno, ecc. Parlare di un Io esistente solo tra la nascita e la morte non avrebbe avuto senso.
Non avrebbe avuto senso parlare di un Io esistente solo tra la nascita e la morte. La memoria
La memoria risaliva indietro per secoli; l’io si estendeva fino a dove un sangue comune fluiva dagli antenati ai discendenti. Questo io di gruppo non si estendeva spazialmente sui contemporanei di un individuo, ma nel tempo, lungo le generazioni. Perciò l'uomo non riuscirà mai a comprendere l’eco che questo fatto ha lasciato nelle storie degli antichi patriarchi e che Noè, Adamo e gli altri abbiano raggiunto un'età così avanzata. Essi abbracciavano nel proprio lo i loro antenati per molte generazioni passate.
Oggi un uomo non può più farsi un’idea del tutto simile. A quei tempi, non aveva senso dare un nome a un singolo individuo umano nell’arco della sua esistenza, dalla nascita alla morte. La memoria si prolungava attraverso i secoli per tutta la serie degli antenati e, fin dove giungeva la memoria dell’uomo attraverso i secoli, si continuava con lo stesso nome. Adamo era, per così dire, l’io che fluiva attraverso le generazioni. Solo conoscendo questi fatti reali si possono comprendere i testi sacri. L’uomo si sentiva protetto all’interno della serie delle generazioni; questo è ciò che intende la Bibbia quando dice: «Io e il Padre Abramo siamo uno». Quando il credente dell’Antico Testamento pronunciava queste parole, sentiva realmente di appartenere alla serie delle generazioni. Tale coscienza perdurò ancora tra i primi uomini postatlantici e persino tra gli Egiziani. Si avvertiva la comunione del sangue e ciò aveva conseguenze particolari anche per la coscienza.
Quando oggi un uomo muore, egli vive per un certo tempo nel Kamaloka e, in seguito, per un tempo relativamente lungo, nel Devachan. Questo è già una conseguenza dell’impulso clàstico. Non era così nei tempi precristiani, quando l’uomo era legato ai suoi antenati fin dall’inizio della serie. Oggi, nel Kamaloka, l’uomo deve liberarsi dalle brame e dai desideri ai quali si è abituato nel mondo fisico. Da ciò dipende la durata di tale condizione. L’uomo si sente ancora legato alla vita trascorsa tra la nascita e la morte, ma nei tempi antichi si sentiva legato a molto di più. Restava talmente connesso al piano fisico da sentirsi come una parte di tutta la serie delle generazioni fisiche. Durante il Kamaloka, quindi, non doveva soltanto liberarsi dall’attaccamento alla vita fisica individuale, ma ripercorrere tutto ciò che si riconnetteva alle generazioni fino al capostipite. Riviveva tutto ciò a ritroso, sentendo, come conseguenza, la profonda verità che sta alla base del detto: «sentirsi al sicuro nel seno di Abramo». L’uomo sentiva che, dopo la morte, avrebbe dovuto risalire per tutta la serie dei progenitori e chiamava la via che avrebbe dovuto percorrere «la via verso i Padri». Solo dopo averla ripercorsa, poteva ascendere ai mondi spirituali, per «la via verso gli dèi». L’anima di allora doveva dunque percorrere la via ai Padri e la via agli dèi.
Naturalmente, le culture non si susseguirono con tratti così netti. L’essenza della cultura indiana è ancora presente, ma si è trasformata. È rimasta, accanto alle colture successive, e, nella sua continuazione, all’epoca in cui fiorì la coltura egizia, è emerso qualcosa di simile. Oggi troppo facilmente si scambia ciò che fu prima con ciò che fu dopo; perciò ho insistito sul fatto che intendevo accennare soltanto a vicende di tempi molto remoti. Tra l’altro, dunque, anche gli Indiani accolsero la concezione della «via ai Padri» e della «via agli dèi». Più l’uomo si iniziava, più si liberava dai vincoli che lo legavano alla patria e agli avi, più la via agli dèi si faceva lunga e la via ai Padri più breve. Colui che era legato ai Padri con tutte le fibre dell’anima sua, aveva da percorrere una lunga «via ai Padri» e una breve «via agli dèi». Nella terminologia orientale, la «via ai Padri» era chiamata «Pitriyana» e la «via agli dèi» «Devayana». Se oggi usiamo la parola « Devachan » dobbiamo renderci conto che la usiamo per brevità, ma è una storpiatura della parola « Devayana », «via agli dèi». Un antico Vedantista riderebbe di noi se udisse le descrizioni che noi diamo del Devachan. Non è facile orientarsi nel pensiero e nella concezione orientale e, talvolta, dobbiamo addirittura proteggere le verità orientali da coloro che pretendono di insegnarle. Molti che oggi studiano le cosiddette dottrine orientali non si accorgono di quanto siano confuse. La scienza dello spirito d’oggi non aspira affatto a essere una dottrina indiana orientale. In certi ambienti si è molto amanti di ciò che viene da molto lontano, per esempio dall’America. Ma la verità è a casa sua ovunque. L'esplorazione delle antichità spetta agli eruditi, ma la scienza dello spirito è vita; perciò le sue verità possono essere indagate ovunque e in ogni momento.
Per gli antichi egizi, ciò che abbiamo detto non era solo teoria, ma anche pratica. Anche ciò che veniva insegnato nei grandi Misteri dell’Egitto era pratico, in quanto perseguiva fini tutti speciali. Oggi l’uomo sorride sentendo dire che, in una data epoca, il Faraone era una specie di iniziato e che l’Egiziano aveva un rapporto speciale con il suo Faraone e con le istituzioni del suo Stato. Per i dotti europei del nostro tempo è particolarmente ridicolo che il Faraone stesso si denominasse «Figlio di Oro» o semplicemente «Oro». Oggi, ci sembra strano, se non addirittura assurdo, che un uomo possa essere adorato come un Dio. Oggi non si sa che cosa fosse veramente un Faraone e quale missione avesse; non si sa che cosa fosse veramente l’iniziazione di un Faraone. Oggi, invece, in un popolo non si vede che un gruppo di uomini che si possono contare; per la mentalità moderna, il popolo come tale è un’astrazione priva di sostanza; hanno sostanza reale solo le comunità di uomini che dimorano in una certa regione. Per chi si occupa di occultismo, invece, un popolo è ben altro. Come un dito è membro di tutto l’organismo corporeo, così le singole persone di un popolo appartengono all’Anima del popolo; sono come immerse in essa, anche se l’Anima del popolo non è una realtà fisica, ma solo una figura eterica. Si tratta comunque di una realtà assoluta e l’iniziato può intrattenersi con essa. È persino molto più reale per lui rispetto ai singoli individui che compongono il popolo, molto più reale della singola persona. Per l’occultista hanno valore anche le esperienze spirituali; per lui, quindi, l’Anima del popolo è qualcosa di assolutamente reale. Consideriamo ora, in maniera del tutto schematica, questa connessione tra l'anima del popolo e gli individui. Se consideriamo i singoli individui come piccoli cerchi, essi sono separati gli uni dagli altri solo in base all'osservazione fisica esteriore. Chi li osserva spiritualmente, invece, vede le singole individualità immerse in una nebbia eterica, e questa è l’incarnazione dell'anima di gruppo. L’uomo singolo pensa, agisce, sente e vuole, e irradia i suoi sentimenti e i suoi pensieri nell’anima collettiva del popolo. Questa ne riceve una certa colorazione e l’Anima del popolo viene, quindi, compenetrata dai pensieri e sentimenti dei singoli individui.
Se prescindiamo dal corpo fisico dell’uomo e ne contempliamo soltanto il corpo eterico e il corpo astrale, e poi contempliamo il corpo astrale di tutt’un popolo, vediamo che quest’ultimo riceve il suo colorito e le sue intonazioni dai singoli individui.
Questo era noto all'antico iniziato egiziano, ma lui sapeva anche di più. Egli, quando contemplava questa sostanza del popolo, si chiedeva: «Che cosa vive veramente nell’Anima del popolo? ». Che cosa vedeva in essa? La reincarnazione di Iside. Vide come, in passato, Iside avesse peregrinato in mezzo agli uomini e agito nell’Anima del popolo. L’Egiziano vedeva in lei le stesse influenze che provenivano dalla Luna e che agivano nell’Anima del popolo. Invece, vedeva Osiride agire nei raggi spirituali individuali: in questi egli riconosceva l’influsso di Osiride, mentre Iside era presente nell’Anima di gruppo.
Osiride non era visibile nel piano fisico; qui era morto e solo quando l'uomo moriva, Osiride riappariva ai suoi occhi. Perciò nel Libro dei Morti leggiamo che l’Egiziano sentiva che, nella morte, si ricongiungeva con Osiride e diventava egli stesso un Osiride. Osiride e Iside agivano insieme nello Stato e nel singolo individuo di quello Stato.
Egli doveva elevarsi al punto da poter dire: «Se voglio reggere il popolo, devo sacrificare una parte della mia vita».
Ora ritorniamo al Faraone e consideriamo che per lui tutto ciò era una realtà. Prima dell’iniziazione, riceveva un’istruzione affinché comprendesse tutto ciò non solo con l’intelletto, ma anche come verità.
astrale e del corpo eterico, affinché i principi di Osiride e Iside potessero agire in lui. Io non devo cercare la spiritualità, ma spegnere una parte del mio corpo; quando parlo, attraverso di me deve parlare Osiride; quando agisco, è Osiride che deve agire; quando muovo la mia mano, è Osiride e Iside che devono muoverla.
Io devo rappresentare il figlio di Osiride e di Iside: Oro». •
L’iniziazione non è erudizione. L’iniziazione non è erudizione. Ma sapersi sacrificare come il Faraone significa davvero partecipare all’iniziazione. Infatti, in tal modo, il Faraone poteva riempire parti dell’anima del popolo. Quella parte di sé che il Faraone sacrificava era proprio quella che gli conferiva potenza. La potenza giustificata, infatti, non deriva dall'elevare la propria personalità, ma dall'accogliere in sé ciò che trascende i limiti della personalità, cioè una più alta potenza spirituale. Il Faraone aveva accolto in sé una tale potenza, che veniva rappresentata al di fuori dal serpente Ureo.
Abbiamo così gettato uno sguardo su un altro mistero, su qualcosa di molto più alto rispetto a ciò che le solite spiegazioni odierne dicono dei Faraoni.
Se l’Egiziano nutriva sentimenti simili, cosa poteva importargli di più? L’Anima del popolo doveva diventare quanto più forte e ricca di energie positive possibile, e a lui stava a cuore che non venisse diminuita. Gli iniziati egiziani non potevano contare sui legami di sangue, sui vincoli tra gli uomini. Ma le ricchezze spirituali accumulate dai padri dovevano diventare patrimonio delle singole anime. Questo ci viene indicato nel Giudizio dei Morti, dove l'uomo si trova di fronte ai 42 giudici che pesano tutte le azioni dei singoli individui. Chi sono i 42 giudici dei morti? Sono gli antenati. Si credeva che la vita dell’uomo fosse connessa con quella dei suoi 42 antenati e che, nel mondo di là, egli dovesse rendere loro conto di quanto aveva accolto davvero di loro dal punto di vista spirituale. L’insegnamento dei Misteri egiziani mirava dunque a diventare qualcosa di pratico per la vita, che doveva però anche servire per il periodo successivo alla morte, cioè tra la morte e una nuova nascita. Nell’epoca egiziana l’uomo era già impigliato nel mondo fisico. Ma doveva anche innalzare lo sguardo ai suoi antenati ormai dimoranti nell’aldilà, coltivando nel mondo fisico quanto da essi gli era stato tramandato. Era vincolato al mondo fisico, in quanto doveva collaborare all’opera iniziata dai Padri.
Ora, considerando che le anime di oggi sono reincarnazioni delle antiche anime egiziane, dobbiamo chiederci cosa significhi per loro ciò che è avvenuto allora e che esse avevano sperimentato nella loro incarnazione egiziana. Che cosa significa dunque per le anime d’oggi ciò che era avvenuto allora e che esse avevano sperimentato nella loro incarnazione egiziana? Tutto ciò che l’anima sperimentò allora tra la morte e una nuova nascita, si è intessuto in essa, esiste in essa e ricompare nella nostra quinta epoca (che porta in sé i frutti della terza), nelle idee e nelle tendenze del nostro tempo, che hanno la loro causa nell’antico mondo egiziano. Ciò che allora, a guisa di germe, fu immesso nelle anime, ricompare nelle idee d’oggi.
Perciò è facile riconoscere che quanto gli uomini si conquistano oggi sul piano fisico non è se non una materializzazione dell’interesse che gli Egiziani rivolsero a tale piano; solo che oggi gli uomini si sono ancora maggiormente sprofondati nella materialità. Parlando della mummificazione, abbiamo già visto una delle cause di quella che oggi si manifesta come concezione materialistica del mondo.
Pensiamo un’anima di quel tempo, pensiamola quale discepolo di un antico iniziato egiziano. Un tale discepolo innalzava i suoi sguardi spirituali al cosmo e ne aveva una visione reale. Per lui Osiride ed Iside dimoranti sulla Luna erano una visione reale. Per lui tutto era permeato di esseri divini non spirituali, e la sua anima se ne nutriva. Poi egli rinasce nella quarta e nella quinta epoca. Nella quinta, tutto ciò gli riaffluisce come ricordo e lui torna a fare esperienza di ogni cosa. Che cosa ne è ora? Il mondo stellare, al quale il discepolo di allora aveva innalzato gli sguardi, riaffiora nella sua anima. Ricorda ciò che allora aveva visto e sentito, ma non può riconoscerlo, poiché ha assunto un'ottica materialistica. Ora non vede più la parte spirituale delle cose, ma ne comprende le condizioni materiali meccaniche e il loro ricordo si trasmuta nel pensiero materialistico odierno. Dove prima aveva veduto gli esseri spirituali, Osiride e Iside, ora non vede più che forze astratte senza il loro nesso spirituale. Le relazioni spirituali gli ricompaiono in forma di pensiero; tutto rinasce, ma sotto un aspetto materializzato.
Applichiamo questo fatto a un’anima che durante l’antica epoca egiziana ebbe la visione delle grandi connessioni cosmiche e che oggi risorge dinanzi a quest’anima, risorgono in essa le antiche visioni spirituali della cultura egizia e avremo l’anima di Copernico. Il sistema cosmico di Copernico è sorto proprio in questo modo, come un ricordo delle esperienze spirituali vissute nell’antico Egitto. Lo stesso vale per il sistema cosmico di Keplero. In questi grandi, le immense leggi cosmiche da loro vissute nell’epoca egiziana si rigenerano nel ricordo. Che cosa potrà dirci oggi un’anima del genere, in cui affiora una lontana reminiscenza di quanto essa sperimentò in forma spirituale durante l’antica civiltà egiziana? Che cosa può dirci uno spirito così fatto? Parlerà dell’antico paese d’Egitto e lo esprimerà forse con le parole: «Ormai, un anno e mezzo dopo che mi si è rivelata la prima aurora delle più meravigliose visioni; dopo qualche mese appena da quando esse mi si sono illuminate della luce del giorno, e dopo pochi giorni soltanto, da che esse mi rifulgono nella piena gloria solare, nulla mi trattiene più! Io voglio esaltarmi del più sacro ardore, voglio schernire gli uomini con la semplice confessione d’aver rapiti i vasi d’oro degli Egizi per costruire con essi un tempio al mio Dio, lontano assai dai confini d’Egitto». Queste parole non suonano forse come una reminiscenza reale corrispondente alla verità? Ebbene, sono di Keplero, che dice anche: «Le antiche memorie battono alla porta del mio cuore». Tali sono i meravigliosi legami che uniscono le cose nell’evoluzione dell’umanità; e quando cominciamo a intuire tali legami, molte frasi e parole che altrimenti resterebbero avvolte nel mistero, acquistano invece un significato chiaro. Allora la vita diventa grande e magnifica, e gli uomini si sentono partecipi di un gran Tutto, quanto più riconoscono che il singolo non è che una forma individualizzata della spiritualità da cui il mondo intero è permeato.
Ho già fatto notare più volte che anche il darwinismo, nato nel nostro tempo, è una materializzazione delle concezioni che gli Egiziani si facevano degli dèi sotto forma animale; e lo stesso vale per Paracelso: se si comprende il suo pensiero nel suo giusto significato, si può riconoscere nella sua concezione terapeutica una rinascita di quanto veniva insegnato negli antichi templi egiziani. Se lo osserviamo a fondo, ci rendiamo conto di quale alto spirito vivesse in lui; ebbene, nelle sue opere si trova il singolarissimo detto che aveva appreso un po' dappertutto, ma meno che altrove nelle accademie, e che aveva tratto le sue conoscenze soprattutto dal popolo e dalle antiche tradizioni, viaggiando di paese in paese. Qui non ci è possibile accennare alle profonde verità che ancora sussistono nel nostro popolo e che non vengono più comprese, ma di cui Paracelso era ancora in grado di profittare. Egli narrava d’aver trovato un libro contenente profonde verità mediche e nomina quel libro: la Bibbia! E non si riferisce solo all’Antico Testamento, ma essenzialmente al Nuovo. Basta saper leggere la Bibbia per trovare quanto Paracelso aveva scoperto. La sua medicina è una lontana reminiscenza dei metodi medici egizi; ma poiché ha accolto i Misteri del Cristianesimo, le sue opere sono state permeate di nuova saggezza spirituale e cristianizzate. Questa è la via che conduce all’avvenire; è quello che tutti coloro che vogliono aprire la via per iniziare la risalita dalla caduta nella materia dovrebbero fare. Questo permette di apprezzare appieno i grandi progressi materiali, ma compenetrandoli di impulsi spirituali.
Chi oggi studia tutto ciò che la scienza materiale può offrire, senza esserne sopraffatto, fa un buon lavoro anche come scienziato dello spirito. Possiamo imparare molto dagli scienziati materialisti, ma ciò che apprendiamo, dobbiamo saperlo compenetrare dello spirito puro che può offrire la scienza spirituale. Quando compenetriamo ogni cosa di spirito, allora operiamo nel senso di un Cristianesimo autentico. Perciò è un'ingiuria nei confronti della scienza dello spirito affermare, come fanno taluni, che essa è una concezione fantastica del mondo. Essa può sostenersi ferma e sicura sul terreno di qualunque realtà. Limitarsi a una rappresentazione schematica dei mondi superiori sarebbe una concezione troppo elementare della scienza dello spirito. Per lo studioso di questa scienza, non è importante conoscere a memoria i concetti che essa propone, ma far sì che i suoi insegnamenti e le sue concezioni sui mondi superiori diventino fecondi nell’uomo e si traducano in pratica.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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